Fecondazione omologa post mortem: il figlio prende il cognome del padre defunto

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Il figlio nato a seguito di procreazione medicalmente assistita (PMA) con il seme del marito morto è da considerarsi figlio nato nel matrimonio della coppia qualora il marito sia morto dopo aver prestato il consenso alla PMA e prima della formazione dell’embrione avvenuta con il proprio seme precedentemente crioconservato.
Quel che rileva per potere affermare che il nato sia figlio del marito deceduto ai senso dell’ art. 8 della legge n. 40/2004 è il consenso espresso congiuntamente dai coniugi al ricorso alle tecniche di P.M.A., secondo quanto stabilito dall’art. 6 della medesima legge, e mantenuto fermo dal marito fino alla data della morte.
In questo caso, benché manchi il requisito dell’esistenza in vita di tutti i soggetti al momento della fecondazione dell’ovulo, deve ritenersi che, una volta avvenuta la nascita, il figlio possa avere come padre colui che ha espresso il proprio consenso senza mai revocarlo, dovendosi individuare in questo preciso momento la consapevole scelta della genitorialità.
Tale scelta interpretativa si basa sulla rilevanza che assume la discendenza biologica, tra l’uomo che ha espresso comunque un consenso alle tecniche di PMA, autorizzando l’utilizzazione del proprio seme precedentemente prelevato e crioconservato, ed il nato, e prescinde da ogni considerazione del tempo in cui sono avvenuti il concepimento e la nascita.
La Suprema Corte ha quindi enunciato il seguente principio di diritto:
“La L. 19 febbraio 2004, n. 40, art. 8, recante lo status giuridico del nato a seguito dell’applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita, è riferibile anche all’ipotesi di fecondazione omologa post mortem avvenuta mediante utilizzo del seme crioconservato di colui che, dopo avere prestato, congiuntamente alla moglie o alla convivente, il consenso all’accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita, ai sensi dell’art. 6 della medesima legge, e senza che ne risulti la sua successiva revoca, sia poi deceduto prima della formazione dell’embrione avendo altresì autorizzato, per dopo la propria morte, la moglie o la convivente all’utilizzo suddetto. Ciò pure quando la nascita avvenga oltre i trecento giorni dalla morte del padre”.