Accertamento induttivo: è il contribuente a dover dimostrare la provenienza dei versamenti sul conto corrente bancario.

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A norma dell’art. 31, 1 comma n. 7 del DPR 600/73 per l’adempimento dei loro compiti, gli uffici delle imposte possono «richiedere, previa autorizzazione del direttore centrale dell’accertamento dell’Agenzia delle entrate o del direttore regionale della stessa, ovvero, per il Corpo della guardia di finanza, del comandante regionale, alle banche, alla società Poste italiane Spa, per le attività finanziarie e creditizie, agli intermediari finanziari, alle imprese di investimento, agli organismi di investimento collettivo del risparmio, alle società di gestione del risparmio e alle società fiduciarie, dati, notizie e documenti relativi a qualsiasi rapporto intrattenuto od operazione effettuata, ivi compresi i servizi prestati, con i loro clienti, nonché alle garanzie prestate da terzi […]».
I dati risultanti dall’esame dei conti correnti possono essere utilizzati de plano dall’amministrazione finanziaria, salvo prova contraria posta a carico del contribuente in ordine alla provenienza dei vari versamenti.

Precisa la Suprema Corte:
«L’art. 32 co. 1 nn. 2 e 7 DPR 600/1973, com’è noto, attribuendo all’Ufficio delle imposte il potere di procedere ad accertamenti bancari, prevede espressamente una presunzione legale a carico del contribuente, ciò che comporta una vera e propria inversione dell’onere della prova, in forza della quale egli è tenuto a giustificare i vari movimenti bancari e dimostrare che gli stessi sono estranei al suo reddito, non essendo a lui di fatto riferibili.
In caso di mancata giustificazione l’Amministrazione può evidentemente utilizzare i dati e gli elementi che risultano dall’esame dei conti bancari in parola (Cass. n. 14675 del 23.06.2006)»
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