La procura alle liti: un’approfondita analisi delle sezioni unite.

Cassazione civile, sez. unite, 14 marzo 2016, n. 4909

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 La procura alle liti: un’approfondita analisi delle sezioni unite.

La procura alle liti
La procura alle liti è l’atto formale con il quale si attribuisce al difensore lo ius postulandi, il “ministero” di rappresentare la parte nel processo.
La procura ad litem ex art. 83 c.p.c. è negozio unilaterale processuale, formale ed autonomo, che investe della rappresentanza in giudizio il difensore e si distingue dal presupposto rapporto c.d. interno, il quale ha fonte nel contratto di prestazione d’opera professionale stipulato tra quest’ultimo e la parte -o chi per essa.
La legge non determina il contenuto necessario della procura, limitandosi a distinguere tra procura generale e speciale ( art. 83, 2° co., c.p.c. ), e a stabilire che il difensore può compiere e ricevere, nell’interesse della parte, tutti gli atti del processo che dalla legge non sono ad essa espressamente riservati, mentre non può compiere atti che importano disposizione del diritto in contesa, se non ne ha ricevuto espressamente il potere ( art. 84 c.p.c. ).
Affermatosi che il contenuto della procura alle liti è determinato dalla natura del rapporto controverso e dal risultato perseguito dal mandante nell’intentare la lite o nel resistere ad essa, si è al riguardo da queste Sezioni Unite posto quindi in rilievo che… i poteri processuali risultano al difensore attribuiti direttamente dalla legge, con la procura la parte realizzando «semplicemente una scelta ed una designazione», e non anche un’«attribuzione di poteri», al cui riguardo la volontà della parte è pertanto «irrilevante», potendo assumere invero rilievo esclusivamente al fine della eventuale limitazione dei «poteri del procuratore derivanti dalla legge»
Alla procura alle liti, in assenza di specifica regolamentazione, si applica la disciplina codicistica sulla rappresentanza e sul mandato, avente carattere generale rispetto a quella processualistica, ivi ricompreso in particolare il principio generale posto dall’art. 1708 c.c. secondo cui il mandato comprende tutti gli atti necessari al compimento dell’incarico conferito.

Poteri impliciti nella procura alle liti
Pur in presenza di una procura ad litem di contenuto scarno e generico, si è ritenuto spettare al difensore, che gode di discrezionalità tecnica ( salva la responsabilità verso il mandante per l’eventuale inosservanza delle istruzioni ), di impostare la lite e scegliere la condotta processuale più rispondente agli interessi del proprio rappresentato; proporre tutte le domande comunque ricollegabili all’oggetto originario; fissare con le conclusioni definitive il thema decidendum, salve le espresse limitazioni del mandato.
Si è pertanto riconosciuto il potere del difensore di modificare la condotta processuale in relazione agli sviluppi e agli orientamenti della causa nel senso ritenuto più rispondente agli interessi del proprio cliente, nonché di compiere, con effetto vincolante per la parte, tutti gli atti processuali non riservati espressamente alla stessa, come ad esempio consentire od opporsi alle prove avversarie e di rilevarne l’inutilità, rinunziare a singole eccezioni o conclusioni, ridurre la domanda originaria e rinunziare a singoli capi della domanda, senza l’osservanza di forme.

Poteri esclusi, salvo specifica attribuzione
Si è viceversa escluso che la procura alle liti consenta al difensore di effettuare atti che importino disposizione del diritto in contesa, come transazione, confessione, rinuncia all’azione o all’intera pretesa azionata dall’attore nei confronti del convenuto, rinunzia agli atti del giudizio; nonché di introdurre una nuova e distinta controversia eccedente l’ambito della lite originaria, non potendo essere validamente utilizzata per un rapporto litigioso soggettivamente e oggettivamente diverso da quello per il quale è stata rilasciata.

Particolari poteri e controversie interpretative
La procura alle liti conferisce dunque al difensore il potere di proporre tutte le domande che non eccedano l’ambito della lite originaria.
Al riguardo si sono peraltro registrati non univoci orientamenti interpretativi relativamente, in particolare, alla domanda riconvenzionale; all’appello incidentale; alla chiamata in causa di un terzo.

Potere di proporre domanda riconvenzionale
Quanto alla domanda riconvenzionale risulta ormai superato il risalente orientamento restrittivo al riguardo emerso, essendosi affermato che il mandato ad litem, anche quando sia conferito in calce alla copia notificata della citazione, attribuisce al difensore la facoltà di proporre tutte le difese che siano comunque ricollegabili all’originario oggetto della causa, e quindi anche la domanda riconvenzionale, atteso che quest’ultima, anche quando introduce un nuovo tema di indagine e mira all’attribuzione di un autonomo bene della vita, resta sempre fondamentalmente connotata dalla funzione difensiva di reazione alla pretesa della controparte.

Potere di proporre appello incidentale
Con riferimento all’appello incidentale, queste Sezioni Unite hanno recentemente composto l’insorto contrasto interpretativo pervenendo ad affermare che secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata della normativa processuale, idonea a dare attuazione ai principi di economia processuale e di tutela del diritto di azione e di difesa della parte stabiliti dagli artt. 24 e 111 Cost., deve senz’altro riconoscersi al difensore dell’appellato il potere di proporre appello incidentale anche nel caso in cui la procura sia stata apposta in calce alla copia notificata dell’atto di citazione in appello, ossia ad uno degli atti previsti dall’alt. 83, 3° co., c.p.c., in quanto la facoltà di proporre tutte le domande ricollegabili all’interesse del suo assistito e riferibili all’originario oggetto della causa è attribuita al difensore direttamente dall’alt. 84 c.p.c., e non dalla volontà della parte che conferisce la procura alle liti, rappresentando tale conferimento non un’attribuzione di poteri ma semplicemente una scelta ed una designazione, con la conseguenza che la natura dell’atto con il quale od all’interno del quale viene conferita, o la sua collocazione formale, non costituiscono elementi idonei a limitare l’ambito dei poteri del difensore (v. Cass., Sez. Un., 14/9/2010, n. 19510).

Potere di effettuare una chiamata in causa di terzo
In ordine alla chiamata di un terzo in causa, con particolare riferimento al rapporto di garanzia si è nella giurisprudenza di legittimità generalmente ritenuto il difensore del convenuto abilitato dalia procura conferita per resistere alla domanda attrice a chiamare in causa un terzo in garanzia c.d. propria ( che si ha quando la causa principale e quella accessoria abbiano lo stesso titolo, ovvero quando ricorra una connessione oggettiva tra i titoli delle due domande: v. Cass., 16/4/2014, n. 8898; Cass., 29/07/2009, n. 17688; Cass., 24/01/2007, n. 1515 ), onde sollevare il proprio assistito dall’eventuale soccombenza nei confronti dell’attore, o comunque per esigenze difensive.
Nel sottolineare che la chiamata in causa del terzo in base ad una normale e generica procura originaria è ammissibile qualora la presenza del medesimo costituisca un’esigenza della difesa nel processo, si è al riguardo in particolare sottolineato che allorquando il convenuto per risarcimento di danni abbia conferito il mandato alle liti “con ogni più ampia facoltà di legge”, ed abbia subito indicato quale unico responsabile un terzo, deve ritenersi che la sua reale volontà sia stata quella di conferire al patrono non solo il potere di chiamare in causa il terzo per soddisfare l’esigenza di difesa rispetto alla domanda risarcitoria dell’attore, ma anche il potere di proporre nei confronti del terzo la domanda di risarcimento dei danni, e ciò al fine evidente di conseguire, in un unico processo, la decisione su tutte le pretese.
Si è viceversa escluso che una siffatta procura consenta al difensore di esperire contro il terzo azioni fondate su un titolo autonomo e distinto, implicanti un’estensione dell’ambito della lite.
Tale si è ritenuta, in particolare, la chiamata del terzo in garanzia c.d. impropria [ che si ha quando il convenuto tenda a riversare su di un terzo le conseguenze del proprio inadempimento in base ad un titolo diverso da quello dedotto con la domanda principale, ovvero in base ad un titolo connesso al rapporto principale solo in via occasionale o di fatto, perché risponda in suo luogo, oppure venga condannato a rispondere di quanto sia eventualmente tenuto a prestare all’attore.
A tale stregua, si è ad esempio escluso che nel giudizio promosso dal danneggiato da sinistro stradale il difensore del convenuto possa proporre, avvalendosi del mandato ricevuto solo per resistere alla pretesa azionata nei suoi confronti, domanda di garanzia contro l’assicuratore della parte rappresentata. ….
Si è peraltro fatta in ogni caso salva l’ipotesi che l’attribuzione di siffatto potere risulti implicitamente evincibile dal contesto dell’atto cui essa accede; che dall’atto contenente la procura originaria emerga cioè la chiara espressione di volontà della parte di autorizzare il difensore (anche) alla chiamata in garanzia impropria.
La verifica della effettiva estensione della procura rilasciata al difensore si è affermato costituire un obbligo del giudice, a garanzia non tanto delle controparti quanto della stessa parte che l’ha rilasciata, perché la medesima non risulti esposta al rischio del coinvolgimento in un’ulteriore controversia non voluta, in ragione dell’autonoma iniziativa del proprio difensore.

La procura “con ogni facoltà”.
Orbene, va osservato come dal principio affermato da queste Sezioni Unite in base al quale i poteri del difensore discendono direttamente dalla legge, la procura valendo solamente a realizzare la scelta e la designazione dell’avvocato e a far emergere la relativa ( più o meno ampia ) eventuale limitazione in base alla volontà della parte, deve correttamente trarsene, quale ulteriore corollario, che la procura, ove risulti come nella specie conferita in termini ampi e comprensivi {«con ogni facoltà»), in base a un’interpretazione costituzionalmente orientata della normativa processuale idonea a dare attuazione ai principi di tutela del diritto di azione e di difesa nonché di economia processuale (artt. 24 e 111 Cost.) deve intendersi come idonea ad attribuire al difensore il potere di esperire tutte le azioni necessarie o utili per il conseguimento del risultato a tutela dell’interesse della parte assistita. Ivi ricompresa, pertanto, l’azione di garanzia c.d. impropria, volta come detto a salvaguardare l’interesse della parte mediante la chiamata in causa del terzo, perché risponda in suo luogo o venga condannato a tenerla indenne di quanto risulti eventualmente tenuta a prestare all’attore.
Esigenza invero pienamente avvertita dalla corte di merito nell’impugnata sentenza, che della disciplina in argomento ha dato corretta interpretazione, meritevole di trovare conferma in questa sede.
Emerge evidente, a tale stregua, come la suindicata seconda ratio decidendi risulti costituire in realtà un mero obiter dictum, la cui disamina rimane conseguentemente assorbita, anche relativamente ai profili di contrasto interpretativo al riguardo segnalati dalla II Sezione nell’ordinanza di rimessione.

Massima tratta da: Estratto della sentenza

Testo integrale della sentenza:

Cassazione civile, sez. unite, 14 marzo 2016, n. 4909