Misura cautelare e valutazione del pericolo di reiterazione del reato.

Cassazione penale, sez. VI, 3 ottobre 2013, n. 40954

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«Il parametro della concretezza del pericolo di reiterazione di reati della stessa indole non può essere affidato ad elementi meramente congetturali ed astratti, ma a dati di fatto oggettivi ed indicativi delle inclinazioni comportamentali e della personalità dell’indagato, tali da consentire di affermare che quest’ultimo possa facilmente, verificandosene l’occasione, commettere detti reati».
In applicazione del suesposto principio la Suprema Corte ha annullato la misura cautelare degli arresti domiciliari inflitta ad un incaricato di pubblico servizio condannato per il delitto di peculato, per aver indebitamente utilizzato una carta di credito collegata al conto della società a partecipazione pubblica di cui all’epoca il medesimo era amministratore.
La Corte ha precisato che l’intrattenimento del rapporto lavorativo da parte del reo con altra amministrazione pubblica non giustifica di per sé l’applicazione della specifica misura cautelare, in quanto occorre che “a supporto del ritenuto pericolo di recidiva vengano evidenziati in modo puntuale e logico circostanze di fatto che rendono probabile che l’agente, pur in una diversa posizione soggettiva, possa continuare a porre in essere condotte antigiuridiche aventi lo stesso rilievo ed offensive della stessa categoria di beni e valori di appartenenza del reato commesso”.

La mera perduranza del rapporto lavorativo con diversa amministrazione pubblica non rappresenta dunque elemento sufficiente ai fini dell’applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari, in assenza di specifico e concreto approfondimento dei giudici di merito sulle funzioni esercitate dal condannato in quest’ultimo ente, tali da poter far ritenere sussistente il pericolo di recidiva della condotta criminosa contestata.