Ammesse le benedizioni pasquali nelle scuole al di fuori dall’orario didattico.

Consiglio di Stato, sez. VI, 27 marzo 2017, n. 1388

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 Ammesse le benedizioni pasquali nelle scuole al di fuori dall’orario didattico.

Ammesse le benedizioni pasquali nelle scuole al di fuori dall’orario didattico. Il rito della benedizione ha senso in quanto celebrato in un luogo determinato e ciò spiega il motivo per cui possa chiedersi che esso si svolga nelle scuole, alla presenza di chi vi acconsente e fuori dall’orario scolastico.

Il Consiglio di Stato rovescia la decisione dello scorso anno del Tribunale amministrativo regionale dell’Emilia Romagna e dà il via libera agli atti di culto a scuola, purché la partecipazione sia facoltativa ed avvengano fuori dell’orario scolastico.
La sentenza riguarda chiude l’iter processuale avviato con il ricorso di un gruppo di insegnanti e genitori dell’Istituto comprensivo 20 di Bologna e del Comitato Bolognese Scuola e Costituzione contro la delibera che stabiliva di far benedire le scuole dell’istituto (le elementari Carducci e Fortuzzi e la media Rolandino).
In primo grado era stata impugnata la deliberazione con cui il Consiglio d’Istituto aveva concesso l’apertura dei suoi locali scolastici affinché vi si svolgessero le benedizioni pasquali richieste dai parroci del territorio, raccomandando che queste fossero effettuate in orario extra-scolastico e che gli alunni venissero accompagnati dai familiari, o comunque da un adulto col compito di sorvegliarli.

A seguire i passaggi salienti della decisione assunta a palazzo Spada:
« Com’è noto, la benedizione pasquale è un rito religioso, rivolto all’incontro tra chi svolge il ministero pastorale e le famiglie o le altre comunità, nei luoghi in cui queste risiedono, caratterizzato dalla brevità e dalla semplicità, senza necessità di particolari preparativi.
Il fine di tale rito, per chi ne condivide l’intimo significato e ne accetta la pratica, è anche quello di ricordare la presenza di Dio nei luoghi dove si vive o si lavora, sottolineandone la stretta correlazione con le persone che a tale titolo li frequentano.
Non avrebbe senso infatti la benedizione dei soli locali, senza la presenza degli appartenenti alle relative comunità di credenti, non potendo tale vicenda risolversi in una pratica di superstizione.
Tale rito dunque, per chi intende praticarlo, ha senso in quanto celebrato in un luogo determinato, mentre non avrebbe senso (o, comunque, il medesimo senso) se celebrato altrove; e ciò spiega il motivo per cui possa chiedersi che esso si svolga nelle scuole, alla presenza di chi vi acconsente e fuori dall’orario scolastico, senza che ciò possa minimamente ledere, neppure indirettamente, il pensiero o il sentimento, religioso o no, di chiunque altro che, pur appartenente alla medesima comunità, non condivida quel medesimo pensiero e che dunque, non partecipando all’evento, non possa in alcun senso sentirsi leso da esso.
Deve quindi concludersi che la “benedizione pasquale” nelle scuole non possa in alcun modo incidere sullo svolgimento della didattica e della vita scolastica in generale. E ciò non diversamente dalle diverse attività “parascolastiche” che, oltretutto, possono essere programmate o autorizzate dagli organi di autonomia delle singole scuole anche senza una formale delibera».
Precisa altresì il Consiglio di Stato che «non può logicamente attribuirsi al rito delle benedizioni pasquali, con le limitazioni stabilite nelle prescrizioni annesse ai provvedimenti impugnati, un trattamento deteriore rispetto ad altre diverse attività “parascolastiche” non aventi alcun nesso con la religione, soprattutto ove si tenga conto della volontarietà e della facoltatività della partecipazione nella prima ipotesi, ma anche che nell’ordinamento non è rinvenibile alcun divieto di autorizzare lo svolgimento nell’edificio scolastico, ovviamente fuori dell’orario di lezione e con la più completa libertà di parteciparvi o meno, di attività (ivi inclusi gli atti di culto) di tipo religioso.
Infine, aggiunge il Consiglio, che il divieto posto alla benedizione pasquale violerebbe un elementare principio di non discriminazione in quanto «non può attribuirsi alla natura religiosa di un’attività una valenza negativa tale da renderla vietata o intollerabile unicamente perché espressione di una fede religiosa, mentre, se non avesse tale carattere, sarebbe ritenuta ammissibile e legittima.
Del resto, la stessa Costituzione, all’art. 20, nello stabilire che «il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative […] per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività», pone un divieto di un trattamento deteriore, sotto ogni aspetto, delle manifestazioni religiose in quanto tali».

Testo integrale della sentenza:

Consiglio di Stato, sez. VI, 27 marzo 2017, n. 1388