Il volontario e protratto rifiuto di avere rapporti sessuali con il coniuge è causa di addebito della separazione.

Cassazione civile, sez. I, 23 marzo 2005, n. 6276

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Il volontario rifiuto di intrattenere normali rapporti affettivi e sessuali con il coniuge – nella fattispecie protrattosi per ben sette anni – costituisce gravissima offesa alla dignità e alla personalità del partner, suscettibile di provocare un senso di frustrazione e disagio, spesso causa di irreversibili danni sul piano dell’equilibrio psicofisico.
Consimile contegno configura peraltro una violazione del dovere di assistenza morale e materiale sancito dall’art. 143 c.c., in cui sono da ricomprendere tutti gli aspetti di sostegno che i coniugi devono darsi l’uno l’altra e nei quali, con riferimento anche alla sfera affettiva, si estrinseca il concetto di comunione coniugale.
E pertanto il rifiuto all’assistenza affettiva ovvero alla prestazione sessuale, laddove volontariamente posto in essere, non può che costituire causa di addebito della separazione, rendendo impossibile all’altro coniuge il soddisfacimento delle proprie esigenze di vita dal punto di vista affettivo e l’esplicarsi della comunione matrimoniale nel suo più profondo significato né tale volontario comportamento può giustificarsi come reazione o ritorsione nei confronti del partner, sfuggendo quindi ad ogni giudizio di comparazione.

Testo integrale della sentenza:

Cassazione civile, sez. I, 23 marzo 2005, n. 6276