Incostituzionale la legge Fini-Giovanardi che ha equiparato droghe pesanti e leggere. Tornano pene più miti per gli illeciti concernenti le cosiddette “droghe leggere” .

Corte Costituzionale, 12 febbraio 2014, n. 32

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La Corte Costituzionale, nella seduta del 12 febbraio 2014, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale degli artt. 4-bis e 4-vicies ter del d.l. 30 dicembre 2005, n. 272 (cd. Legge Fini-Giovanardi), come convertito con modificazioni dall’art. 1 della legge 21 febbraio 2006, n. 49, così rimuovendo le modifiche apportate con le norme dichiarate illegittime agli articoli 73, 13 e 14 del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico in materia di stupefacenti).
A sollevare la questione di legittimità era stata la Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione, in merito alle norme in materia di droga che erano state inserite con un emendamento, in fase di conversione, nel decreto legge sulle Olimpiadi invernali di Torino del 2006, quindi in un contesto totalmente estraneo a quello ipotizzabile per una regolamentazione delle droghe.
Il titolo del decreto legge è oltremodo esemplificativo “Misure urgenti per garantire la sicurezza ed i finanziamenti per le prossime Olimpiadi invernali, nonché la funzionalità dell’Amministrazione dell’interno. Disposizioni per favorire il recupero di tossicodipendenti recidivi e modifiche al testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309”.
L’incostituzionalità è stata dichiarata dunque per violazione dell’art. 77, secondo comma, della Costituzione, che regola la procedura di conversione dei decreti-legge e ciò in quanto nella norma di conversione furono inseriti emendamenti estranei all’oggetto e alle finalità del decreto.
Il Governo, nell’adottare il DL, avrebbe utilizzato poteri che gli sono concessi solo in situazioni di urgenza e necessità; invece, nel caso di specie, non ricorreva alcun “evento improvviso e straordinario” che ponesse l’esigenza di una modifica della precedente normativa.
Bocciata la legge Fini-Giovanardi, che equipara droghe leggere e pensanti, torna a rivivere la legge Iervolino-Vassalli, come modificata dal referendum del ‘93, che prevede pene più basse per le droghe leggere.
Specifica la Consulta in calce al corpo motivazionale della sentenza:
«…riprende applicazione l’art. 73 del d.P.R. n. 309 del 1990 nel testo anteriore alle modifiche con queste apportate, resta da osservare che, mentre esso prevede un trattamento sanzionatorio più mite, rispetto a quello caducato, per gli illeciti concernenti le cosiddette “droghe leggere” (puniti con la pena della reclusione da due a sei anni e della multa, anziché con la pena della reclusione da sei a venti anni e della multa), viceversa stabilisce sanzioni più severe per i reati concernenti le cosiddette “droghe pesanti” (puniti con la pena della reclusione da otto a venti anni, anziché con quella da sei a venti anni).
È bene ribadire che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, sin dalla sentenza n. 148 del 1983, si è ritenuto che gli eventuali effetti in malam partem di una decisione della Corte non precludono l’esame nel merito della normativa impugnata, fermo restando il divieto per la Corte (in virtù della riserva di legge vigente in materia penale, di cui all’art. 25 Cost.) di «configurare nuove norme penali» (sentenza n. 394 del 2006), siano esse incriminatrici o sanzionatorie, eventualità questa che non rileva nel presente giudizio, dal momento che la decisione della Corte non fa altro che rimuovere gli ostacoli all’applicazione di una disciplina stabilita dal legislatore.

Quanto agli effetti sui singoli imputati, è compito del giudice comune, quale interprete delle leggi, impedire che la dichiarazione di illegittimità costituzionale vada a detrimento della loro posizione giuridica, tenendo conto dei principi in materia di successione di leggi penali nel tempo ex art. 2 cod. pen., che implica l’applicazione della norma penale più favorevole al reo.

Analogamente, rientra nei compiti del giudice comune individuare quali norme, successive a quelle impugnate, non siano più applicabili perché divenute prive del loro oggetto (in quanto rinviano a disposizioni caducate) e quali, invece, devono continuare ad avere applicazione in quanto non presuppongono la vigenza degli artt. 4-bis e 4-vicies ter, oggetto della presente decisione».

Testo integrale della sentenza:

Corte Costituzionale, 12 febbraio 2014, n. 32