Depenalizzazione ex d.lgs. 7 e 8 del 2016 e pronuncia sulle questioni civili nei giudizi pendenti.

Cassazione penale, sez. V, 15 aprile 2016, n. 19516

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 Depenalizzazione ex d.lgs. 7 e 8 del 2016 e pronuncia sulle questioni civili nei giudizi pendenti.

A norma dell’art. 578 c.p. quando nei confronti dell’imputato è stata pronunciata condanna, anche generica, alle restituzioni o al risarcimento dei danni cagionati dal reato, a favore della parte civile, il giudice di appello e la corte di cassazione, nel dichiarare il reato estinto per amnistia o per prescrizione, decidono sull’impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili.
La norma di cui all’art. 578 c.p. non trova tuttavia applicazione generalizzata ai casi di depenalizzazione operati con i decreti legislativi nn. 7 ed 8 del 2016, per cui occorre effettuare un distinguo.
Quanto agli illeciti oggetto della depenalizzazione introdotta dal D.Lgs. 15 gennaio 2016, n. 8, va osservato che la seconda parte dell’art. 9, 3 comma stabilisce che “quando è stata pronunciata sentenza di condanna, il giudice dell’impugnazione, nel dichiarare che il fatto non è previsto dalla legge come reato, decide sull’impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili”.
Definendosi nella sede amministrativa l’applicabilità delle sanzioni amministrative alle violazioni anteriormente commesse (art. 8), il legislatore ha attribuito al giudice dell’impugnazione penale il compito di provvedere sulle statuizioni civili.
Detta norma è tuttavia estranea al D.Lgs. n. 7 del 2016 che a fronte delle depenalizzazione di talune fattispecie di reato introduce degli illeciti civili.
Né può prospettarsi un’applicazione analogica del richiamato art. 9, comma 3, ai casi di abrogazione di cui al D.Lgs. n. 7 del 2016, ostandovi, in radice, l’eccezionalità che va riconosciuta alla norma in linea con l’orientamento della giurisprudenza di legittimità a proposito dell’art. 578 c.p.p..
Nel caso di abrogazione a norma del D.Lgs. n. 7/2016 la sanzione pecuniaria civile è irrogata dal giudice competente a conoscere dell’azione di risarcimento del danno: di conseguenza, una previsione analoga a quella del D.Lgs. n. 8 del 2016, art. 9, comma 3, (e a quella di cui all’art. 578 c.p.p.), impedendo che il giudice civile sia investito dell’azione di risarcimento del danno con riferimento agli illeciti per i quali sia già intervenuta almeno la sentenza di condanna penale in primo grado, risulterebbe del tutto incoerente con la previsione in forza della quale le disposizioni relative alle sanzioni pecuniarie civili di cui al D.Lgs. n. 7 del 2006, si applicano anche ai fatti commessi anteriormente alla data di entrata in vigore dello stesso decreto, salvo che il procedimento penale sia stato definito con sentenza o con decreto divenuti irrevocabili (art. 12, comma 1): per i casi in cui siano intervenuti sentenza o decreto non irrevocabili, l’applicabilità di una disciplina analoga a quella del D.Lgs. n. 8 del 2016, art. 9, comma 3, e, dunque, la definizione, dinanzi al giudice dell’impugnazione penale, del giudizio quanto alle statuizioni civili impedirebbero l’esercizio dell’azione davanti al giudice competente sul risarcimento del danno e, con esso, escluderebbero, per gli illeciti oggetto di pronunce non irrevocabili, l’irrogazione della sanzione pecuniaria civile, esito, questo, in contrasto con la disciplina di cui al D.Lgs. n. 7 del 2016, art. 12, comma 1.
In definitiva il provvedimento di depenalizzazione dei reati ex D.Lgs. n. 7/2016, determinando l’abolitio criminis con sostituzione di sanzione pecuniaria civile, impedisce al giudice penale in sede di impugnazione di pronunciarsi sulle questioni civili.

Testo integrale della sentenza:

Cassazione penale, sez. V, 15 aprile 2016, n. 19516