È legittimo il divieto di iscrizione e partecipazione a partiti politici imposto ai magistrati ed opera anche per i soggetti collocati fuori ruolo.

Corte Costituzionale, 17 luglio 2009, n. 224

Divieto iscrizione partiti politici magistrati fuori ruoloÈ legittima e non in contrasto con il dettato costituzionale la norma dell’art. 3, comma 1, lettera h), del d.lgs. n. 109 del 2006 recante “Disciplina degli illeciti disciplinari dei magistrati, delle relative sanzioni e della procedura per la loro applicabilità…”. Detta norma, nel testo sostituito dall’art. 1, comma 3, lettera d), numero 2), della legge n. 269 del 2006, prevede che costituisce illecito disciplinare del magistrato “l’iscrizione o la partecipazione sistematica e continuativa a partiti politici ovvero il coinvolgimento nelle attività di soggetti operanti nel settore economico o finanziario che possono condizionare l'esercizio delle funzioni o comunque compromettere l'immagine del magistrato”
La Consulta ha ritenuto che il divieto stabilito dalla norma censurata non violi alcuno dei parametri costituzionali evocati dalla rimettente Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura (articoli 2, 3, 18, 49 e 98 della Costituzione), con particolare riguardo all’art. 49 della Costituzione sul quale si fonda il diritto, in capo ad ogni cittadino senza distinzione di sorta, di associarsi liberamente, ovvero senza condizionamento formale o sostanziale, in partiti, per concorrere all’obiettivo fondamentale che è la determinazione democratica della politica nazionale.
Se è vero che i magistrati debbono godere degli stessi diritti di libertà garantiti ad ogni altro cittadino e che quindi possono non solo condividere un’idea politica ma anche espressamente manifestare le proprie opzioni al riguardo, deve pure riconoscersi che le funzioni da essi esercitate e la qualifica rivestita non sono indifferenti e prive di effetto per l’ordinamento costituzionale (sentenza n. 100 del 1981). La Costituzione infatti riserva ai magistrati una disciplina del tutto particolare, contenuta nel titolo IV della parte II (artt. 101 e ss.) che, da un lato, assicura loro una posizione peculiare, dall’altro, correlativamente, comporta l’imposizione di speciali doveri.
In particolare il dettato costituzionale richiede ai magistrati (artt. 101, 2 comma e 104, 1 comma) imparzialità ed indipendenza, valori che vanno tutelati non solo con specifico riferimento al concreto esercizio delle funzioni giudiziarie, ma anche come regola deontologica da osservarsi in ogni comportamento al fine di evitare che possa dubitarsi della loro indipendenza ed imparzialità.
È in questa prospettiva che si inserisce l’art. 98, 3 comma della Costituzione, che, demandando al legislatore ordinario la facoltà di stabilire “limitazioni al diritto d’iscriversi ai partiti politici per i magistrati” , mira a raggiungere il necessario bilanciamento tra la libertà di associarsi in partiti, tutelata dall’art. 49 Cost., e l’esigenza di assicurare la terzietà dei magistrati ed anche l’immagine di estraneità agli interessi dei partiti che si contendono il campo.
Ne deriva che l’impugnata norma dell’art. 3, comma 1, lettera h), del d.lgs. 109/2006 non si pone in contrasto con i principi costituzionali ma piuttosto degli stessi costituisce effettiva attuazione giacché, osserva la Corte, «…, nel disegno costituzionale, l’estraneità del magistrato alla politica dei partiti e dei suoi metodi è un valore di particolare rilievo e mira a salvaguardare l’indipendente ed imparziale esercizio delle funzioni giudiziarie, dovendo il cittadino essere rassicurato sul fatto che l’attività del magistrato, sia esso giudice o pubblico ministero, non sia guidata dal desiderio di far prevalere una parte politica»
Non solo, avuto conto che l’azione disciplinare dalla quale si è originato il giudizio di legittimità costituzionale era stata promossa nei confronti di un magistrato fuori del ruolo organico in quanto addetto ad una funzione di consulenza parlamentare, la Consulta ha avuto l’accortezza di precisare che l’introduzione del divieto di cui si tratta «è correlata ad un dovere di imparzialità che grava sul magistrato, coinvolgendo anche il suo operare da semplice cittadino, in ogni momento della sua vita professionale, anche quando egli sia stato, temporaneamente, collocato fuori ruolo per lo svolgimento di un compito tecnico».
Ne deriva che la norma impugnata non viola il dettato costituzionale malgrado l’assolutezza del divieto imposto, ancorché diversamente l’art. 8 del d.P.R. 30 marzo 1957, n. 361 (Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati), consenta la candidatura elettorale di un magistrato con l’apposita limitazione costituita dal preventivo collocamento fuori ruolo. Non sussiste contraddizione con il diritto di elettorato passivo spettante ai magistrati – esplicitano i giudici costituzionali – sia per la diversità delle situazioni poste a raffronto (un conto è l’iscrizione o comunque la partecipazione sistematica e continuativa alla vita di un partito politico, altro è l’accesso alle cariche elettive), sia perché anche il diritto di elettorato passivo non è senza limitazioni.

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