Limiti del segreto dei ministri di culto religioso

Cassazione penale, sez. VI, 15 dicembre 2016, n. 6912

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 Limiti del segreto dei ministri di culto religioso

Il segreto ministeriale va oltre il segreto confessionale, si estende alle altre attività connesse all’esercizio del ministero religioso ma non può riguardare ogni conoscenza acquisita dagli ecclesiastici, ad esempio nell’ambio di una attività sociale.

In tema di prova testimoniale, il “segreto ministeriale”, previsto dall’art. 200 c.p.p. e dall’art. 4, della Legge 25 marzo 1985, n. 121 (Accordi di Villa Madama) per tutti i ministri delle confessioni religiose nonché, per i ministri di culto cattolico, non comprende solo le notizie apprese nel sacramento della confessione, ma tutte quelle acquisite nell’ambito delle attività connesse all’esercizio del ministero religioso, con esclusione delle informazioni di cui si è avuta conoscenza nell’ambito dell’attività “sociale” svolta dagli ecclesiastici.
In particolare l’art. 4, 4° comma della Legge 121/1985 prevede che “Gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero”
Secondo la S.C. «Può ritenersi indubbio che si vada ben oltre il concetto di “segreto confessionale”, sia perché una specificazione di un tale maggiore limite sarebbe stata ovvia in una legge che disciplina i rapporti con la Chiesa cattolica romana – utilizzando quindi espressioni chiare e riferibili alle regole di tale confessione religiosa – e sia perché vi corrisponde la dizione dell’art. 200 c.p.p.. Quest’ultimo prevede l’ambito di segreto del “ministero” in generale per tutti i ministri di confessioni religiose, anche quelle che non hanno il “segreto confessionale”; quindi sarebbe ingiustificata una lettura nel senso che per le altre religioni valga il più ampio segreto a protezione dell’esercizio del più ampio ministero e, per la religione cattolica, quella del più limitato ambito della confessione.
Ciò, ovviamente, non significa che il segreto possa investire qualsiasi conoscenza dell’ecclesiastico bensì riguarda solo quella acquisita dell’ambito di attività connesse all’esercizio del ministero religioso».
Nella fattispecie, in applicazione di tale principio, la Corte ha rigettato i ricorsi proposti dagli imputati, rispettivamente una suora e un sacerdote, condannati per il reato di falsa testimonianza, ritenendo escluse dal segreto ministeriale le informazioni apprese da una giovane, vittima di reiterate violenze sessuali di gruppo, che si era rivolta al sacerdote chiedendo aiuto ed era stata da questo affidata alla suora.