Potere-dovere istruttorio del giudice nel processo del lavoro a garanzia del giusto processo.

Cassazione civile, sez. lavoro, 1 agosto 2013, n. 18410

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Potere-dovere istruttorio del giudice nel processo del lavoro a garanzia del giusto processo.
Nella giurisprudenza successiva alla costituzionalizzazione del principio del giusto processo (avvenuta con legge costituzionale 23 novembre 1999, n. 2), la Suprema Corte ha collegato a tale principio anche la disciplina dell’esercizio dei poteri d’ufficio del giudice di cui agli artt. 421 e 437 cod. proc. civ.. In materia di poteri istruttori del giudice nell’ambito del processo del lavoro sono stati espressi i seguenti orientamenti dalla giurisprudenza di legittimità:
  1. «a) nel rito del lavoro, ai sensi di quanto disposto dagli artt. 421 e 437 cod. proc. civ., l’esercizio del potere d’ufficio del giudice, pur in presenza di già verificatesi decadenze o preclusioni e pur in assenza di una esplicita richiesta delle parti in causa, non è meramente discrezionale, ma si presenta come un potere-dovere, sicché il giudice del lavoro non può limitarsi a fare meccanica applicazione della regola formale del giudizio fondata sull’onere della prova, avendo l’obbligo - in ossequio a quanto prescritto dall’art. 134 cod. proc. civ., ed al disposto di cui all’art. 111 Cost., comma 1, sul “giusto processo regolato dalla legge” - di esplicitare le ragioni per le quali reputi di far ricorso all’uso dei poteri istruttori o, nonostante, la specifica richiesta di una delle parti, ritenga, invece, di non farvi ricorso (vedi, per tutte: Cass. SU 17 giugno 2004, n. 11353);
  2. nel rito del lavoro, il giudice, ove si verta in situazione di semiplena probatio, ha il potere-dovere di provvedere d’ufficio agli atti istruttori idonei a superare l’incertezza dei fatti costitutivi dei diritti in contestazione, indipendentemente dal verificarsi di preclusioni o di decadenze in danno delle parti, dovendo, quindi, motivare sulla mancata attivazione dei poteri istruttori officiosi là dove sollecitato dalla parte ad integrare la lacuna istruttoria (Cass. 10 dicembre 2008, n. 29006);
  3. nel rito del lavoro, il verificarsi di preclusioni o decadenze in danno delle parti non osta all’ammissione d’ufficio delle prove, trattandosi di potere diretto a vincere i dubbi residuati dalle risultanze istruttorie, ritualmente acquisite agli atti del giudizio di primo grado. Ne consegue che, essendo la “prova nuova” disposta d’ufficio funzionale al solo indispensabile approfondimento degli elementi già obiettivamente presenti nel processo, non si pone una questione di preclusione o decadenza processale a carico della parte (Cass. 5 dicembre 2012, n. 18924)».

Testo integrale della sentenza: Cassazione civile, sez. lavoro, 1 agosto 2013, n. 18410