L’azione per il pagamento dei compensi dell’avvocato è sempre soggetta al rito sommario

Cassazione civile, sez. VI, 16 gennaio 2019, n. 1023

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L’azione per il pagamento dei compensi dell’avvocato è sempre soggetta al rito sommario anche se riguarda l’an della richiesta economica

Le controversie previste dall’art. 28 della Legge n. 794 del 1942 per la liquidazione delle spese e dei compensi in favore dell’avvocato devono essere sempre trattate con la procedura prevista dall’art. 14 del d.lgs. n. 150 del 2011, anche nel caso in cui la domanda riguardi l’an della pretesa, senza possibilità per il giudice adito di trasformare il rito sommario in rito ordinario o di dichiarare l’inammissibilità della domanda.
La Corte ritiene di aderire a tale orientamento tenendo conto della pienezza della cognizione che è comunque assicurata da tale procedimento e nel rispetto dell’impianto generale del D.Lgs. n. 150 del 2011, in cui la tipologia del rito è il frutto di una decisione legislativa senza possibilità di scelte discrezionali della parte o del giudice.
Infatti, in tal modo è rispettata la ratio che ha guidato il legislatore delegato secondo cui il controllo di concreta compatibilità della singola lite con le forme semplificate del rito, che nel procedimento sommario di cognizione facoltativo di cui agli artt. 702 bis ss. è rimesso alla valutazione discrezionale del giudice, è sostituito, nel procedimento sommario obbligatorio disciplinato dal D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 3, da una verifica, astratta ed irrevocabile, compiuta a monte dal legislatore sulla base delle caratteristiche riscontrate in alcune specie di controversie che hanno ad oggetto determinate specifiche materie.

Una tale soluzione ha evidenti vantaggi di economia processuale ed è conforme al principio di conservazione degli atti processuali, evitando la declaratoria di inammissibilità che è espressamente esclusa dal D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 3, comma 1, nella parte in cui esclude l’applicabilità dell’art. 702 ter c.p.c., comma 2.
É altresì rispettato il disposto dell’art. 4 del D.Lgs. n. 150 del 2011,  che disciplina in via diretta soltanto l’ipotesi dell’instaurazione, mediante forme errate, di una controversia che dovrebbe essere trattata secondo uno dei riti semplificati dal D.Lgs. n. 150 del 2011; in altri termini, la disposizione non regola espressamente il caso in cui venga instaurata, mediante uno dei riti semplificati, una controversia che non rientra nell’ambito di applicazione dello stesso decreto.
Tale soluzione:
a) è confermata dal recente intervento delle Sezioni Unite con la sentenza n. 4485 del 2018, la quale esplicitamente afferma che la controversia di cui alla L. n. 794 del 1942, art. 28, introdotta sia ai sensi dell’art. 702 bis c.p.c., sia in via monitoria, avente ad oggetto la domanda di condanna del cliente al pagamento delle spettanze giudiziali dell’avvocato, resta soggetta al rito di cui al D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 14, del anche quando il cliente sollevi contestazioni relative all’esistenza del rapporto o, in genere, all’”an debeatur”.
b) è in linea con quanto affermato dalla Corte costituzionale con la sentenza n 26 aprile 2014 n. 65 che, con riferimento alla dedotta violazione dei principi della legge delega, riferita al D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 3, comma 1, ed in particolare, all’esclusione della convertibilità del rito sommario, ha rilevato che la norma in esame costituisce immediata applicazione del criterio direttivo di cui alla L. n. 69 del 2009, art. 54, comma 4, lett. b), n. 2), il quale – nel ricondurre al modello del procedimento sommario quei procedimenti nei quali sono prevalenti caratteri di semplificazione della trattazione o dell’istruzione della causa – afferma che resta “esclusa per tali procedimenti la possibilità di conversione nel rito ordinario”.

Testo integrale della sentenza: Cassazione civile, sez. VI, 16 gennaio 2019, n. 1023