Illegittimo il blocco della rivalutazione delle pensioni al di sopra di tre volte il trattamento minimo Inps

Corte Costituzionale, 30 aprile 2015, n. 70

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 Illegittimo il blocco della rivalutazione delle pensioni al di sopra di tre volte il trattamento minimo Inps

Illegittimo il blocco della rivalutazione delle pensioni al di sopra di tre volte il trattamento minimo Inps previsto dal decreto Salva Italia

La Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 24, comma 25, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (cosiddetto Decreto Salva Italia recante Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 214, nella parte in cui prevede(va) che:
«In considerazione della contingente situazione finanziaria, la rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici, secondo il meccanismo stabilito dall’art. 34, comma 1, della legge 23 dicembre 1998, n. 448, è riconosciuta, per gli anni 2012 e 2013, esclusivamente ai trattamenti pensionistici di importo complessivo fino a tre volte il trattamento minimo INPS, nella misura del 100 per cento».
La misura era stata decisa dal governo Monti al fine di far quadrare i conti dello Stato ed ha assicurato un risparmio di spesa di almeno 3,1 miliardi l’anno.
Nel dettaglio, si prevedeva che l’adeguamento all’inflazione (del 2,7 per cento per il 2012 e del 3 per cento per il 2013) fosse riconosciuto solo ai trattamenti non superiori a tre volte il trattamento minimo delle pensioni INPS e, quindi, la rivalutazione monetaria era stata conservata solamente per le pensioni non superiori a 1.400 euro mensili lorde dell’epoca.
I giudici della Corte Costituzionale hanno stabilito che lo Stato può sì applicare in modo limitato la rivalutazione dei trattamenti pensionistici, ma lo deve fare secondo seguendo alcuni criteri e bilanciando le esigenze dei conti pubblici con quelli dei pensionati. Gli interventi non devono essere ripetuti nel tempo, devono essere ragionevoli ed adeguatamente motivati.
Nelle motivazioni è stato spiegato che «l’interesse dei pensionati, in particolar modo di quelli titolari di trattamenti previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto a una prestazione previdenziale adeguata. Tale diritto, costituzionalmente fondato, risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio. Risultano, dunque, intaccati i diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale, fondati su inequivocabili parametri costituzionali: la proporzionalità del trattamento di quiescenza, inteso quale retribuzione differita (art. 36, primo comma, Cost.) e l’adeguatezza (art. 38, secondo comma, Cost.). Quest’ultimo è da intendersi quale espressione certa, anche se non esplicita, del principio di solidarietà di cui all’art. 2 Cost. e al contempo attuazione del principio di eguaglianza sostanziale di cui all’art. 3, secondo comma, Cost.».

Testo integrale della sentenza:

Corte Costituzionale, 30 aprile 2015, n. 70