Un poliziotto paga una somma per riavere la sua auto rubata: risponde di omessa denuncia e non di favoreggiamento.

Cassazione penale, sez. VI, 5 aprile 2013, n. 15923

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Con la sentenza in esame la Suprema Corte censura la qualificazione giuridica del fatto ascritto ad un appartenente alla Polizia di Stato, imputato per il reato di omissione di atti d’ufficio (art. 328 cod. pen.) e per quello di favoreggiamento (art. 378 cod. pen.), per aver pagato all’autore del furto della propria auto la somma di € 700,00, quale “prezzo di riscatto” della medesima. Ad avviso della Corte territoriale la condotta di favoreggiamento sarebbe risultata dal fatto stesso di non aver denunciato l’estorsione subita da parte del poliziotto, poi condannato per il solo reato di favoreggiamento che, essendo stato realizzato con condotta omissiva, viene ritenuto assorbente rispetto alla meno grave fattispecie criminosa di omissione d’atto d’ufficio.
La Suprema Corte considera anzitutto erronea la sussunzione della condotta di omessa denunzia da parte del pubblico ufficiale nel reato di omissione di atti d’ufficio di cui all’art. 328 cod. pen. in quanto espressamente disciplinata dall’art. 361 cod. pen. (Omessa denuncia di reato da parte del pubblico ufficiale), norma speciale rispetto alla prima.

La Corte di legittimità ritiene poi insussistente nel caso concreto la condotta di favoreggiamento che, pur realizzandosi con il mero dolo generico, consiste in una condotta “mirata” ad ostacolare ed impedire le indagini, non potendo automaticamente collegarsi all’omessa denunzia in sé da parte della vittima di un reato quale l’estorsione.
Difatti, specifica la Suprema Corte, in astratto “non può ritenersi che la semplice omessa denunzia, per la sua generica portata di aiuto al colpevole, integri il reato di cui all’art. 378 cod. pen.”, in quanto ciò equivarrebbe ad introdurre nel nostro ordinamento un obbligo diretto per il privato di denunziare reati di cui è vittima.

Ne deriva che solo in alcuni casi concreti sottoposti al vaglio dei giudici di merito una condotta di omessa denunzia può integrare il reato di favoreggiamento, consistendo quest’ultimo, nel complesso, in una condotta antigiuridica tendente a favorire il reo o ad ostacolare le relative indagini.
All’uopo gli ermellini menzionano due recenti sentenze della Suprema Corte con cui due dipendenti della Polizia di Stato, imputati sia del reato di omessa denunzia sia del reato di favoreggiamento, venivano condannati solo per quest’ultimo per aver posto in essere una condotta interamente consistente in una pluralità di attività specificamente finalizzate a consentire al reo di eludere le indagini.
Nei due casi citati, ricorda la Corte, è stata correttamente esclusa la applicazione del reato meno grave (omessa denunzia) “non in base al criterio di specialità ex art. 15 cod. pen. (che rileva in astratto) ma in base al criterio di assorbimento che riguarda l’interferenza in concreto fra le più fattispecie criminose (ovvero l’applicazione sostanziale del principio processuale del ne bis in idem)”.

Testo integrale della sentenza:

Cassazione penale, sez. VI, 5 aprile 2013, n. 15923

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