Infortunio sul lavoro: la condotta colposa del dipendente non esclude la responsabilità del datore di lavoro.

Cassazione civile, sez. lavoro, 4 febbraio 2013, n. 2512

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 Infortunio sul lavoro: la condotta colposa del dipendente non esclude la responsabilità del datore di lavoro.

In caso di accertata violazione delle norme antinfortunistiche, il datore di lavoro è sempre responsabile dell’infortunio occorso al lavoratore, anche se la condotta di quest’ultimo ha avuto un’efficienza causale nella determinazione dell’evento lesivo, in quanto caratterizzata da negligenza o imprudenza. Pertanto la responsabilità conseguente alla violazione di norme poste a tutela dell’integrità fisica del lavoratore va addebitata interamente al datore di lavoro, il quale non potrà invocare un concorso di colpa del danneggiato ai sensi dell’art. 1227 cod. civ., purché la condotta imprudente di quest’ultimo sia attuativa di uno specifico ordine di servizio.
Infatti la condotta del dipendente può determinare un esonero totale della responsabilità dell’imprenditore solo allorquando venga accertata “l’indipendenza del comportamento del lavoratore dalla sfera di organizzazione e dalle finalità del lavoro, e, con essa, l’estraneità del rischio affrontato a quello connesso alle modalità ed esigenze del lavoro da svolgere” (Cass., sez. lav., 25.02.2011, n. 4656), tale da porsi come causa esclusiva dell’evento.

Il datore è pertanto responsabile dell’infortunio del lavoratore sia nel caso in cui non abbia adottato le misure di protezione imposte dalla legge, sia quando non accerti e vigili che di queste misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, sempre se lo stesso si sia limitato ad eseguire le direttive impartite all’interno del procedimento lavorativo, o direttamente dall’imprenditore o per il tramite del preposto alla sicurezza.

La Suprema Corte, in considerazione dei principi richiamati, conferma la decisione della Corte territoriale, condannando in solido al risarcimento del danno la società datrice di lavoro e il preposto, quest’ultimo per non essersi preoccupato di verificare la regolare adozione dei dispositivi di sicurezza, costringendo i dipendenti a lavorare in condizioni estremamente precarie dal punto di vista della sicurezza.
La Cassazione rigetta inoltre il motivo di ricorso con cui la società si doleva del disposto cumulo degli accessori di legge, sostenendo che il credito da danno biologico e morale non costituisce un credito da lavoro per il quale possa applicarsi l’art. 429 c.p.c.
In merito alla dedotta questione del divieto di cumulo degli accessori, la Suprema Corte ribadisce quanto affermato in precedenza (v. Cass., sez. lavoro, 01.07.2011, n. 14507) ovvero che “la domanda proposta dal lavoratore contro il datore di lavoro volta a conseguire il risarcimento del danno sofferto per la mancata adozione, da parte dello stesso datore, delle misure previste dall’art. 2087 cod. civ., non ha natura previdenziale perché non si fonda sul rapporto assicurativo configurato dalla normativa in materia, ma si ricollega direttamente al rapporto di lavoro, dando luogo ad una controversia di lavoro disciplinata quanto agli accessori del credito dal terzo comma dell’art. 429 cod. proc. civ.. Ne consegue che non opera il divieto di cumulo di interessi e rivalutazione stabilito per i crediti previdenziali dall’art. 16, sesto comma, della legge n. 412 del 1991”.