Il reato di maltrattamenti in famiglia può sussistere anche dopo la separazione dei coniugi.

Cassazione penale, sez. III, 17 gennaio 2013, n. 2328

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A seguito di numerose querele sporte da una donna nei confronti del coniuge, quest’ultimo viene imputato e condannato sia in primo grado che in appello per i reati di molestie, ingiurie, lesioni personali, violenza sessuale e infine per il reato di maltrattamenti in famiglia. I difensori dell’imputato propongono ricorso in Cassazione eccependo sostanzialmente varie doglianze di carattere probatorio, volte a far accertare la carenza dell’istruzione dibattimentale posta in essere dai giudici di prime cure.
Tuttavia ciò che interessa porre in rilievo in questa sede è l’ulteriore motivo di ricorso proposto dai legali del reo, con il quale contestavano la presentazione tardiva della querela per il reato di violenza sessuale e l’insussistenza del reato di maltrattamenti in famiglia di cui all’art. 572 cod. pen..
L’art. 609 septies prevede alcune disposizioni derogatorie della norma generale regolatrice dell’atto di querela, in quanto afferma che il termine per la proposizione della querela per il delitto di cui all’art. 609 bis cod. pen. (“Violenza sessuale”) è di sei mesi e una volta proposta diventa irrevocabile. Nel caso di specie la querela era stata proposta oltre il termine previsto per il reato contestato, ma tale doglianza avrebbe dovuta essere fatta valere dinanzi i giudici di merito e non in Cassazione.
Tuttavia la Suprema Corte, pur potendosi limitare a dichiarare l’inammissibilità di tale specifico motivo di ricorso per la ragione anzidetta, coglie l’occasione per precisare che il reato di violenza sessuale nel caso concreto viene considerato procedibile grazie alla qualificazione giuridica degli episodi violenti come reato di maltrattamenti in famiglia, in ragione dell’applicazione dell’aggravante di cui all’art. 609 septies n. 4 cod. pen. che prevede la procedibilità d’ufficio nel caso in cui il reato di violenza sessuale sia connesso con un altro per il quale si deve procedere d’ufficio. I legali del reo avevano però contestato in ricorso anche la configurabilità del reato di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.), in quanto il condannato aveva compiuto gli episodi di violenza in un periodo temporale in cui la comunione di vita e la convivenza dei coniugi si era interrotta, senza aver più alcun seguito.
Anche tale eccezione avrebbe dovuta essere presentata dinanzi i giudici di merito e non in Cassazione, tuttavia la Corte ne approfitta per sancire definitivamente il principio di diritto già espresso in precedenza secondo cui “il reato di maltrattamenti può sussistere anche quando la convivenza sia cessata e quindi anche dopo la separazione dei coniugi, che lascia integro il dovere di rispetto reciproco, di assistenza morale e materiale, di solidarietà nascenti dal rapporto coniugale”.
 

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