Risponde di omissione di atti d’ufficio il chirurgo reperibile che rifiuta di tornare in ospedale a prescindere dall’effettiva necessità di intervento.

Cassazione penale, sez. VI, 30 dicembre 2008, n. 48379

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«L’istituto della “reperibilità” o di “pronta disponibilità” costituisce una modalità organizzativa dei servizi prestati dalle aziende sanitarie ed è disciplinato dall’art. 25 del DPR 25 giugno 1983, n. 348, recante trattamento del personale delle unità sanitarie locali, successivamente sempre richiamato o ripreso dai contratti collettivi nazionali dell’area della dirigenza medico-veterinaria del servizio sanitario nazionale.
Tale servizio è caratterizzato dall’immediata reperibilità del dipendente e dall’obbligo per lo stesso di raggiungere il presidio nel più breve tempo possibile dalla chiamata.
[…]
Il chirurgo in servizio di reperibilità è tenuto a recarsi prontamente al reparto ospedaliero di pertinenza nel momento in cui il collega già presente in ospedale ne sollecita l’ausilio in relazione alla ravvisata urgenza di un intervento chirurgico.
L’urgenza ed il relativo obbligo di recarsi subito in ospedale per sottoporre a visita il soggetto infermo vengono cioè a configurarsi in termini formali, senza possibilità di sindacato a distanza da parte del chiamato; pertanto il rifiuto penalmente rilevante ai sensi dell’art. 328, comma primo cod. pen. (rifiuto di atti d’ufficio) si consuma con la violazione del suddetto obbligo e la responsabilità non appare tecnicamente connessa alla effettiva ricorrenza della prospettata necessità ed urgenza dell’operazione chirurgica.

L’art 328 c.p. delinea una fattispecie penale volta ad assicurare il regolare funzionamento della pubblica amministrazione, imponendo ai pubblici funzionari di assolvere, con scrupolo e tempestività ai doveri inerenti alla loro attività funzionale al fine di prevenire situazioni di pericolo in materia di giustizia o sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità».

Nel caso di specie ciò che è stato correttamente ascritto e addebitato al medico imputato non è l’omesso intervento chirurgico, che peraltro in una visita immediatamente precedentemente era stato ritenuto non necessario, bensì il rifiuto indebito dell’atto dovuto – ossia il pronto ritorno in ospedale al fine di una nuova valutazione sulla necessità di operazione chirurgica – richiestogli reiteratamente dai medici presenti in reparto.
L’urgenza dell’atto derivava direttamente dalla dettagliata e allarmata valutazione resa dai medici che avevano proceduto a visita della paziente, successivamente a quella effettuata dall’imputato.
Questi non era certo obbligato a condividere la valutazione dei suoi colleghi, ma ciò non poteva fare senza procedere a nuova diretta visita, essendogli stata rappresentata una situazione di progressivo aggravamento delle condizioni fisiche della donna ricoverata.