Non sussite il reato di rivelazione di segreti d’ufficio se le notizie passate alla stampa dagli inquirenti ineriscono ad un fatto già noto all’indagato.

Cassazione penale, sez. VI, 19 giugno 2008, n. 25167

Non sussite il reato di rivelazione di segreti d’ufficio se le notizie passate alla stampa dagli inquirenti ineriscono ad un fatto già noto all’indagato.

Riferimenti

«Come è stato evidenziato nell’impugnata sentenza, la fonte del segreto di ufficio sanzionato dall’art. 326 c.p. deve essere rinvenuta, nel caso di specie, nel primo comma dell’art. 329 c.p.p., il quale dispone che gli atti di indagine compiuti dal Pubblico Ministero e dalla Polizia Giudiziaria sono coperti dal segreto fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari.
Nella fattispecie in esame, il GUP ha accertato, in punto di fatto, con riferimento all’indagine in corso nei confronti del (omissis) che il (omissis) effettivamente ebbe a riferire a due giornaliste del Gazzettino, rispettivamente in data 20 e 21 ottobre 2005, alcune notizie relative al tipo dei beni sequestrati all’indagato e al loro valore; ma che, all’epoca di tali rivelazioni, il (omissis) aveva già ricevuto copia del decreto di perquisizione e dei relativi verbali, dell’informazione di garanzia e di quella sui diritti di difesa (atti tutti notificatigli il 18-10-2005), ed era quindi pienamente a conoscenza dell’indagine suo carico e dei beni sequestratigli; e che, inoltre, gli atti relativi alle perquisizioni ed al sequestro erano già stati depositati presso la Segreteria del P.M.
Sulla base di tale ricostruzione dei fatti, incensurabile in questa sede, legittimamente il GUP ha ritenuto che le notizie rivelate dall’imputato alle due giornaliste riguardavano atti non più coperti da segreto ai sensi del menzionato art. 329 c.p.p., in quanto già portati legalmente a conoscenza dell’indagato.
Correttamente, di conseguenza, il giudice ha escluso, in relazione alla vicenda in esame, la sussistenza degli estremi integrativi del reato di rivelazione di segreto di ufficio di cui all’art. 326 c.p., non essendo configurabile tale ipotesi delittuosa in relazione ad un atto già conosciuto dall’indagato e quindi non più coperto, ai sensi del primo comma dell’art. 329 c.p.p., dal segreto, salvo che (ipotesi che non ricorre nella fattispecie in esame) il P.M. non ritenga necessario, al fine di evitare pregiudizio per la prosecuzione delle indagini, disporre, ai sensi del comma 3 del citato articolo, la segretezza dell’atto stesso (Cass. 16-5.-1995, Miccoli)».

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