Le somme di denaro date da un coniuge all’altro per l’acquisto di un immobile non sono ripetibili

Cassazione civile. sez. III, 4 ottobre 2018, n. 24160

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Le somme di denaro date da un coniuge all’altro per l’acquisto di un immobile non sono ripetibili

Le somme di denaro date da un coniuge all’altro per l’acquisto o la realizzazione di un immobile non sono ripetibili in quanto costituiscono donazione indiretta.

Il conferimento di somme di denaro da parte di un coniuge a favore dell’altro durante il matrimonio ed attraverso le quali questi abbia acquistato un immobile sono riconducibile nell’ambito della donazione indiretta.
In quanto donazione indiretta, perseguente un fine di liberalità soggetta ai soli obblighi di forma previsti per il negozio attraverso il quale  l’atto di liberalità si realizza, essa è revocabile solo per ingratitudine del donatario.
Essendo venuto meno il divieto di cui all’articolo 781 del codice civile (Corte Cost. n. 91/1973) ed essendo quindi la donazione indiretta valida anche tra coniugi vanno seguiti, ai fini dell’individuazione della causa e della rilevazione dei suoi vizi, gli stessi principi e criteri che valgono per la donazione diretta.
Dette considerazioni circa il fine di liberalità e la riconducibilità alla donazione indiretta delle dazioni di un coniuge in favore dell’altro a causa di un acquisto immobiliare valgono a maggior ragione in riferimento ai conferimenti patrimoniali eseguiti spontaneamente dal coniuge in costanza di matrimonio e volti a finanziare dei lavori all’interno dell’immobile di proprietà esclusiva dell’altro coniuge o in regime di comproprietà.
La donazione indiretta, in quanto tale, gode di stabilità, in quanto essa può essere revocata solo  per ingratitudine. A fronte della sussistenza di una causa di liberalità, è superfluo argomentare in ordine all’applicabilità dei principi dell’obbligazione naturale per giustificare l’effetto della soluti retentio.
Avendo i conferimenti spontaneamente eseguiti dal coniuge in costanza di matrimonio una loro causa nella liberalità, resta fuori dalla problematica la questione dell’aver o meno effettuato tali conferimenti sul presupposto di adempiere i propri doveri morali o sociali, e quindi in adempimento di una obbligazione naturale perchè l’effetto di irripetibilità non discende dall’obbligazione naturale ma direttamente dalla causa di donazione.
In definitiva in tali fattispecie va esclusa l’azione di indebito arricchimento del coniuge donante nei confronti dell’altro e ciò in quanto l’azione generale di arricchimento presuppone che la locupletazione di un soggetto a danno dell’altro sia avvenuta senza giusta causa e al di fuori di un contratto odi altro rapporto giustificativo.

Diversamente eventuali conferimenti e spese successivi alla separazione, non sussistendo la finalità di liberalità, dovranno essere considerati esclusivamente spese sostenute da uno dei comproprietari in favore del bene in comunione, e quindi, il giudice in tal caso dovrà valutare se un coniuge possa essere condannato a restituire il 50% all’altro, facendo applicazione delle regole ordinarie applicabili in materia di comunione ordinaria, secondo le quali (v. Cass. n. 20652 del 2013) “In tema di spese di conservazione della cosa comune, l’art. 1110 cod. civ., escludendo ogni rilievo dell’urgenza o meno dei lavori, stabilisce che d partecipante alla comunione, il quale, in caso di trascuranza degli altri compartecipi o dell’amministratore, abbia sostenuto spese necessarie per la Conservazione della cosa comune, ha diritto al rimborso, a condizione di aver precedentemente interpellato o, quantomeno, preventivamente avvertito gli altri partecipano o l’amministratore, sicchè solo in caso di inattività di questi ultimi egli può procedere agli esborsi e pretenderne il rimborso, pur in mancanza della prestazione del consenso da parte degli interpellati, incombendo comunque su di lui l’onere della prova sia della suddetta inerzia che della necessità dei lavori”.

Testo integrale della sentenza: Cassazione civile. sez. III, 4 ottobre 2018, n. 24160