Non è consentita l’espulsione verso paesi che praticano la tortura neppure per ragioni di prevenzione al terrorismo internazionale.

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Il ricorrente, cittadino tunisino, aveva dedotto davanti alla Corte la violazione dell’art. 3 della Convenzione in relazione al provvedimento di espulsione emesso dalle autorità italiane sulla base della normativa del 2005 in tema di prevenzione del terrorismo internazionale, in quanto lo avrebbe esposto al grave rischio di un trattamento disumano in relazione alla condanna nel frattempo subita in contumacia ad opera di un tribunale militare tunisino per aver fatto parte di un’organizzazione terroristica operante all’estero.
Il predetto aveva fatto richiesta all’Italia di asilo politico, che gli veniva tuttavia rifiutato. Nel contempo, aveva fatto domanda – con successo – alla corte europea dei diritti dell’uomo di far sospendere l’espulsione. Successivamente, le autorità italiane avevano chiesto per via diplomatica alle autorità tunisine di fornire assicurazioni sul trattamento del ricorrente in linea con le previsioni dell’art. 3 Cedu.
Queste ultime avevano peraltro risposto dapprima che il trattamento garantito al prigioniero sarebbe stato solo in conformità con “la legge nazionale”e successivamente che la legge nazionale garantiva i diritti dei prigionieri e che la Tunisia era parte dei “trattati e delle convenzioni internazionali pertinenti”.
La Grande Sezione della Corte ha ravvisato all’unanimità la violazione dell’art. 3.
Pur non sottovalutando le enormi difficoltà che gli Stati incontrano nel tutelare le loro comunità dagli attacchi terroristici, ha affermato che la protezione accordata dall’art. 3 Cedu deve essere assoluta, con il conseguente obbligo di non estradare od espellere “chiunque” – ovvero indipendentemente dal tipo di infrazione e dalla pericolosità del soggetto – che, nel paese di ricezione, corra il rischio reale di essere soggetto a trattamenti inumani. La protezione accordata da tale norma – ha precisato la Corte – è invero più vasta di quella prevista in gli articoli 32 e 33 della convenzione del 1951 delle Nazioni Unite sulla condizione dei rifugiati.
Nel verificare il rischio a cui sarebbe stato esposto il ricorrente, la Corte ha tenuto conto dei rapporti stilati dalle organizzazioni internazionali sui diritti dell’uomo sulla Tunisia, che descrivono una situazione preoccupante (numerosi casi di tortura e di trattamenti inumani riservati alle persone accusate di terrorismo, per estorcere loro confessioni).
Le stesse autorità tunisine tra l’altro non avevano fornito assicurazioni sufficienti per dimostrare la protezione del ricorrente dal rischio di un trattamento inumano.
È da segnalare infine l’interessante opinione concorrente del Giudice Zupanic sui concetti della dottrina probatoria di “onere della prova” e “rischio di non persuasione” utilizzati nel caso in esame per stabilire la probabilità di un evento futuro.