La competenza territoriale per i procedimenti di divorzio non può dipendere dall’ultima residenza comune dei coniugi.

Corte costituzionale, 23 maggio 2008, n. 169

Divorzio competenza territorio residenzaIn tema di competenza del giudice a conoscere delle domande per ottenere lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, l’attuale formulazione dell’art. 4, comma 1, Legge 1 dicembre 1970 n. 898 (Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio), prevede che la stessa vada proposta “al tribunale del luogo dell’ultima residenza comune dei coniugi ovvero, in mancanza, del luogo in cui il coniuge convenuto ha residenza o domicilio”.
Il Tribunale di Pisa ha sollevato questione di legittimità costituzionale di detta norma osservando come la disposizione in esame ponga un criterio di competenza territoriale inderogabile che, come di fatto spesso accade, può risultare privo di un effettivo collegamento con le parti e con i figli minorenni, eventualmente coinvolti nel procedimento.
Ne deriva una ingiustificata disparità di trattamento rispetto ad altre situazioni analoghe, tenuto conto dei diversi criteri di competenza territoriale previsti dal medesimo art. 4, comma 1, della legge n. 898 del 1970 (con riferimento ai procedimenti instaurati dai coniugi con domanda congiunta e/o con riferimento ai procedimenti contenziosi tra coniugi che non abbiano mai avuto una residenza comune) e dall’art. 709-ter, primo comma, del codice di procedura civile (con riferimento ad altri procedimenti che coinvolgono i minori).
Affinché il ricorrente possa proporre la domanda innanzi al tribunale del luogo in cui il convenuto abbia residenza o domicilio, non è infatti sufficiente che la residenza comune dei coniugi sia venuta meno, ma è necessario che essa non sia mai esistita, non potendosi interpretare l'espressione “in mancanza” come equivalente a quella “qualora sia successivamente venuta meno”.
A tale interpretazione si giunge sia dal tenore letterale della norma (che allude, inequivocabilmente, ad una situazione mai realizzatasi) sia perché è plausibile che i coniugi possano non avere mai avuto una residenza comune (e questa è la fattispecie ipotizzata dal legislatore – dal momento che l'art. 144, 1 comma c.c, nel prevedere l'obbligo della fissazione della residenza della famiglia, non esclude che, in concreto, i coniugi, per motivi legittimi, possano non procedere a tale fissazione).
All’atto pratico l’applicazione della norma riduce drasticamente la possibilità di proporre ricorso dinanzi al foro del luogo di residenza o domicilio del coniuge convenuto, radicando la competenza in quello che fu il luogo di residenza dei coniugi, anche per i casi non infrequenti, in cui al momento della proposizione della domanda sia stato ormai abbandonato da entrambi.
L’individuazione di tale criterio di competenza è pertanto manifestamente irragionevole, non sussistendo alcuna valida giustificazione della adozione dello stesso, ove si consideri che nella maggioranza delle ipotesi, la residenza comune è cessata, quanto meno dal momento in cui i coniugi, in occasione della domanda di separazione – giudiziale o consensuale – sono stati autorizzati a vivere separatamente, con la conseguenza che, tenute presenti le condizioni per proporre la successiva domanda di divorzio, non è ravvisabile alcun collegamento fra i coniugi e il tribunale individuato dalla norma.
La Consulta ha ritenuto pertanto di dover dichiarare l’illegittimità costituzionale della norma denunciata limitatamente alle parole «del luogo dell’ultima residenza comune dei coniugi ovvero, in mancanza», in riferimento all’art. 3 della Costituzione.
In definitiva, dalla lettura della norma dell’art. 4, 1 comma L. 898/70, nella formulazione risultante a seguito della censura di incostituzionalità, fatti salvi i casi di residenza all’estero del coniuge o di irreperibilità, si evince che la domanda per ottenere lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio vada proposta sempre al tribunale del luogo in cui il coniuge convenuto ha residenza o domicilio.

Sentenza integrale: Corte costituzionale, 23 maggio 2008, n. 169

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