Illegittimo il blocco della contrattazione collettiva nel pubblico impiego per il periodo 2010 – 2014.

Corte Costituzionale, 23 luglio 2015, n. 178

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 Illegittimo il blocco della contrattazione collettiva nel pubblico impiego per il periodo 2010 – 2014.

È costituzionalmente illegittimo a decorrere dal giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, il regime di sospensione della contrattazione collettiva nel pubblico impiego per il periodo 2010 – 2014, risultante dagli artt. 16, comma 1, lettera b ), del d.l. 6 luglio 2011, n. 98 (convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 15 luglio 2011, n. 111), come specificato dall’art. 1, comma 1, lettera c ), primo periodo, del d.P.R. 4 settembre 2013, n. 122; 1, comma 453, della legge 27 dicembre 2013, n. 147; 1, comma 254, della legge 23 dicembre 2014, n. 190.
Le norme impugnate dai giudici rimettenti e le norme sopravvenute della legge di stabilità per il 2015, susseguitesi senza soluzione di continuità e accomunate da analoga direzione finalistica, violano la libertà sindacale garantita dall’art. 39, primo comma, Cost.
La predetta scansione temporale preclude considerazione atomistica della sospensione della contrattazione economica per il periodo 2013 – 2014, avulsa dalla successiva proroga. Il “blocco”, quindi, così come emerge da tutte le disposizioni che ne definiscono la durata complessiva, deve essere colto in una prospettiva unitaria.
L’estensione fino al 2015 delle misure che inibiscono la contrattazione economica e che, già per il 2013 – 2014, erano state definite eccezionali, svela la vocazione strutturale del regime di proroghe, di per sé lesivo della libertà sindacale. Il reiterato protrarsi del blocco delle procedure di contrattazione economica altera la dinamica negoziale in un settore nel quale il contratto collettivo svolge un ruolo centrale, ponendosi, per un verso, come strumento di garanzia della parità di trattamento dei lavoratori, e, per altro verso, come fattore propulsivo della produttività e del merito.
Se i periodi di sospensione delle procedure “negoziali e contrattuali” non possono essere ancorati al rigido termine di un anno, individuato dalla giurisprudenza costituzionale in relazione a misure diverse e a un diverso contesto di emergenza, è parimenti innegabile che essi debbano essere comunque definiti e non possano essere protratti ad libitum.
Il carattere ormai sistematico di tale sospensione sconfina, dunque, in un bilanciamento irragionevole tra libertà sindacale – indissolubilmente connessa con altri valori di rilievo costituzionale e già vincolata da limiti normativi e da controlli contabili penetranti (artt. 47 e 48 del d.lgs. n. 165 del 2001) – ed esigenze di razionale distribuzione delle risorse e controllo della spesa, all’interno di una coerente programmazione finanziaria. L’affiorare della natura strutturale della sospensione della contrattazione ha reso non più tollerabile il sacrificio del diritto fondamentale tutelato dall’art. 39 Cost. e ha determinato la sopravvenuta illegittimità costituzionale della normativa de qua. Rimossi in tal modo i limiti che si frappongono allo svolgimento delle procedure riguardanti la parte economica, sarà compito del legislatore, senza obbligo di risultato, dare nuovo impulso all’ordinaria dialettica contrattuale, nel rispetto dei vincoli di spesa.
Per il periodo già trascorso restano impregiudicati gli effetti economici derivanti dalla disciplina censurata.

Testo integrale della sentenza:

Corte Costituzionale, 23 luglio 2015, n. 178