Dati Istat su separazioni e divorzi in Italia.

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Dati Istat su separazioni e divorzi in Italia.

Nel 2011 le separazioni sono state 88.797 e i divorzi 53.806, sostanzialmente stabili rispetto all’anno precedente (+0,7% per le separazioni e -0,7% per i divorzi).

I tassi di separazione e di divorzio totale sono in continua crescita
. Nel 1995 per ogni 1.000 matrimoni si contavano 158 separazioni e 80 divorzi, nel 2011 si arriva a 311 separazioni e 182 divorzi ogni 1000 matrimoni.

La durata media del matrimonio al momento dell’iscrizione a ruolo del procedimento risulta pari a 15 anni per le separazioni e a 18 anni per i divorzi.


L’età media alla separazione è di circa 46 anni per i mariti e di 43 per le mogli
; in caso di divorzio raggiunge, rispettivamente, 47 e 44 anni. Questi valori sono aumentati negli anni per effetto della posticipazione delle nozze in età più mature e per la crescita delle separazioni con almeno uno sposo ultrasessantenne.

La tipologia di procedimento scelta in prevalenza dai coniugi è quella consensuale
: nel 2011 si sono concluse in questo modo l’84,8% delle separazioni e il 69,4% dei divorzi.
La quota di separazioni giudiziali (15,2% il dato medio nazionale) è più alta nel Mezzogiorno (19,9%) e nel caso in cui entrambi i coniugi abbiano un basso livello di istruzione (21,5%).

Il 72% delle separazioni e il 62,7% dei divorzi hanno riguardato coppie con figli avuti durante il matrimonio
. Il 90,3% delle separazioni di coppie con figli ha previsto l’affido condiviso, modalità ampiamente prevalente dopo l’introduzione della Legge 54/2006.
Nel 19,1% delle separazioni è previsto un assegno mensile per il coniuge (nel 98% dei casi corrisposto dal marito). Tale quota è più alta al Sud e nelle Isole (rispettivamente 24% e 22,1%), mentre nel Nord si attesta al 16%. Gli importi dell’assegno mensile sono, al contrario, mediamente più elevati al Nord (562,4 euro) che nel resto del Paese (514,7 euro).
Nel 57,6% delle separazioni la casa è assegnata alla moglie, nel 20,9% al marito mentre nel 18,8% dei casi si prevedono due abitazioni autonome e distinte, ma diverse da quella coniugale.


Si conferma la crescita dell’instabilità coniugale

Nel 2011 le separazioni sono state 88.797 e i divorzi 53.806. Rispetto al 1995 le separazioni sono aumentate di oltre il 68% e i divorzi sono praticamente raddoppiati. Tali incrementi, osservati in un contesto in cui i matrimoni diminuiscono1, sono imputabili ad un effettivo aumento della propensione alla rottura dell’unione coniugale.
Per ottenere una misura efficace di questa propensione occorre rapportare le separazioni o i divorzi registrati in un anno di calendario all’ammontare iniziale dei matrimoni della coorte di riferimento (anno in cui si sono celebrate le nozze). A partire dalla metà degli anni ‘90 questi indicatori hanno fatto registrare una progressiva crescita della propensione a interrompere una unione coniugale: nel 1995 si verificavano in media circa 158 separazioni e 80 divorzi per ogni 1.000 matrimoni, nel 2011 si registrano, rispettivamente, 311 separazioni e 182 divorzi ogni 1.000 matrimoni.


Separazioni più frequenti al Nord, ma l’aumento è maggiore al Sud

Per l’analisi della geografia e delle principali caratteristiche dell’instabilità coniugale è opportuno fare riferimento alle separazioni legali, le quali rappresentano in Italia l’evento più esplicativo del fenomeno dello scioglimento delle unioni coniugali3 considerando che non tutte le separazioni legali si convertono successivamente in divorzi. A titolo di esempio si consideri che su 100 separazioni pronunciate in Italia nel 1998, poco più di 60 sono giunte al divorzio nel decennio successivo. Per i divorzi concessi nel 2011 l’intervallo di tempo intercorso tra la separazione legale e la successiva domanda di divorzio4 è stato pari o inferiore a cinque anni nel 65,2% dei casi.
Il fenomeno dell’instabilità coniugale presenta ancora oggi situazioni molto diverse sul territorio: nel 2011 si va dal valore minimo di 232,2 separazioni per 1.000 matrimoni che caratterizza il Sud al massimo osservato nel Nord-ovest (378,6 separazioni per 1.000 matrimoni). I cartogrammi seguenti consentono di apprezzare l’evoluzione del fenomeno a livello regionale confrontando i tassi di separazione totale del 2011 con quelli del 1995.
Nel 1995 solo in Valle d’Aosta si registravano più di 300 separazioni per 1.000 matrimoni mentre nel 2011 si collocano al di sopra di questa soglia quasi tutte le regioni del Centro-nord (con l’eccezione del Veneto e del Trentino-Alto Adige) e l’Abruzzo. In Umbria il valore del tasso è cresciuto di tre volte e mezza e nelle Marche è più che raddoppiato. Gli incrementi più consistenti, però, si sono osservati nel Mezzogiorno, dove i valori sono più che raddoppiati (ad esempio, si è passati da 70,1 a 221,5 per 1.000 matrimoni in Campania e da 78 a 239,7 in Sicilia). Le regioni del Nord e del Centro – che partivano da livelli sensibilmente più elevati – hanno fatto registrare, invece, tra il 1995 e il 2011, un incremento più contenuto.


La crisi colpisce principalmente i quarantenni…

Nel 2011 all’atto della separazione i mariti hanno mediamente 46 anni e le mogli 43. Analizzando la distribuzione per età si nota come la classe più numerosa sia quella tra i 40 e i 44 anni per le mogli (19.483 separazioni, il 21,9% del totale) mentre per i mariti le due classi di età più rappresentate sono la 40-44 e la 45-49 (pari rispettivamente al 20 e al 20,3%). Solo dieci anni prima il maggior numero delle separazioni ricadeva nella classe 35-39 (Prospetto 2).
Questo innalzamento dell’età alla separazione è il risultato sia della sempre maggiore propensione allo scioglimento delle unioni di lunga durata, sia di un processo di invecchiamento complessivo della popolazione dei coniugati, dovuto alla posticipazione del matrimonio. La drastica diminuzione delle separazioni sotto i 30 anni (sia per gli uomini che per le donne), ad esempio, è la naturale conseguenza della riduzione dei matrimoni nella stessa fascia di età: meno di un matrimonio su quattro vede attualmente entrambi gli sposi sotto i 30 anni. Più precisamente si tratta del 22,2% di tutti i matrimoni celebrati nel 2011, quota che sale al 25,9% se si fa riferimento solo ai primi matrimoni.


…ma non risparmia gli ultrasessantenni

Parallelamente, sono andate aumentando, sia in valori assoluti sia percentuali, le separazioni delle classi di età più elevate, con almeno uno sposo ultrasessantenne. Nell’ultimo decennio le separazioni che riguardano uomini ultrasessantenni sono passate da 4.247 a 9.923 (dal 5,9% all’11,2% del totale delle separazioni). Per le donne over60, nello stesso periodo, si va dalle 2.555 del 2000 (pari al 3,6%) alle 6.698 del 2011 (6,4%).


Più separati tra i coniugi con titoli di studio elevati

Tra i separati del 2011, il 40,5% dei mariti ha, come titolo di studio più elevato, il diploma di scuola media inferiore, il 40,8% quello di scuola media superiore; fra le mogli il 44,3% ha un titolo di scuola media superiore e il 34,8% uno di scuola media inferiore. Il 15,2% delle mogli possiede un titolo universitario, contro il 12,8% dei mariti. Tale distribuzione è il risultato, in parte, del progressivo aumento del livello di istruzione della popolazione generale e, quindi, anche di quella dei coniugati.
Se si rapporta il numero di separati per sesso e titolo di studio alla popolazione con lo stesso titolo si ottiene un quoziente che misura la propensione a sciogliere il matrimonio (con una separazione) per livello di istruzione. Tale propensione è tendenzialmente più elevata per i titoli di studio più alti; ha registrato un aumento a partire dagli anni ‘90 per poi stabilizzarsi nell’ultimo decennio. Si consideri che nel 2011 si sono registrate 4,7 separazioni per 1.000 uomini tra i 15 e i 64 anni che possiedono un alto livello di istruzione (laurea o altro titolo universitario) e solo 2,4 per coloro che hanno al massimo la licenza elementare contro un dato medio pari a 4,2 separazioni per 1.000 uomini della stessa età.
Andamento abbastanza simile si riscontra anche per le donne. Le mogli con un titolo di studio medio-alto (diploma di scuola media superiore e titolo universitario) mostrano una maggiore propensione alla separazione (4,5 per 1.000 contro un valore delll’1,7 per 1.000 registrato tra le donne che hanno al massimo la licenza elementare).
La scarsa diffusione delle separazioni nel segmento della popolazione con il livello di istruzione più basso contribuisce a mantenere bassi i tassi di instabilità complessivi rispetto alla maggior parte dei paesi europei dove le persone con un titolo di studio non elevato si rivelano, invece, maggiormente a rischio di rompere il proprio matrimonio.
Analizzando la distribuzione congiunta per titolo di studio dei separati, si osserva una prevalenza di coppie con lo stesso livello di istruzione, dovuta alla forte omogamia che caratterizza gli sposi al momento dell’unione matrimoniale: a presentare lo stesso titolo di studio sono il 60,8% dei separati nel 2011. La quota di omogamia per titolo di studio si presenta abbastanza stabile nel tempo.


In media ci si separa dopo 15 anni di matrimonio…

Nel 2011, la durata media del matrimonio al momento dell’iscrizione a ruolo del procedimento di separazione è pari a 15 anni, a 18 per i provvedimenti di divorzio.
L’interruzione dell’unione coniugale riguarda sempre di più anche i matrimoni di lunga durata: rispetto al 1995 le separazioni sopraggiunte dal venticinquesimo anno di matrimonio in poi sono cresciute di due volte e mezzo, mentre quelle al di sotto dei cinque anni sono aumentate molto meno (da 12.752 a 14.084) (Prospetto 3). Aumenta dunque la quota delle separazioni riferite ai matrimoni di lunga durata (dall’11,3% del 1995 al 18,7% del 2011) e scende, in termini relativi, la quota di unioni interrotte precocemente – entro i 5 anni di matrimonio – (dal 24,4% del 1995 al 15,9% del 2011).


…ma i matrimoni più recenti durano sempre meno

Per una corretta interpretazione di questi dati si deve considerare che le separazioni registrate in un anno di calendario corrispondono a diverse durate di matrimonio e sono il risultato del comportamento di coppie che si sono sposate in anni diversi (coorti di matrimoni). Per capire come cambia la propensione a sciogliere le unioni in relazione alla durata del matrimonio occorre spostare l’ottica di analisi dall’anno di rottura a quello di inizio dell’unione, considerando la quota di matrimoni sopravviventi alle diverse durate per alcune coorti di matrimonio (Figura 5).
Dopo 10 anni di matrimonio sopravvivevano 954 nozze su 1.000 celebrate nel 1975 e 876 su 1.000 celebrate nel 2000; in altri termini le unioni interrotte da una separazione sono più che triplicate, passando dal 4,6% della coorte di matrimonio del 1975 al 12,4% osservato per la coorte del 2000.
Si osserva, inoltre, una decisa tendenza all’anticipazione delle separazioni man mano che si considerano le coorti di matrimonio più recenti. Ad esempio, dopo i primi 5 anni, sopravvivono 942,6 matrimoni su 1.000 celebrati nel 2000; per scendere a un simile livello di matrimoni sopravviventi – procedendo a ritroso nelle varie coorti – la durata da considerare è di 7 anni per la coorte del 1990 e di 12 anni per la coorte del 1975.
Riassumendo, l’analisi per coorti di matrimonio mostra che sono in atto due variazioni molto evidenti: un sempre maggior ricorso alle interruzioni delle unioni coniugali ed una loro progressiva “anticipazione” rispetto alla durata del matrimonio.
Naturalmente, i dati a livello nazionale sono la sintesi di comportamenti molto differenziati sul territorio, evidenti, ad esempio, se si mettono a confronto due regioni come la Lombardia e la Sicilia. Su 1.000 matrimoni celebrati nel 2000, quelli sopravviventi a distanza di 5 anni sono 919,5 in Lombardia e 969,1 in Sicilia, a fronte di un valore medio nazionale di 942,6. Di contro, la coorte di matrimoni del 2000 impiega in Lombardia solo poco più di 3 anni per raggiungere quota 942 matrimoni sopravviventi, mentre in Sicilia sono necessari ben 8 anni.
Da notare, infine, la forte somiglianza tra la propensione a separarsi nei primi 11 anni di matrimonio tra la coorte dei matrimoni celebrati nel 2000 in Sicilia e quella dei matrimoni celebrati nel 1980 in Lombardia, come se ci fosse un “ritardo” di 20 anni nella diffusione di questi comportamenti dal Nord al Sud.


Le separazioni di coppie miste: un fenomeno recente, ma in aumento

Merita attenzione anche l’instabilità dei matrimoni fra coniugi di diversa cittadinanza. Si tratta naturalmente di un fenomeno recente in Italia, così come quello della formazione delle unioni che coinvolgono cittadini stranieri.
Nel 2005 sono state pronunciate nei tribunali italiani 7.536 separazioni riguardanti “coppie miste” di coniugi, contro 4.266 concesse nell’anno 2000, con un incremento pari al 76,7% .
Successivamente, si è registrata una battuta d’arresto sia in valori assoluti che percentuali: nel 2011, le separazioni sono state 7.144, pari all’8% di tutte le separazioni (contro il 9,2% del 2000).
La discontinuità nell’evoluzione di questa tipologia di separazioni si riscontra in parte anche nei matrimoni che coinvolgono un cittadino straniero e uno italiano8. Quasi in sette casi su dieci, la tipologia di coppia mista che arriva a separarsi è quella con marito italiano e moglie straniera (o che ha acquisito la cittadinanza italiana in seguito al matrimonio). Questo risultato appare strettamente connesso con la maggiore propensione degli uomini italiani a sposare una cittadina straniera.
Per quanto riguarda i divorzi di “coppie miste” la tendenza è in crescita la tendenza è in crescita, anche se l’entità del fenomeno è piuttosto contenuta (4.213 nel 2011, pari al 7,8% del totale).
Consensuale gran parte delle separazioni e dei divorzi La tipologia di procedimento prevalentemente scelta dai coniugi è quella consensuale: nel 2011 si sono chiuse con questa modalità l’84,8% delle separazioni e il 69,4% dei divorzi.
Prendendo in considerazione le sole separazioni giudiziali, l’80,2% di queste è concesso per intollerabilità reciproca della convivenza, il 15,8% con addebito al marito e il 4% con addebito alla moglie.


Più diffusa la separazione giudiziale nel Mezzogiorno …

Le coppie che risiedono nel Mezzogiorno ricorrono al rito giudiziale più frequentemente di quelle residenti nel Centro-nord (19,9% contro 13,2% per le separazioni e 45,5% contro 26,1% per i divorzi). Il tipo di procedimento è condizionato da vari fattori, tra cui molto rilevanti sono la durata della causa e i costi da sostenere. La procedura che porta alla separazione consensuale o al divorzio congiunto è più semplice, meno costosa e si conclude in minore tempo. Un procedimento consensuale di separazione si esaurisce mediamente in 156 giorni e uno di divorzio in 160, mentre se il procedimento si chiude con il rito contenzioso occorrono, in media, rispettivamente 873 e 632 giorni.
Per questa ragione, non sempre una causa di separazione o divorzio termina con lo stesso rito con cui è iniziata. Nel 2011 il 13,1% delle separazioni e il 14,5% dei divorzi si sono chiusi con un rito diverso da quello di apertura. Tra i cambiamenti di rito è più frequente il passaggio dal giudiziale al consensuale e non viceversa. Inoltre, anche il cambio di rito influisce sulla durata delle cause: il passaggio al procedimento consensuale produce, infatti, un notevole effetto di riduzione dei tempi complessivi.


… e nelle coppie con titolo di studio basso

Con l’aumentare del titolo di studio diminuisce il ricorso al rito giudiziale. Se a livello complessivo, infatti, il procedimento giudiziale viene scelto nel 15,2% di tutte le separazioni, tale quota sale al 18,9% e al 20,8% nel caso in cui, rispettivamente, il marito o la moglie abbiano al massimo la licenza elementare. Questa relazione si osserva anche a parità di ripartizione geografica e sembra accentuarsi nel Mezzogiorno, dove oltre un procedimento di separazione su quattro viene esaurito con rito giudiziale se almeno uno dei due coniugi ha conseguito al massimo la licenza elementare.
A livello medio nazionale, la quota di separazioni esaurite con rito giudiziale è massima nel caso in cui entrambi i coniugi abbiano un livello di istruzione basso10 (21,5%), mentre le percentuali più esigue si registrano nei casi in cui a un titolo di studio alto della moglie corrisponde un titolo alto o medio del marito (rispettivamente 10,7% e 9,1%).
In metà delle separazioni e in un terzo dei divorzi è coinvolto un figlio minorenne Nel 2011 63.947 separazioni (il 72% del totale) e 33.719 divorzi (il 62,7% del totale) hanno riguardato coppie con figli. I figli coinvolti sono stati 109.842 nelle separazioni e 53.129 nei divorzi.
La metà (50,5%) delle separazioni e poco più di un terzo (35,5%) dei divorzi riguardano matrimoni con almeno un figlio minore di 18 anni. Il numero di figli minori che sono stati affidati nel 2011 è stato pari a 67.713 nelle separazioni e a 25.212 nei divorzi.
Nelle separazioni, il 55,4% dei figli affidati ha meno di 11 anni. In caso di divorzio i figli sono generalmente più grandi: la quota di quelli al di sotto degli 11 anni scende al 33,7% del totale.


Dall’affidamento esclusivo alla madre all’affido condiviso

Per quanto riguarda il tipo di affidamento, sia nelle separazioni che nei divorzi, negli ultimi anni si è verificata una netta inversione di tendenza. Infatti, con l’entrata in vigore della Legge 54/2006, è stato introdotto, come modalità ordinaria, l’istituto dell’affido condiviso dei figli minori tra i due coniugi. Secondo la nuova legge entrambi i genitori ex-coniugi conservano la potestà genitoriale (che prima spettava esclusivamente al genitore affidatario) e devono provvedere al sostentamento economico dei figli in misura proporzionale al reddito.
Fino al 2005, è stato l’affidamento esclusivo dei figli minori alla madre la tipologia ampiamente prevalente. Nel 2005, i figli minori sono stati affidati alla madre nell’80,7% delle separazioni e nell’82,7% dei divorzi, con percentuali più elevate nel Mezzogiorno rispetto al resto del Paese. La custodia esclusivamente paterna si è mostrata residuale anche rispetto all’affidamento congiunto o alternato, risultando pari al 3,4% nelle separazioni e al 5,1% nei divorzi.
A partire dal 2006, in concomitanza con l’introduzione della nuova legge, la quota di affidamenti concessi alla madre si è fortemente ridotta a vantaggio dell’affido condiviso. Il “sorpasso” vero e proprio è avvenuto nel 2007 (72,1% di separazioni con figli in affido condiviso contro il 25,6% di quelle con figli affidati esclusivamente alla madre), per poi consolidarsi ulteriormente. Nel 2011 le separazioni con figli in affido condiviso sono state il 90,3% contro l’8,5% di quelle con figli affidati esclusivamente alla madre. La quota di affidamenti concessi al padre continua a rimanere su livelli molto bassi. Infine, l’affidamento dei minori a terzi è una categoria residuale che interessa meno dell’1% dei bambini.
La modalità di affido condiviso nelle separazioni scende all’86,1% nel Centro (rispetto a un valore nazionale pari a 90,3%); mentre nei divorzi la quota più bassa di affido condiviso (66,9) si osserva nel Mezzogiorno (76% a livello nazionale).
Il ricorso all’affidamento condiviso è legato anche alla scelta del rito con cui si concludono la separazione o il divorzio. Infatti, questa tipologia di affidamento viene prescelta nel 90,9% delle separazioni consensuali contro l’86,8% di quelle giudiziali e nel 79,7% dei divorzi consensuali rispetto a un 62,4% di quelli chiusi con il rito giudiziale.
Infine, l’età del minore non sembra mostrare una particolare influenza sulle scelte dei coniugi e del giudice con riferimento alla tipologia di affidamento.


Più assegni di mantenimento al Sud ma importi maggiori al Nord

In sede di separazione vengono stabiliti tutta una serie di provvedimenti di natura economica a favore sia del coniuge che viene ritenuto economicamente più debole sia dei figli: questi due contributi sono tra loro indipendenti e cumulabili. L’importo dell’assegno a favore del coniuge viene stabilito in proporzione alle circostanze e alle condizioni economiche dell’obbligato. L’ammontare mensile del contributo per il mantenimento dei figli varia in base al numero dei figli stessi.
Nel 2011 il 19,1% delle separazioni si è concluso prevedendo un assegno per il coniuge di un importo medio mensile pari a 514,7 euro (nel 98% dei casi l’assegno viene corrisposto dal marito). La quota di separazioni con assegno è più alta nel Sud e nelle Isole (rispettivamente 24% e 22,1%), mentre nel Nord si assesta sul 16%. La distribuzione territoriale risulta, invece, del tutto rovesciata se si considerano gli importi medi, più elevati nel Centro-Nord (Prospetto 5).
Sono 6.547 le separazioni che prevedono solo un contributo economico per il coniuge (pari al 7,4% del totale delle separazioni): di queste, 3.962 riguardano coppie con figli (il 6,2% di tutte le separazioni con figli).
Gli assegni di mantenimento per i figli vengono corrisposti in quasi la metà delle separazioni e nel 65,7% di quelle con figli; anche in questo caso è il padre a versare gli assegni nella quasi totalità dei casi (96%). Analogamente a quanto già messo in luce per il contributo economico corrisposto al coniuge, anche gli assegni ai figli sono maggiormente diffusi nel Mezzogiorno (49% del totale delle separazioni) e meno nel Nord-ovest (45%), mentre gli importi medi sono più elevati al Nord e, in particolare, nel Nord-est (672,6 euro mensili).
Nel 35,6% delle separazioni l’unico assegno ad essere corrisposto è proprio quello per i figli per un totale di 31.602 separazioni, il 49,4% delle separazioni con figli.
Le separazioni in cui vengono cumulati gli assegni al coniuge con quelli ai figli sono l’11,7% del totale, il 16,3% delle separazioni con figli.
Infine, il 45,3% del totale delle separazioni non prevede alcun tipo di corresponsione economica; tale quota subisce una forte riduzione (28,1%) quando si considerano le sole separazioni con figli.
Un caso particolare riguarda le separazioni con figli minori in affido (44.868, 50,5% del totale delle separazioni e 70,2% delle separazioni con figli). È interessante notare che non sempre quando ci sono figli affidati viene corrisposto un contributo economico da parte dei genitori: nel 18,5% dei casi, infatti, l’assegno non è previsto (era circa il 12% nel 2010). Negli ultimi anni questa quota ha registrato un progressivo aumento riconducibile alla diffusione dell’affidamento condiviso ora largamente maggioritario.
Altro aspetto di rilievo per valutare l’impatto economico della separazione è l’assegnazione dell’abitazione nella casa dove la famiglia viveva prima del provvedimento del giudice. Ai fini dell’assegnazione, il giudice deve anche in questo caso, come già evidenziato per l’attribuzione dell’assegno, valutare le condizioni economiche dei coniugi e tutelare il più debole. Nel 2011 nel 57,6% delle separazioni la casa è stata assegnata alla moglie (con un picco del 63,9% nel Sud), mentre appaiono quasi paritarie le quote di assegnazioni al marito (20,9%) e quelle che prevedono due abitazioni autonome e distinte ma diverse da quella coniugale (18,8%). Mentre l’assegnazione dell’abitazione al marito è più diffusa al Nord (25%), le abitazioni autonome e distinte appaiono maggioritarie nelle Isole (25,1%). La distribuzione dell’assegnazione della casa ai coniugi è abbastanza stabile nel tempo: non si evidenziano, in particolare, variazioni di rilievo rispetto alla situazione antecedente all’introduzione della legge sull’affido condiviso.
Per quanto concerne i divorzi, l’entità degli importi versati e la loro distribuzione sul territorio appare sostanzialmente analoga a quella delle separazioni, ma diminuiscono i casi in cui è prevista questa corresponsione: il 6,2% solo per il coniuge (5,6 dei divorzi con figli), il 35,8% solo per i figli (il 57,1 dei divorzi con figli) e il 5,8% per entrambi (il 9,3% dei divorzi con figli).
Nel complesso, il 52,2% dei divorzi e il 28% dei divorzi con figli, non prevedono alcuna forma di contributo economico.
Nei divorzi la quota di assegnazioni dell’abitazione alla moglie è più bassa rispetto alle separazioni (38,1% contro 57,6%); risulta maggioritaria, invece, la situazione in cui i coniugi dispongono di due abitazioni autonome e distinte (47,7%). Tale dato va sicuramente messo in relazione anche al periodo intercorso tra la sentenza di separazione e quella di divorzio, periodo durante il quale le condizioni dei coniugi e il contesto familiare possono sensibilmente cambiare.

Articolo tratto da: ISTAT - Istituto nazionale di statistica