Limiti all’ammissibilità dell’accordo prematrimoniale.

Cassazione civile, sez. I, 21 dicembre 2012, n. 23713

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Prima di convolare a nozze i due nubendi decidono, tramite scrittura privata, che in caso di “fallimento” del matrimonio la moglie avrebbe ceduto al coniuge un immobile di sua proprietà, quale indennizzo delle spese sostenute dallo stesso per la ristrutturazione di altro immobile di sua proprietà da adibire a casa coniugale. Il marito, di contro, si impegnava a trasferire alla moglie un corrispettivo di € 10.000.
Al verificarsi della condizione apposta nella scrittura privata, il marito cita in giudizio l’ex moglie in quanto non intenzionata a cedere la proprietà dell’immobile, come pattuito nel precedente accordo.
La donna ricorre in Cassazione chiedendo il rigetto della sentenza della Corte di Appello che, a suo avviso, accogliendo la richiesta dell’ex marito, sarebbe incorsa nella violazione dell’art. 160 c.c., ove si precisa che i coniugi non possono derogare ai diritti e ai doveri nascenti dal matrimonio.
Fino ad ora la Cassazione, nel silenzio del legislatore, ha escluso la validità di qualsiasi accordo preventivo volto a determinare le conseguenze patrimoniali di un successivo eventuale divorzio, considerando gli accordi prematrimoniali nulli per illiceità della causa, perché in contrasto con i principi di indisponibilità degli status e degli assegni di divorzio che, essendo posti a tutela di rilevanti interessi pubblici, sono considerati indisponibili (v. per tutte Cass. n. 6857 del 1992). Tale orientamento è criticato da parte della dottrina che spinge per riconoscere maggiori spazi di autonomia ai coniugi nella determinazione dei loro rapporti economici conseguentemente alla crisi coniugale, come previsto in altri paesi, in particolar modo in quelli di cultura anglosassone, dove vige un’impostazione molto liberale dei rapporti del diritto di famiglia, a differenza del nostro ordinamento che ha una concezione sostanzialmente pubblicistica dell’istituto del matrimonio.
Nel caso in esame la Cassazione ha imposto alla donna di trasferire l’immobile all’ex coniuge, sancendo dunque la validità del patto prematrimoniale posto in essere. Tuttavia con tale decisione la Corte ha meramente qualificato come meritevole di tutela un accordo inerente la regolamentazione di prestazioni corrispettive, senza intervenire sull’efficacia degli accordi patrimoniali all’interno del nostro ordinamento. In concreto il Supremo Collegio non ha legittimato in ogni caso la regolamentazione dei rapporti economici tra coniugi in vista di separazione o divorzio, ma ha semplicemente ribadito il principio secondo cui si debbano considerare illeciti soltanto quegli accordi che contravvengano al principio di indisponibilità degli status e dell’assegno di divorzio. Di certo non sarebbe stata neanche sufficiente una sentenza emanata da una sezione semplice della Cassazione, priva di efficacia nomofilattica, per introdurre nel nostro sistema un istituto così controverso quale quello dell’accordo prematrimoniale, per il quale sarebbe invece auspicabile un analitico intervento legislativo.

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