Esenti da imposte e tasse tutti gli atti di trasferimento immobiliare riconducibili a separazione o divorzio.

Cassazione civile, sez. tributaria, 17 febbraio 2016, n. 3110

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 Esenti da imposte e tasse tutti gli atti di trasferimento immobiliare riconducibili a separazione o divorzio.

A norma dell’art. 19 della Legge n. 74/1987 «Tutti gli atti, i documenti ed i provvedimenti relativi al procedimento di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili del matrimonio nonché ai procedimenti anche esecutivi e cautelari diretti ad ottenere la corresponsione o la revisione degli assegni di cui agli articoli 5 e 6 della legge 1° dicembre 1970, n. 898, sono esenti dall’imposta di bollo, di registro e da ogni altra tassa».
La Corte costituzionale, inoltre, con sentenza 15 aprile 1992, n. 176, ha dichiarato l’illegittimità del ridetto articolo nella parte in cui non comprende nell’esenzione dal tributo anche le iscrizioni di ipoteca effettuate a garanzia delle obbligazioni assunte dal coniuge nel giudizio di separazione ed, a seguire, ha esteso la dichiarazione di illegittimità costituzionale nella parte in cui detta norma non estende l’esenzione in esso prevista a tutti gli atti, i documenti ed i provvedimenti relativi al procedimento di separazione personale dei coniugi (sentenza 10 maggio 1999, n. 154).
La dottrina, da oltre un ventennio, ha sottoposto a serrata critica la distinzione tra accordi di separazione propriamente detti ed accordi stipulati “in occasione della separazione”.
Gli accordi che prevedano, nel contesto di una separazione tra coniugi, atti comportanti trasferimenti patrimoniali dall’uno all’altro coniuge o in favore dei figli, dovrebbero (e devono) essere ricondotti comunque nell’ambito delle “condizioni della separazione” di cui all’art. 711 c.p.c., comma 4, in considerazione del carattere di “negoziazione globale” che la coppia in crisi attribuisce al momento della “liquidazione” del rapporto coniugale, attribuendo quindi a detti accordi la qualificazione di contratti tipici, denominati “contratti della crisi coniugale”, la cui causa è proprio quella di definire in modo non contenzioso e tendenzialmente definitivo la crisi.
Una tesi, quella sostenuta dalla dottrina, che trae certamente nuova linfa in un contesto normativo che ha attribuito all’elemento del consenso tra i coniugi il ruolo centrale nella definizione della crisi coniugale.
Il riferimento è, in particolare, alle disposizioni del D.L. 12 settembre 2014, n. 132, artt. 6 e 12, che hanno esteso il procedimento di negoziazione assistita da avvocati alla separazione consensuale, al divorzio ed alla modifica delle condizioni di separazione e di divorzio (art. 6) e previsto che i coniugi possono concludere, innanzi al Sindaco, quale Ufficiale dello stato civile… un accordo di separazione personale, di divorzio o di modifica delle condizioni di separazione e di divorzio (art. 12), i quali, ad ogni effetto di legge, “tengono luogo dei provvedimenti giudiziali che definiscono i corrispondenti procedimenti”.
Sebbene norme come l’art. 12, comma 3 del dl 132/2014 prevedano che l’accordo stipulato dalle parti dinanzi al Sindaco, quale Ufficiale dello stato civile, “non può contenere patti di trasferimento patrimoniale” secondo la Corte le nuove disposizioni hanno attribuito rilevanza assoluta al consenso tra i coniugi nella disciplina delle questioni famigliari.
Nel mutato contesto normativo di riferimento deve quindi riconoscersi il carattere di negoziazione globale a tutti gli accordi di separazione che, anche attraverso la previsione di trasferimenti mobiliari o immobiliari, siano volti a definire in modo tendenzialmente stabile la crisi coniugale, destinata a sfociare, di lì a breve, nella cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario o nello scioglimento del matrimonio civile.
Non si può più ragionevolmente negare – quale che sia la forma che detti negozi concretamente vengano ad assumere – che gli stessi siano da intendersi quali “atti relativi al procedimento di separazione o divorzio”, che, come tali possono usufruire dell’esenzione di cui alla L. n. 74 del 1987, art. 19, nel testo conseguente alla pronuncia n. 154/1999 della Corte costituzionale, salvo che l’Amministrazione contesti e provi, secondo l’onere probatorio cedente a suo carico, la finalità elusiva degli atti medesimi».

Testo integrale della sentenza:

Cassazione civile, sez. tributaria, 17 febbraio 2016, n. 3110