Ricorso per Cassazione manifestamente infondato e responsabilità processuale aggravata

Cassazione civile, sez. III, 11 luglio 2017, n. 17063

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 Ricorso per Cassazione manifestamente infondato e responsabilità processuale aggravata

Il ricorso per cassazione manifestamente infondato può essere causa di responsabilità processuale aggravata ex art 96 c.p.c.

Il ricorso per Cassazione completamente infondato può essere causa di responsabilità processuale aggravata, dovendosi ritenere superato l’orientamento secondo cui la mera infondatezza in diritto delle tesi prospettate in sede di legittimità non può di per integrare gli estremi della responsabilità aggravata di cui all’art. 96 c.p.c. (Cass., Sez. Un., n. 25831/2007)
Peraltro nella fattispecie la Corte ha rilevato non già la mera infondatezza ma la totale insostenibilità in punto di diritto degli argomenti spesi nel ricorso.
Le tesi infondate in sede di legittimità possono essere di per sé stesse indice di “colpa grave”, ai fini della condanna per responsabilità aggravata avuto conto della natura e funzione del giudizio di legittimità e considerato l’attuale quadro ordinamentale.
Innanzitutto, osservano gli ermellini, il legislatore, negli ultimi anni, ha proceduto ad un progressivo rafforzamento del ruolo di nomofilachia assegnato alla Corte di cassazione:
«sono dimostrazione di questa tendenza, ad esempio, l’art. 360 bis c.p.c., n. 1), il quale sanziona con la dichiarazione di “inammissibilità” (rectius, manifesta infondatezza) il ricorso che censuri un orientamento consolidato, senza offrire elementi per sostenerne il mutamento;
la novella dell’art. 363 c.p.c., comma 1, che ha ampliato il novero dei casi in cui è consentito alla Corte di pronunciare il principio di diritto nell’interesse della legge;
od ancora all’introduzione dell’art. 374 c.p.c., comma 3, che inibisce alle singole sezioni della Corte di cassazione di porsi in contrasto con gli orientamenti delle Sezioni Unite, senza previamente rimettere la questione a queste ultime;
o, infine, l’ultima riforma che ha investito il giudizio di cassazione (d.l. 31.8.2016, n. 168, conv. con modd. in L. 25 ottobre 2016, n. 197), che ha enfatizzato la funzione della pubblica udienza, riservata alla trattazione dei ricorsi con valenza nomofilattica, introducendo al contempo la previsione dell’adunanza camerale di sezione per la trattazione dei ricorsi non rientranti nei parametri della c.d. sezione filtro, ma pur sempre attinenti all’jus litigatoris e non, invece, all’jus constitutionis».

In secondo luogo l’orientamento risalente alle SS.UU. del 2007 non è più coerente neppure col mutato quadro ordinamentale, perché non tiene conto:
«a) del principio di ragionevole durata del processo di cui all’art. 111 Cost., che impone interpretazioni delle norme processuali idonee a rendere più celere il giudizio. Infatti la celerità del giudizio di legittimità, concentrato comè in una sola udienza, dipende non tanto e non solo dalle norme processuali che disciplinano il giudizio di impugnazione, ma anche e soprattutto dal numero di giudizi manifestamente infondati pendenti dinanzi la Corte. È dunque evidente che la proposizione di ricorsi privi di qualsiasi ragionevole chance di accoglimento ha l’effetto di impedirle la celere decisione di quelli che, fondati od infondati che siano, pongano questioni le quali richiedano un intervento correttivo o nomofilattico del giudice di legittimità;
b) del principio che considera illecito l’abuso del processo, ovvero il ricorso ad esso con finalità strumentali (ex multis, da ultimo, Cass. n. 5677/2017);
c) del principio secondo cui le norme processuali vanno interpretate in modo da evitare lo spreco di energie giurisdizionali (così, recentemente, Cass., Sez. Un. n. 12310/2015, in motivazione)».