Il liquidatore che si autopaga commette appropriazione indebita.

Cassazione penale, sez. II, 11 febbraio 2009, n. 6080

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 Il liquidatore che si autopaga commette appropriazione indebita.

Commette il reato di appropriazione indebita il liquidatore di una società che si auto liquida ed incassa il compenso per l’opera professionale prestata così determinandone autonomamente l’ammontare e senza attendere l’autorizzazione formale dell’assemblea.
Così la Seconda Sezione Penale della Corte di Cassazione che ha quindi precisato:
«in virtù di insegnamento giurisprudenziale antico e costante di lunghissimo tempo – dal quale non vi è motivo alcuno di discostarsene – il soggetto attivo del reato p. e p. ex art. 646 c.p. non può ritenere scriminata la condotta contestatagli (né invocare un asserito carattere non ingiusto del profitto) eccependo un credito che non sia certo, liquido ed esigibile; infatti resta ingiusto il profitto che l’agente intenda realizzare in virtù di una pretesa che avrebbe dovuto far valere, proprio perché non compiutamente definita nelle specifiche necessarie connotazioni certezza, liquidità ed esigibilità, soltanto con i mezzi leciti e legali postigli a disposizione dall’ordinamento giuridico. In altre parole il tal caso il profitto è pur sempre ingiusto perché l’azione risulta posta in essere per conseguire quello che non è dovuto o non è ancora dovuto».