Legittimo il raddoppio del contributo unificato se l’appello viene respinto integralmente o dichiarato inammissibile.

Corte Costituzionale, 30 maggio 2016, n. 120

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 Legittimo il raddoppio del contributo unificato se l’appello viene respinto integralmente o dichiarato inammissibile.

È inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 13, comma 1-quater, del DPR 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia), sollevata, in riferimento all’art. 53 della Costituzione.
Detta norma prevede chequando l’impugnazione, anche incidentale, è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale.
Secondo la Consulta il regime del raddoppio del contributo unificato accomuni tutti i casi di esito negativo dell’appello, essendo previsto per le ipotesi del rigetto integrale o della definizione in rito sfavorevole all’appellante. In tale categoria rientra l’improcedibilità comminata dall’art. 348, secondo comma, cod. proc. civ., ma non l’ipotesi di cancellazione della causa dal ruolo per inattività di ambo le parti ed estinzione del processo.
In secondo luogo, come evidenziato dalla giurisprudenza di legittimità (Corte di cassazione, sesta sezione civile, ordinanza 2 luglio 2015, n. 13636, e sentenza 15 settembre 2014, n. 19464), la norma censurata risponde alla ratio, evidente nei casi di reiezione in rito, di scoraggiare le impugnazioni dilatorie o pretestuose.
Tale ratio non è ravvisabile nella fattispecie di cui all’art. 181 cod. proc. civ., la quale prescinde dalla unilaterale utilizzazione impropria del gravame, ma riguarda soltanto l’omologa condotta omissiva delle parti – alla luce dell’orientamento assolutamente prevalente nella giurisprudenza di legittimità (ex multis, Corte di cassazione, sesta sezione civile, sentenza 12 febbraio 2015, n. 2816), secondo cui la mancata presenza alla prima udienza ed alla successiva dell’appellante e dell’appellato costituito determina la cancellazione della causa dal ruolo e l’estinzione del processo (anziché l’improcedibilità dell’appello) – con la conseguenza che la funzione deterrente riconosciuta alla norma censurata non avrebbe modo di esprimersi.
Considerato infine che il raddoppio del contributo unificato è previsto a parziale ristoro dei costi del vano funzionamento dell’apparato giudiziario o della vana erogazione delle limitate risorse a sua disposizione (Corte di cassazione, sesta sezione civile, sentenza 27 marzo 2015, n. 6280, e ordinanza 13 maggio 2014, n. 10306, nonché Corte di cassazione, terza sezione civile, sentenza 14 marzo 2014, n. 5955), deve sottolinearsi come tale inutile dispendio di energie processuali e di correlati costi non caratterizzi la fattispecie di cui agli artt. 181 e 309 cod. proc. civ.
La loro applicazione e la conseguente emissione di un provvedimento di cancellazione della causa dal ruolo e di estinzione del processo richiedono, infatti, la mancata comparizione di tutte le parti alla prima udienza ed a quella successiva alla quale la causa sia stata rinviata, nell’assunto che tale comportamento costituisca una tipica manifestazione di disinteresse alla prosecuzione del processo.
Detto disinteresse, emergendo dopo la costituzione delle parti in secondo grado – quando le stesse hanno già disvelato le rispettive tesi difensive e dopo l’eventuale adozione dei provvedimenti sull’esecuzione provvisoria della sentenza impugnata – ed accomunandole nella condotta processuale, è verosimile espressione della comune decisione di non comparire e, non di rado, di coordinamento o accordo tra le parti stesse.
Tali peculiarità rispetto alla fattispecie della mancata comparizione del solo appellante alla prima udienza impediscono di considerare alla stessa stregua la contemporanea mancata comparizione di tutte le parti del giudizio di appello, epilogo presumibile indice di una composizione stragiudiziale della controversia potenzialmente frutto del precedente dispendio di energie processuali. In tal caso non avrebbe quindi senso – a riprova della differenza intercorrente con la fattispecie dell’improcedibilità – sanzionare la condotta della (sola) parte appellante, peraltro omologa a quella dell’appellato, scoraggiando un esito auspicabile sotto il profilo dell’economia processuale oltre che dell’assetto sostanziale degli interessi in conflitto.