L’utilizzo dell’auto aziendale per tornare a casa non giustifica il licenziamento

Cassazione civile, sez. lavoro, 19 gennaio 2018, n. 1377

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L’utilizzo dell’auto aziendale per tornare a casa non giustifica il licenziamento

L’utilizzo dell’auto aziendale per tornare a casa dopo il lavoro o per la pausa pranzo non costituisce una condotta di gravità tale da legittimare il licenziamento del lavoratore.

Nella fattispecie la Corte di appello di Napoli, in riforma della decisione di primo grado, ha dichiarato la illegittimità del licenziamento disciplinare intimato ad una lavoratore per il sopra descritto uso dell’auto aziendale, ordinandone la reintegra.
La Corte ha ritenuto priva di riscontro la contestazione con la quale si imputava al lavoratore di avere utilizzato, in maniera sistematica, alcune auto aziendali per uscire dallo stabilimento in occasione della pausa pranzo rientrandovi dopo circa 20/40 minuti e nell’avere, spesso, con le stesse autovetture, fatto rientro presso la propria abitazione a fine giornata lavorativa per poi tornare al lavoro la mattina successiva.
È stato osservato che, non essendo emersa una vera e propria “distrazione” dai fini lavorativi e professionali (quale ipotizzabile in presenza di viaggi o visite di piacere o per il disbrigo di incombenze personali, ecc.) la condotta addebitata non travalicava un concetto “lato” di uso aziendale del mezzo per motivi di lavoro. Ciò comportava, sotto il profilo dell’intensità dell’elemento psicologico, la scarsa valenza trasgressiva della condotta in sè considerata rispetto alla nozione di “servizio” comunemente accettata ed escludeva che il modus agendi del lavoratore fosse stato animato da un vero e proprio intento profittatore in aperto contrasto con chiare ed univoche norme aziendali.
Sotto altro profilo si evidenziava che l’assoluta carenza, nella contestazione disciplinare, di elementi relativi alla quantità di carburante presumibilmente consumato attraverso il sistematico uso della vettura aziendale, da un lato non consentiva l’accertamento della effettiva sussistenza di un pregiudizio economico per la società datrice riconducibile alla condotta addebitata e, dall’altro, deponeva nel senso che l’inadempienza imputata al dipendente non aveva riguardo ad un serio aggravio di spese per l’azienda o ad altro particolare pregiudizio, neppure evidenziato nelle difese della società.
La Suprema Corte nel confermare la sentenza di merito ha ribadito che, in tema di licenziamento disciplinare, vige il principio di proporzionalità della sanzione all’infrazione richiede per cui il giudice deve procedere all’accertamento della gravità del fatto contestato sotto il profilo oggettivo e soggettivo.
Inoltre la giusta causa di licenziamento deve rivestire il carattere di grave negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro e, in particolare, dell’elemento fiduciario, dovendo il giudice valutare, da un lato, la gravità dei fatti addebitati al lavoratore, in relazione alla portata oggettiva e soggettiva dei medesimi, alle circostanze nelle quali sono stati commessi e all’intensità del profilo intenzionale, dall’altro, la proporzionalità fra tali fatti e la sanzione inflitta, per stabilire se la lesione dell’elemento fiduciario, su cui si basa la collaborazione del prestatore di lavoro, sia tale, in concreto, da giustificare la massima sanzione disciplinare
Alla luce dei richiamati principi le censure della società datrice di lavoro si sono rivelate prive di pregio.
L’utilizzo dell’autovettura aziendale con le modalità descritte non travalicava un concetto “lato” di uso del mezzo per motivi di lavoro ed, in ogni caso, anche a voler ritenere la condotta di rilievo disciplinare, la sanzione del licenziamento non era proporzionata all’intensità dell’elemento soggettivo ed all’assenza di pregiudizio derivatone alla società.

Testo integrale della sentenza: Cassazione civile, sez. lavoro, 19 gennaio 2018, n. 1377