Statistiche matrimoni: pubblicati i dati Istat sui matrimoni celebrati nel 2018

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 Statistiche matrimoni: pubblicati i dati Istat sui matrimoni celebrati nel 2018

Statistiche matrimoni 2018. Pubblicati i dati Istat sui matrimoni celebrati in Italia nel 2018.

Nel 2018 sono stati celebrati in Italia 195.778 matrimoni, circa 4.500 in più rispetto all’anno precedente (+2,3%).
Prosegue la tendenza a sposarsi sempre più tardi. Attualmente gli sposi al primo matrimonio hanno in media 33,7 anni e le spose 31,5 (rispettivamente 1,6 e 2,1 anni in più rispetto al 2008).
Le seconde nozze, o successive, dopo una fase di crescita rilevata negli ultimi anni, dovuta anche all’introduzione del “divorzio breve”, rimangono stabili rispetto all’anno precedente. La loro incidenza sul totale dei matrimoni raggiunge il 19,9%.
Considerando gli anni più recenti, nel biennio 2015-2016 c’è stato un lieve aumento dei matrimoni anche dovuto agli effetti del Decreto legge 132/2014 (introduzione dell’iter extra-giudiziale per separazioni e divorzi consensuali) e della Legge 55/2015 (“Divorzio breve”) che hanno semplificato e velocizzato la possibilità di porre fine al matrimonio in essere e, quindi, consentito di risposarsi a un numero maggiore di coppie rispetto al passato.
La diminuzione dei primi matrimoni è da mettere in relazione in parte con la progressiva diffusione delle libere unioni. Queste, dal 1997-1998 al 2017-2018, sono più che quadruplicate passando da circa 329 mila a 1 milione 368 mila. L’incremento è dipeso prevalentemente dalla crescita delle libere unioni di celibi e nubili, passate da 122 mila a 830 mila circa.
Accanto alla scelta delle libere unioni come modalità alternativa al matrimonio, sono in continuo aumento le convivenze prematrimoniali, le quali possono avere un effetto sul rinvio delle nozze a età più mature (posticipazione del primo matrimonio). Ma è soprattutto la protratta permanenza dei giovani nella famiglia di origine a determinare il rinvio delle prime nozze.
Nel 2018 sono state celebrate 33.933 nozze con almeno uno sposo straniero, il 17,3% del totale dei matrimoni, una proporzione in leggero aumento rispetto all’anno precedente.
Nel 2018 sono state costituite 2.808 unioni civili (tra coppie dello stesso sesso) presso gli Uffici di Stato civile dei comuni italiani. Queste si vanno a sommare a quelle già costituite nel corso del secondo semestre 2016 (2.336), anno di entrata in vigore della Legge 20 maggio 2016, n. 76, e dell’anno 2017 (4.376). Come nelle attese, dopo il picco avutosi subito dopo l’entrata in vigore della nuova legge il fenomeno si sta ora stabilizzando.

Negli ultimi quattro anni frena il calo dei primi matrimoni

La diminuzione della nuzialità si è avviata dalla seconda metà degli anni Settanta per poi proseguire con decisione nei decenni successivi. In oltre quarant’anni di calo tendenziale si sono verificate brevi oscillazioni legate soprattutto agli effetti sugli indicatori congiunturali delle variazioni di cadenza del fenomeno (periodi di anticipazione o posticipazione delle nozze). Per citare alcuni esempi, un caso di aumento congiunturale dei matrimoni è stato osservato in occasione dell’anno 2000 per l’attrattività che questa data ha esercitato su chi ha voluto celebrare le proprie nozze all’inizio del nuovo millennio. All’opposto, nel periodo 2009-2011 si è osservata una diminuzione particolarmente accentuata dovuta al crollo delle nozze dei cittadini stranieri, scoraggiati dalle modifiche legislative volte a limitare i matrimoni di comodo.
Considerando gli anni più recenti, nel biennio 2015-2016 c’è stato un lieve aumento dei matrimoni anche dovuto agli effetti del Decreto legge 132/2014 (introduzione dell’iter extra-giudiziale per separazioni e divorzi consensuali) e della Legge 55/2015 (“Divorzio breve”)ii che hanno semplificato e velocizzato la possibilità di porre fine al matrimonioiii in essere e, quindi, consentito di risposarsi a un numero maggiore di coppie rispetto al passato.
Al netto delle fluttuazioni congiunturali, la tendenziale diminuzione dei matrimoni è dovuta prevalentemente al calo delle prime nozze: assumendo come riferimento gli ultimi dieci anni, i matrimoni tra celibi e nubili sono passati da oltre 210 mila nel 2008 a quasi 157 mila nel 2018. Nel 2017 si è registrato il minimo relativo delle prime nozze (152.500), in parte recuperate nel 2018. Infatti, tra il 2017 e il 2018, la crescita registrata nel totale dei matrimoni è dipesa quasi esclusivamente dall’aumento dei primi matrimoni che, con 4.370 eventi in più, hanno raggiunto 156.870 celebrazioni.
Nella maggior parte dei primi matrimoni entrambi gli sposi sono cittadini italiani (l’86%) e sono proprio le nozze di questa tipologia a essere in forte flessione rispetto al 2008: da 185.749 prime nozze a 134.249 nel 2018 (con una riduzione di 51 mila e 500 unità). Anche in questo caso, come già osservato per i primi matrimoni nel complesso, dopo un 2017 particolarmente inviso ai nubendi, si registra nel 2018 una ripresa dei primi matrimoni di sposi entrambi italiani di quasi 3 mila unità, circa due terzi dell’aumento dei primi matrimoni registrato nell’ultimo anno.
Al netto di queste oscillazioni congiunturali il dato di rilievo è che negli ultimi quattro anni la diminuzione della primo-nuzialità si è attenuata. Considerando i tassi di primo-nuzialità, i livelli osservati nel 2018 superano quelli del 2014 (+10,6 punti percentuali per gli uomini e +16,4 per le donne), un risultato importante se si tiene conto che sono sempre meno numerosi i giovani in età da matrimonio.

Meno giovani, meno matrimoni

La contrazione delle nascite – che dalla metà degli anni Settanta ha interessato il nostro Paese – ha determinato il fenomeno del “degiovanimento”iv, ovvero una netta riduzione della popolazione tra 16 e 34 anni: al 1° gennaio 2018 sono quasi 12 milioni, un milione e 200 mila in meno rispetto al 2008. Questa contrazione ha contribuito alla diminuzione dei matrimoni dei giovani tra i 16 e 34 anni. Infatti, mentre nel 2018 l’incidenza delle prime nozze dei giovani è del 59,7% tra gli sposi e del 72,5% tra le spose, nel 2008 era di circa 10 punti percentuali in più.
Nell’analizzare l’evoluzione del fenomeno occorre pertanto considerare indicatori che, tenendo conto della composizione per età della popolazione, misurino la variazione della propensione al matrimonio nelle diverse fasce di età, al netto degli effetti strutturali.
La propensione alle prime nozze si misura attraverso il calcolo dei tassi di primo-nuzialità che consentono di rapportare gli sposi celibi e nubili per età alla popolazione maschile e femminile: nel 2018 sono stati celebrati 432 primi matrimoni per 1.000 uomini e 480 per 1.000 donne; tali valori, sebbene inferiori del 19,5% e del 19,3% rispetto al 2008, sono in crescita per gli uomini rispetto all’anno precedente e per le donne, anche se non continuativamente negli ultimi 4 anni, rispetto al valore minimo del 2014.
Questa ripresa ha contrastato l’effetto negativo del “degiovanimento”. Tale effetto è stato misurato con una simulazione applicando alla popolazione media del 2018 i livelli di primo-nuzialità relativi al 2008 (espressi mediante i tassi di primo-nuzialità specifici per età). Riferendoci alla popolazione femminile, si otterrebbero in questo modo oltre 194 mila primi matrimoni per il 2018; confrontando questo valore con i 222 mila matrimoni del 2008, risulterebbe comunque un gap di oltre 28 mila matrimoni imputabile unicamente alla variazione di ammontare e di struttura per età della popolazione femminile tra i 16 e 49 anni (“effetto struttura”). Questo fattore, dunque, è responsabile per il 48,5% della differenza di primi matrimoni osservata tra il 2008 e il 2018. La restante quota dipende invece dalla diminuzione della primo-nuzialità che si è protratta fino al 2014.

La metà dei matrimoni avviene con rito civile

Un altro tratto distintivo dell’evoluzione della nuzialità è la crescita sostenuta delle nozze celebrate con il rito civile, passate dal 2,3% del 1970, al 36,7% del 2008 fino al 50,1% del 2018 (98.182 matrimoni celebrati con rito civile, circa 8 mila in più rispetto al 2008). Al Nord la quota è del 63,9% mentre al Sud è meno della metà (30,4%).
Sono celebrate prevalentemente con rito civile le seconde nozze e successiveix (94,6%) e i matrimoni con almeno uno sposo straniero (89,5%). Nell’ultimo decennio sono aumentate, come già illustrato, sia la quota di matrimoni successivi al primo (dal 13,8% sul totale dei matrimoni celebrati nel 2008 al 19,9% del 2018) sia la quota di matrimoni dove almeno uno degli sposi è straniero (dal 15% del 2008 al 17,3% del 2018). L’aumento del rito civile, quindi, è in parte spiegabile con l’aumento delle tipologie di matrimonio che vi fanno tipicamente ricorso. Tuttavia, la scelta di celebrare il matrimonio con il rito civile si sta affermando rapidamente anche nei primi matrimoni (dal 27,9% del 2008 al 39,1% del 2018).
Considerando i primi matrimoni di sposi entrambi italiani, che costituiscono l’85,6% del totale dei primi matrimoni, l’incidenza media di quelli celebrati con il rito civile è del 31,3%. Questa quota – che può essere letta come un indicatore di secolarizzazione – presenta una spiccata variabilità territoriale: da un minimo del 20% nel Mezzogiorno a percentuali pressoché doppie al Nord e al Centro (rispettivamente 41,0 e 38,2%).
Un altro aspetto è legato alla struttura per età degli sposi entrambi italiani: tra i giovani under30 che si sposano per la prima volta si osserva un comportamento più “tradizionale” rispetto a chi si sposa in età successive; la quota di primi matrimoni celebrati con rito civile è, infatti, al 24,8% per i più giovani e al 37,8% per chi si sposa per la prima volta in età più matura. Per i più giovani, inoltre, la variabilità territoriale è più contenuta, pur restando evidente il gradiente Nord-Mezzogiorno (circa 27% vs 22,6% rispettivamente). Per chi si sposa dai 30 anni in su il differenziale territoriale è ancora più marcato: si va dal 48,7% di prime nozze celebrate con rito civile al Nord, al 44,3% del Centro, rispetto al 21,6% del Mezzogiorno.
Anche la scelta del regime patrimoniale di separazione dei beni è un fenomeno in rapida crescita. Nel 2008, l’incidenza dei matrimoni in regime di separazione dei beni era pari al 62,7% e in soli 11 anni è arrivata al 72,9%.

Più libere unioni, meno matrimoni

La diminuzione dei primi matrimoni è da mettere in relazione in parte con la progressiva diffusione delle libere unioni. Queste, dal 1997-1998 al 2017-2018, sono più che quadruplicate passando da circa 329 mila a 1 milione 368 mila. L’incremento è dipeso prevalentemente dalla crescita delle libere unioni di celibi e nubili, passate da 122 mila a 830 mila circav.
Questa modalità del fare famiglia è sempre più diffusa anche nel caso di famiglie con figli; l’incidenza di bambini nati fuori del matrimonio è in continuo aumento: nel 2017 quasi un nato su tre ha i genitori non coniugativi. Di generazione in generazione si osserva un aumento dei percorsi di vita più “flessibili” rispetto alla tradizionale caratteristica di una sequenza di eventi precisa e socialmente normata. Il primo matrimonio e la nascita del primo figlio sono eventi che possono sempre più spesso non verificarsi oppure verificarsi non nella sequenza “tradizionale”. Se si considerano ad esempio le donne nate tra il 1977 e il 1986 che hanno sperimentato sia la nascita del primo figlio sia il primo matrimonio, nel 14% dei casivii la nascita del bambino ha preceduto il matrimonio. Questa proporzione tende inoltre ad aumentare quando il primo figlio arriva in età più avanzata: quasi un nato su 4 per le donne nate a cavallo degli anni Settanta che sono diventate mamme per la prima volta dopo i 30 anni. Il primo matrimonio arriva dunque in questi casi a suggello di una unione costituita da tempo e non coincide con la formazione di una nuova famiglia.

Non si arresta la tendenza alla posticipazione delle nozze

Accanto alla scelta delle libere unioni come modalità alternativa al matrimonio, sono in continuo aumento le convivenze prematrimoniali, le quali possono avere un effetto sul rinvio delle nozze a età più mature (posticipazione del primo matrimonio). Ma è soprattutto la protratta permanenza dei giovani nella famiglia di origine a determinare il rinvio delle prime nozze. Nel 2018 vivono nella famiglia di origine il 67,5% dei maschi tra 18 e 34 anni (oltre 3 milioni e 700 mila) e il 56,4% delle loro coetanee (oltre 2 milioni e 900 mila). Particolarmente rilevante è l’aumento nel tempo di chi vive nella famiglia di origine, specialmente per le donne: rispetto al 2008 le donne che non hanno ancora lasciato la famiglia di origine sono aumentate di 3 punti percentuali mentre gli uomini di 1,3.
La prolungata permanenza dei giovani nella famiglia di origine è, come è noto, dovuta a molteplici fattori: all’aumento diffuso della scolarizzazione e all’allungamento dei tempi formativi, alle difficoltà che incontrano i giovani nell’ingresso nel mondo del lavoro e alla condizione di precarietà del lavoro stesso, alle difficoltà di accesso al mercato delle abitazioni. L’effetto di questi fattori si amplifica nei periodi di congiuntura economica sfavorevole, spingendo i giovani a ritardare ulteriormente, rispetto alle generazioni precedenti, le tappe dei percorsi verso la vita adulta, tra cui quella della formazione di una famigliaviii.
Analizzando i tassi di primo-nuzialità, dopo i bassi livelli del 2014, si osserva un andamento altalenante anche come conseguenza delle modificazioni legislative introdotte riguardanti il divorzio. Mettendo a confronto la media annua dei tassi di primo-nuzialità nel periodo 2015-2018 col tasso osservato nel 2014, a dispetto di un lieve aumento dell’indicatore osservato per il complesso della popolazione in età tra 16 e 49 anni (circa il 3% in più per uomini e donne), emerge un sostanziale arresto dei primi matrimoni dei giovani fino a 34 anni. Si osserva, invece, un aumento del 10,3 e 17,3%, rispettivamente per uomini e donne, dei matrimoni tra i 35 e 49 anni, effetto della posticipazione dell’evento verso età sempre più mature.

In aumento i matrimoni in cui il primo “sì” arriva a 65 anni o più

Sempre più spesso il matrimonio viene celebrato a sugello di relazioni da tempo costituite. Nel 2018 i matrimoni in cui almeno uno sposo ha 65 anni o più costituiscono ancora una quota residuale del totale dei matrimoni: 3,4% quando è lo sposo ad avere più di 64 anni, 0,9% quando è la sposa. Tuttavia tale proporzione è più che raddoppiata rispetto al 2008 sia per gli uomini sia per le donne (erano rispettivamente 1,4% e 0,4%).
La quota di celibi, tra gli sposi con almeno 65 anni, è passata dal 39,5% del 2008 al 43,7% del 2018; in questa fascia di età crescono anche le percentuali di matrimoni di nubili che, in 11 anni, sono passate dal 25,6% al 29,1%. Quando è lo sposo ad avere più di 64 anni la differenza media di età con la sposa è di 14 anni, a dispetto di una media di 3 anni quando consideriamo tutti gli sposi. Se invece è la sposa ad avere almeno 65 anni, si osserva una maggiore omogamia e lo sposo è frequentemente appartenente alla stessa classe d’età della donna. Sono in aumento anche i matrimoni in cui entrambi gli sposi hanno almeno 65 anni: nel 2018 in un caso su cinque si tratta di prime nozze (erano il 16,2% nel 2008).
Considerando, infine, la somma dei tassi specifici di tutte le età (non limitandoli quindi alla fascia d’età 16-49), la quota di primi matrimoni dai 65 anni in poi risulta in aumento: dal 2008 al valore medio 2015-2018 si passa dallo 0,7% all’1,3% per gli sposi e dallo 0,2% allo 0,4% per le spose.

Al Centro-Nord quasi un quarto dei matrimoni ha almeno uno sposo straniero

Nel 2018 sono state celebrate 33.933 nozze con almeno uno sposo straniero, il 17,3% del totale dei matrimoni, una proporzione in leggero aumento rispetto all’anno precedente.
La quota dei matrimoni con almeno uno sposo straniero è notoriamente più elevata nelle aree in cui è più stabile e radicato l’insediamento delle comunità straniere, cioè al Nord e al Centro. In questa parte del Paese quasi un matrimonio su quattro ha almeno uno sposo straniero, mentre al Sud e nelle Isole si registrano proporzioni inferiori al 10%.
A livello regionale in cima alla graduatoria vi sono la provincia autonoma di Bolzano (30,1%), la Toscana (27,8%), l’Umbria (25,2%) e il Veneto (24,5%). Tutte le regioni del Mezzogiorno si trovano sotto la media nazionale.
I matrimoni misti (in cui uno sposo è italiano e l’altro straniero) ammontano a oltre 24 mila nel 2018 (70,5%) e rappresentano la parte più consistente dei matrimoni con almeno uno sposo straniero. Nelle coppie miste, la tipologia più frequente è quella in cui lo sposo è italiano e la sposa è straniera; questo tipo di matrimonio riguarda il 9,1% del totale delle celebrazioni a livello medio nazionale (17.789 nozze celebrate nel 2018) e arriva quasi al 12% nel Centro-Nord. Le donne italiane che hanno scelto un partner straniero sono state 6.127 nel 2018, il 3,1% del totale delle spose.
I casi in cui entrambi gli sposi sono stranieri sono 10.017 (il 5,2% dei matrimoni totali) e si riducono di molto se si considerano solo quelli in cui almeno uno dei due sposi è residente in Italia (5.451 nozze in totale). Il nostro Paese esercita, infatti, un’attrazione per numerosi cittadini provenienti soprattutto da paesi a sviluppo avanzato, che lo scelgono come luogo di celebrazione delle nozze.
Uomini e donne mostrano una diversa propensione a contrarre matrimonio con un cittadino straniero non solo in termini di frequenza, ma anche per quanto riguarda alcune importanti caratteristiche degli sposi, come la cittadinanza.
Gli uomini italiani che nel 2018 hanno sposato una cittadina straniera hanno nel 18,6% dei casi una moglie rumena, nel 12,7% un’ucraina, nel 6,7% una brasiliana e nel 6,1% una russa. Le donne italiane che hanno sposato un cittadino straniero, invece, hanno scelto più spesso uomini con cittadinanza marocchina (15,0%), albanese (10,0%) e tunisina (5,2%). Complessivamente, in questa tipologia di coppia, più di tre sposi stranieri su 10 sono cittadini di un paese africano.
Considerando i matrimoni di sposi entrambi stranieri in cui almeno uno è residente in Italia, quelli più diffusi sono tra rumeni (1.521 matrimoni nel 2018, pari al 27,9% del totale dei matrimoni tra sposi stranieri residenti), seguono quelli tra nigeriani (559 nozze, il 10,3%) e ucraini (408 matrimoni, il 7,5%). All’opposto alcune comunità straniere, altrettanto numerose, si sposano in Italia meno frequentemente: è il caso dei cittadini marocchini o albanesi.

Seconde nozze più frequenti al Centro e al Nord

L’aumento dell’instabilità coniugale contribuisce alla diffusione delle seconde nozze e delle famiglie ricostituite composte da almeno una persona che ha vissuto una precedente esperienza matrimoniale, generando nuove tipologie familiari. Cresce, infatti, progressivamente la quota di matrimoni in cui almeno uno sposo è stato già unito in matrimonio: nel 2018 il 19,9% dei matrimoni riguarda almeno uno sposo alle seconde nozze (o successive), nel 2008 era il 13,8%. L’evidente aumento – soprattutto nel biennio 2015-2016 – deriva fortemente dall’introduzione del divorzio breve; il valore registrato nel 2018, invece, è del tutto analogo a quello dell’anno precedente, ipotizzando quindi una sostanziale stabilizzazione della quota di secondi matrimoni.
La tipologia più frequente tra i matrimoni successivi al primo è quella in cui lo sposo è divorziato e la sposa è nubile (13.597 nozze, il 6,9% dei matrimoni celebrati nel 2018); a seguire vi sono le celebrazioni in cui è la sposa a essere divorziata e lo sposo è celibe (5,5% del totale) e quelle in cui entrambi gli sposi sono divorziati (5,4%).
Anche l’età media degli sposi al secondo matrimonio mostra un aumento consistente tra 2008 e 2018. L’età degli sposi precedentemente vedovi è passata da 61,2 anni a 67,9 e quella delle spose precedentemente vedove da 48,4 anni a 51,0. Analoga tendenza per gli sposi divorziati: nel 2018 gli sposi già divorziati hanno in media 55,0 anni e le spose già divorziate 47,3 anni (rispettivamente +4,8 anni per le donne e +6,9 per gli uomini). La posticipazione delle tappe del ciclo di vita, accompagnata dall’aumento dei livelli di sopravvivenza, coinvolge quindi anche chi ha avuto già un’unione.
Le percentuali più elevate di matrimoni con almeno uno sposo alle seconde nozze si osservano, nell’ordine, in Valle d’Aosta (30,8% del totale delle celebrazioni), Liguria (30,7%), Friuli-Venezia Giulia (30,2%), Emilia-Romagna (28,4%) e Piemonte (27,9%). Le incidenze più basse si rilevano, invece, in Basilicata (7,8%), Calabria (8,9%) e Campania (9,8%), con percentuali più che dimezzate rispetto al valore medio nazionale. I matrimoni successivi al primo sono più diffusi laddove si registrano i tassi di divorzio più elevati, ovvero nelle regioni del Nord e del Centro.

Coppie dello stesso sesso: unioni più diffuse al Nord-ovest e nelle grandi città

Nel 2018 sono state costituite 2.808 unioni civili (tra coppie dello stesso sesso) presso gli Uffici di Stato civile dei comuni italiani. Queste si vanno a sommare a quelle già costituite nel corso del secondo semestre 2016 (2.336), anno di entrata in vigore della Legge 20 maggio 2016, n. 76x, e dell’anno 2017 (4.376)xi. Come nelle attese, dopo il picco avutosi subito dopo l’entrata in vigore della nuova legge il fenomeno si sta ora stabilizzando.
Si conferma anche nel 2018 la prevalenza di coppie di uomini (1.802 unioni, il 64,2% del totale), anche se in progressivo ridimensionamento (73,6% nel 2016, 67,7% nel 2017).
Il 37,2% delle unioni civili è stato costituito nel Nord-ovest, seguito dal Centro (27,2%). In testa si posiziona la Lombardia con il 25%, a seguire Lazio (15,1%), Emilia-Romagna (10,0%) e Toscana (9,4%).
Le unioni civili costituite in Italia nel 2018 sono 4,6 per 100 mila abitanti: si va da 7 di Lazio, Lombardia e Toscana a circa 0,5 per 100 mila di Calabria, Basilicata e Molise.
Emerge con particolare evidenza il ruolo attrattivo di alcune metropoli. Nel 2018, infatti, nelle grandi città si è concentrato il 32,7% delle unioni civili avvenute in Italia: in cima alla graduatoria si trovano Roma (290 unioni, 10,3%) e Milano (257 unioni, 9,2%); la quota di unioni civili di coppie di uomini risulta particolarmente elevata a Milano (pari al 75,5%) rispetto a Roma (66,9%).
Considerando l’incidenza delle unioni civili sul totale della popolazione residente, nel 2018 si sono costituite a Milano 18,7 unioni civili per 100 mila abitanti, a Roma 10,1.
Tra le città del Mezzogiorno soltanto Napoli e Palermo mostrano valori superiori all’1 per 100 mila abitanti, analogamente a quanto osservato nel periodo precedente.

Articolo tratto da: ISTAT - Istituto nazionale di statistica