Pensione di reversibilità solo se previsto l’assegno di divorzio

Cassazione civile, sez. lavoro, 19 aprile 2019, n. 11129

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 Pensione di reversibilità solo se previsto l’assegno di divorzio

Pensione di reversibilità solo se previsto l’assegno divorzio e se il coniuge superstite non sia passato a nuove nozze

Ai sensi della L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 9 (come sostituito dalla L. 6 marzo 1987, n. 74, art. 13), il coniuge rispetto al quale sia stata pronunciata la sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio e che non sia passato a nuove nozze, può vantare il diritto, in caso di morte dell’ex coniuge, all’attribuzione della pensione di reversibilità (a tenore del comma 2, della disposizione sopra richiamata) o di una quota di questa, secondo quanto dettato dal successivo comma 3, per l’ipotesi che esista un coniuge superstite avente i requisiti per goderne e con il quale debba concorrere, subordinatamente alla presenza della condizione, espressamente posta dalla norma, che l’istante sia “titolare” dell’assegno di cui alla citata L. n. 898 del 1970, art. 5, come modificato dalla parimenti citata L. n. 74 del 1987, art. 9.
Al riguardo, malgrado non siano mancate talune (minoritarie) pronunce di segno contrario (così, Cass. 17 gennaio 2000, n. 457; Cass. 25 marzo 2005, n. 6429), la prevalente giurisprudenza della Suprema Corte si è orientata nel senso di ritenere che il riconoscimento del diritto del coniuge divorziato alla pensione di reversibilità o ad una quota di essa in caso di concorso con altro coniuge superstite, di cui alla L. n. 898 del 1970, menzionato art. 9, commi 2 e 3, e successive modificazioni, presuppone che il richiedente, al momento della morte dell’ex coniuge, risulti titolare di assegno di divorzio che, a norma della L. n. 898 del 1970, richiamato art. 5, e successive modificazioni, sia stato giudizialmente riconosciuto dal Tribunale, dietro proposizione della relativa domanda e nel concorso dei relativi presupposti (mancanza di mezzi adeguati o impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive), attraverso la sentenza che abbia pronunciato lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio ovvero attraverso la successiva sentenza emessa in sede di revisione, non essendo sufficiente che detto richiedente versi nelle condizioni per ottenere l’assegno in parola e neppure che, in via di fatto o anche per effetto di private convenzioni intercorse tra le parti, abbia ricevuto regolari erogazioni economiche dal de cuius quando questi era in vita (Cass. 27 novembre 2000, n. 15242; Cass. 18 luglio 2002, n. 10458; Cass. 10 ottobre 2003, n. 15148; Cass. 5 agosto 2005, n. 16560; Cass. 13 marzo 2006, n. 5422; Cass. 29 settembre 2006, n. 21129).
La L. 28 dicembre 2005, n. 263, all’art. 5, il quale costituisce norma interpretativa e, quindi, retroattiva nonché applicabile ai giudizi in corso (cfr. Corte Cost. n. 374 del 2002), stabilisce che “Le disposizioni di cui alla L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 9, commi 2 e 3, e successive modificazioni, si interpretano nel senso che per titolarità dell’assegno ai sensi dell’art. 5, deve intendersi l’avvenuto riconoscimento dell’assegno medesimo da parte del Tribunale ai sensi della citata L. n. 898 del 1970, predetto art. 5”å