Articolo diffamatorio firmato con uno pseudonimo. Il direttore del giornale può essere chiamato a rispondere del reato di diffamazione e non per mera omessa vigilanza ex art. 57 c.p.

Cassazione penale, sez. V, 23 ottobre 2012, n. 41249

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La Suprema Corte ha ribadito l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale per la pubblicazione di un articolo lesivo dell’onore e della reputazione altrui, l’identità del cui autore sia rimasta celata dietro lo pseudonimo utilizzato per firmare l’articolo medesimo, il direttore di un periodico risponde del reato di diffamazione – e non di quello meno grave di omesso controllo previsto ex art. 57 c.p. – qualora da un complesso di circostanze esteriorizzate nella pubblicazione del testo possa dedursi il suo meditato consenso alla pubblicazione dell’articolo medesimo, nella consapevole adesione al suo contenuto, tanto da far ritenere che la suddetta pubblicazione rappresenti il frutto di una precisa scelta redazionale.
Elementi indicativi in tal senso possono essere la forma, l’evidenza, la collocazione tipografica, i titoli, le illustrazioni, e la correlazione dello scritto con il contesto culturale che impegna e caratterizza il numero del quotidiano.


«È noto che, in unica alternativa -sul piano logico e sul piano normativo – all’ipotesi di
responsabilità a titolo di colpa per il reato di omesso controllo ex art. 57 c.p., il direttore di un
periodico può essere chiamato a rispondere, in caso di pubblicazione di articolo diffamatorio a titolo di concorso nel reato di diffamazione a mezzo stampa, ove un complesso di circostanze esteriorizzate nella pubblicazione del testo (come la forma, l’evidenza, la collocazione tipografica, i titoli, le illustrazioni, e la correlazione dello scritto con il contesto culturale che impegna e caratterizza il numero del quotidiano) risulti indicativo del meditato consenso e della consapevole adesione del direttore medesimo al contenuto dello scritto, la cui conformità alla normativa penale e civile è chiamato a controllare (sez. V n. 8848 dell’8.6.1992, rv 191622; sez. V n. 4563 del 13.2.1985 n. 169150).
Questa impostazione interpretativa trova la sua logica premessa nell’orientamento giurisprudenziale, secondo cui è necessaria -in sede di accertamento del reato ex artt. 595 c.p. e 13 L. 47/48- la visione complessiva del testo (costituito da corpo, titolo, foto ed altri segni grafici), all’esito della quale deve essere affermata o esclusa la portata diffamatoria dell’articolo di stampa ( sez. V n. 26351 del 9.4.09, rv 244093).
L’esame del titolo o dei titoli – pacificamente considerati frutto di una scelta redazionale- è particolarmente rilevante, in quanto non può prescindersi, nell’esame di questa materia, dal preponderante rilievo orientativo che i titoli giornalistici, soprattutto quando formulati in termini forti e lapidari come quelli in esame, assumono nei confronti del lettore, frequentemente proclive ad una lettura sommaria del contenuto del testo.
Correttamente è stato rilevato che sussiste la responsabilità del direttore del quotidiano a titolo di colpa, solo se non siano presenti gli elementi occorrenti, a norma dell’art. 110 c.p., per la dimostrazione che la condotta del direttore sia stata animata dalla coscienza e volontà di cooperare alla commissione della diffamazione (sez. V 7.7.1981 n. 10252,in Cass. Pen. 1983, p.640; id IV 16.6.1981, n. 8716,ivi 1983, 1094; v. in tal senso anche sez. V n. 4563 del 13.2.1985, in Cass. pen. 1986, p. 1275).
Il direttore non è quindi chiamato a rispondere del reato di diffamazione quale autore, coautore del testo, ma come collaboratore nell’articolata condotta tipica del reato di diffamazione a mezzo stampa, reato il cui evento si realizza per la pubblicazione di una notizia offensiva.
In perfetta coerenza con questi elementi probatori, va affermata la piena correttezza della contestazione e dell’accertamento di responsabilità del direttore del quotidiano, per diffamazione, nonché la contestuale esclusione della configurazione dell’autonoma ipotesi di reato, e x art. 57 c.p.
Come già rilevato, quest’ultimo costituisce un’ipotesi strutturalmente caratterizzata dall’omissione dell’attività di controllo, imposta da giuridiche regole comportamentali e contemplata come causa di evento non voluto, addebitabile a titolo di colpa a chi sia titolare della vigilanza sul materiale da stampare, al fine di evitare che si commettano reati».
[…]
«Questa sostituzione nominativa [l’utilizzo dello pseudonimo nella firma dell’articolo – n.d.r.] non ha in genere diretta rilevanza penale , ma la può acquisire nella diffamazione a mezzo stampa, nei confronti della posizione del direttore responsabile, direttore editoriale, dell’editore ove – come emerso nel caso in esame – / ‘alias sia utilizzato dall’autore per sottrarsi alla negative conseguenze della ideazione e diffusione di fatti non veri e delle correlate valutazioni, ingiustificatamente offensive.
(Omissis)|è accusato non di omesso adeguato controllo sull’articolo in questione , ma di aver concesso al sedicente (omissis) di diffondere attraverso “Omissis” del 18.2.07, espressioni di manifesta carica diffamatoria, nonché di celare il nome anagrafico ai destinatari delle espressioni medesime coinvolti, a vario titolo, nella vicenda dell’aborto di (omissis), così come da lui ricostruita e valutata.
Hanno aderito a questa ipotesi concorsuale i giudici di merito ponendosi nell’ancor più specifico orientamento giurisprudenziale (sez. V. n. 16988 del 10.1.2001 ,in Cass .pen. 2002, n. 753 ,p. 2344) , secondo cui la pubblicazione di un articolo senza nome, e quindi senza l’indicazione della persona che si assume professionalmente la responsabilità delle notizie e delle valutazioni in esso contenuti; comporta l’attribuzione dell’articolo al direttore responsabile , per la sua consapevole condotta volta a diffondere lo scritto diffamatorio. Nella stessa impostazione interpretativa si pone sez. V n.7054 del 20.1.09, rv 243165 ,secondo cui è da contestare il concorso del medesimo direttore con l’autore dell’articolo diffamatorio, privo di firma, salvo prova del solo reato di cui all’art. 57 c.p.
“Nella specie è stata imputata diffamazione a mezzo stampa, reato il cui evento si realizza per la pubblicazione di una notizia offensiva. E la pubblicazione, senza la quale il reato non si ravvisa, è disposta dal direttore responsabile, che può impedirla e perciò impedire l’evento nell’adempimento del dovere – potere di controllo impostogli per legge.
Ne segue che, a fronte dell’avvenuta pubblicazione, è possibile ipotizzare il concorso del medesimo direttore con l’autore dell’articolo diffamatorio, se non addirittura l’attribuibilità a lui stesso dell’articolo privo di firma e quindi della diffamazione, salvo prova del solo il reato di cui all’art. 57 c.p., per non averne impedito la pubblicazione”.
La configurazione non del reato ex art. 57 c.p., bensì del reato ex artt. 110 e 595 c.p., corrisponde alla razionale esigenza di non creare -in sede interpretativa- una sorta di zona franca, l’abrogazione di fatto dell’art. 595 c.p. ,nella fattispecie della diffamazione commessa con nom de piume».

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