La pena non deve tradursi in un trattamento inumano e degradante per il detenuto in cattivo stato di salute il quale ha diritto ad una morte dignitosa

Cassazione penale, sez. I, 5 giugno 2017, n. 27766

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 La pena non deve tradursi in un trattamento inumano e degradante per il detenuto in cattivo stato di salute il quale ha diritto ad una morte dignitosa

La pena non deve tradursi in un trattamento inumano e degradante per il detenuto in cattivo stato di salute, il quale ha diritto ad un’esistenza compatibile con la restrizione carceraria e ad una morte dignitosa. Deve quindi essere compiuta una valutazione complessiva dello stato di salute del detenuto, avuto conto anche dell’età dello stesso, al fine di verificarne la compatibilità con la detenzione in carcere.

«Affinché la pena non si risolva in un trattamento inumano e degradante, nel rispetto dei principi di cui agli artt. 27, terzo comma Cost. e 3 Convenzione EDU, lo stato di salute incompatibile con il regime carcerario, idoneo a giustificare il differimento dell’esecuzione della pena per infermità fisica o l’applicazione della detenzione domiciliare non deve ritenersi limitato alla patologia implicante un pericolo per la vita della persona, dovendosi piuttosto avere riguardo ad ogni stato morboso o scadimento fisico capace di determinare un’esistenza al di sotto della soglia di dignità che deve essere rispettata pure nella condizione di restrizione carceraria (Sez. 1, n. 16681 del 24/01/2011, Buonanno, Rv. 249966; Sez. 1, n. 22373 del 08/05/2009, Aquino Rv. 244132).
In presenza di patologie implicanti un significativo scadimento delle condizioni generali e di salute del detenuto, il giudice di merito, pertanto, deve verificare, adeguatamente motivando in proposito, se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un’afflizione di tali intensità da eccedere il livello che, inevitabilmente, deriva dalla legittima esecuzione di una pena. Al di là, quindi, della trattabilità delle singole patologie, rileva nel giudizio de quo, la valutazione complessiva dello stato di logoramento fisico in cui versa il soggetto, sovente aggravata anche da altre cause non patologiche come, nel caso di specie, la vecchiaia. La giurisprudenza di legittimità, in particolare, con riferimento all’età avanzata del detenuto ha precisato che il tribunale, adito ex art. 147 c.p. o 47-ter legge n.354 del 1975, ha un obbligo di motivazione specifica sul punto, incidendo inevitabilmente l’età del predetto sulle valutazioni richieste dalle norme di riferimento e da quelle costituzionali sulla umanità della detenzione e sul diritto alla salute (Sez. 1, n. 52979 del 13/07/2016, Di Giacomo, Rv. 268653; Sez. 1, n. 3262 del 01/12/2015, dep. 2016, Petronella, Rv. 265722)»
Qualora inoltre, come nel caso di specie, in ragione dello stato di salute generale del soggetto detenuto si prospetti una morte imminente la S.C. ha rammentato «l’esistenza di un diritto di morire dignitosamente che, proprio in ragione dei citati principi, deve essere assicurato al detenuto ed in relazione al quale, il provvedimento di rigetto del differimento dell’esecuzione della pena e della detenzione domiciliare, deve espressamente motivare» riformando il provvedimento impugnato, che negava la detenzione domiciliare ritenendo un “eventuale esito” della malattia infausto quale “condizione di natura” comune a tutti gli appartenenti al consesso umano, anche non detenuti e, pertanto, come una circostanza neutra ai fini della valutazione del senso di umanità richiesto dalla costituzione nell’espiazione della pena.

Sulla scorta di tali motivazioni la Corte di Cassazione ha rinviato gli atti per nuovo esame al Tribunale di Sorveglianza di Bologna affinché decida in ordine al differimento dell’esecuzione della pena ex art 147 n. 2 cod. pen ovvero in ordine alla concessione del regime di detenzione domiciliare ex art. 47- ter, comma 1-ter, legge 26 luglio 1975, n. 354, in favore del detenuto Salvatore (detto Totò) Riina.

Testo integrale della sentenza:

Cassazione penale, sez. I, 5 giugno 2017, n. 27766