Condanna per peculato d’uso ed incandidabilità alla carica di sindaco: incostituzionale il d.l. 80/2004

Corte costituzionale, 23 maggio 2007, n. 171

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 Condanna per peculato d’uso ed incandidabilità alla carica di sindaco: incostituzionale il d.l. 80/2004

È costituzionalmente illegittimo, per violazione dell’art. 77 cost., l’art. 7 comma 1 lett. a) d.l. n. 80 del 2004, conv., con modificazioni, in l. n. 140 del 2004, che (inserendo all’art. 58 comma 1 lett. b), del testo unico degli enti locali, dopo il n. 314 le parole “comma 1”) ha eliminato quale causa di incandidabilità l’aver riportato condanna definitiva per il delitto di peculato d’uso.

La Corte costituzionale ha dichiarato la illegittimità costituzionale, per evidente carenza dei presupposti della straordinaria necessità ed urgenza di cui all’art. 77 Cost., dell’art. 7, comma 1, lettera a), del decreto-legge 29 marzo 2004, n. 80 (Disposizioni urgenti in materia di enti locali), convertito, con modificazioni, nella legge 28 maggio 2004, n. 140, il quale aveva recato modifiche all’art. 58, comma 1, lettera b), del d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), escludendo che la condanna per peculato d’uso costituisse causa di incandidabilità alla carica di sindaco e, poi, di decadenza dalla stessa.
Sottolineata la estraneità della norma censurata – attinente alla materia elettorale – alla disciplina degli enti locali, in relazione alla quale soltanto risultava effettuata dal Governo la valutazione della necessità e della urgenza idonea a giustificare la emanazione del decreto legge in cui la norma stessa era stata inserita, il giudice delle leggi ha riaffermato che il difetto dei predetti requisiti, una volta intervenuta la legge di conversione, si traduce in un vizio in procedendo della legge medesima ( v. già, sul punto, le sentenze n. 341 del 2003 e 29 del 1995; per un diverso orientamento, v. le sentenze n. 330 del 1996, n. 49 del 2000 e n. 29 del 2002), precisando, inoltre, che la utilizzazione del decreto legge – e l’assunzione di responsabilità per il Governo che ne consegue – non può essere sostenuta dalla apodittica enunciazione della esistenza delle ragioni di necessità ed urgenza, né può esaurirsi nella constatazione della ragionevolezza della disciplina introdotta.

Massima tratta da: Massimario della Corte di Cassazione