Criteri per il calcolo del danno biologico differenziale rispetto alla rendita INAIL.

Cassazione civile, sez. III, 26 giugno 2015, n. 13222

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 Criteri per il calcolo del danno biologico differenziale rispetto alla rendita INAIL.

Ai fini del calcolo del cosiddetto “danno biologico differenziale”, spettante alla vittima nei confronti del terzo civilmente responsabile, deve essere detratto dall’ammontare complessivo del danno biologico, calcolato secondo i criteri tabellari previsti dalla legge o di elaborazione giurisprudenziale (es. Tabelle di Milano)  solo il valore capitale della quota della rendita INAIL destinata a ristorare il danno biologico e non il valore capitale dell’intera rendita INAIL.
La rendita pagata dall’Inail per invalidità superiori al sedici per cento, infatti, indennizza in parte il danno biologico, ed, in parte il danno patrimoniale da incapacità di lavoro e di guadagno.
Come noto, per le invalidità permanenti superiori al 16%, l’INAIL eroga agli assistiti una rendita. 
L’importo della rendita è stabilito dalla Tabella che costituisce l’Allegato 5 al D.M. 12 luglio 2000.
 L’importo risultante dalla suddetta tabella è poi maggiorato di un quid variabile in funzione del reddito della vittima.
Ciò è stabilito dal D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13, comma 2, lett. (b), secondo cui «le menomazioni di grado pari o superiore al 16 per cento danno diritto all’erogazione di un’ulteriore quota di rendita … commisurata al grado della menomazione, alla retribuzione dell’assicurato e al coefficiente di cui all’apposita “tabella dei coefficienti”, che costituiscono indici di determinazione della percentuale di retribuzione da prendere in riferimento per l’indennizzo delle conseguenze patrimoniali …».
Questa “ulteriore quota di rendita” è calcolata moltiplicando la retribuzione del danneggiato per un coefficiente stabilito dall’Allegato 6 al D.M. 12 luglio 2000.
L’incremento della rendita per danno biologico, di cui al D.Lgs. 23 febbraio 2000, n. 38, art. 134, comma 2, lett. (b), costituisce un indennizzo forfettario del danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro.
Tanto si desume, in primo luogo dalla lettera della legge, la quale espressamente afferma che l’ulteriore quota di rendita di cui si discorre è erogata per l’indennizzo delle conseguenze patrimoniali” della lesione della salute, ed, in secondo luogo, dal principio c.d. di “aredittualità” del danno biologico.
Quest’ultimo, infatti, consiste nella “lesione all’integrità psicofisica, suscettibile di valutazione medico legale, della persona”, e deve essere indennizzato in misura indipendente dalla capacità di produzione del reddito del danneggiato (così il D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13, comma 1).
Da tali principi deve desumersi che qualsiasi incremento del risarcimento dovuto dall’INAIL per il danno biologico patito dal lavoratore, che sia agganciato al reddito della vittima, abbia lo scopo di ristorare il pregiudizio patrimoniale da compromissione della capacità di lavoro e di guadagno, perché sarebbe altrimenti incompatibile con la natura areddituale del risarcimento del danno biologico.
Pertanto, quando ricorrano i presupposti di fatto di cui D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13, comma 2, lett. (b), l’INAIL liquida all’avente diritto un indennizzo in forma di rendita che ha veste unitaria, ma duplice contenuto: con quell’indennizzo, infatti, l’INAIL compensa sia il danno biologico, sia il danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro e di guadagno.
Da quanto esposto consegue che quando la vittima di un illecito aquiliano abbia percepito un indennizzo da parte dell’INAIL, per calcolare il c.d. “danno biologico differenziale” è necessario:

  1. determinare il grado di invalidità permanente patito dalla vittima e monetizzarlo, secondo i criteri della responsabilità civile;
  2. sottrarre dall’importo sub (a) non il valore capitale dell’intera rendita costituita dall’INAIL, ma solo il valore capitale della quota di rendita che ristora il danno biologico.

Testo integrale della sentenza:

Cassazione civile, sez. III, 26 giugno 2015, n. 13222