Il matrimonio in Italia: statistiche Istat. Pubblicati i dati sui matrimoni celebrati nel 2015.

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  • Nel 2015 sono stati celebrati in Italia 194.377 matrimoni, circa 4.600 in più rispetto all’anno precedente. Si tratta dell’aumento annuo più consistente dal 2008. Nel periodo 2008-2014, i matrimoni sono diminuiti in media al ritmo di quasi 10.000 all’anno
  • La lieve ripresa dei matrimoni riguarda, in parte, le prime nozze tra sposi di cittadinanza italiana: 144.819 celebrazioni nel 2015 (circa 2.000 in più del 2014), mentre dal 2008 al 2014 erano diminuite di oltre 40.000 (il 76% del calo complessivo delle nozze). Aumenta anche la propensione alle prime nozze: 429 per 1.000 uomini e 474 per 1.000 donne. I valori sono comunque inferiori del 20% rispetto al 2008. Gli sposi celibi hanno in media 35 anni e le spose nubili 32 (entrambi quasi due anni in più rispetto al 2008).
  • Le seconde nozze, o successive, sono state 33.579 sempre nel 2015 quasi 3.000 in più rispetto al 2014 (+9%). La incidenza sul totale dei matrimoni raggiunge il 17%.
  • Prosegue anche nel 2015 l’aumento dei matrimoni celebrati con rito civile. Sono stati 88.000 – l’8% in più rispetto al 2014 – e rappresentano ormai il 45,3% del totale dei matrimoni. Gran parte di questo aumento è dovuto alle seconde nozze, ma il rito civile è sempre più scelto anche nei primi matrimoni di coppie italiane.
  • I matrimoni in cui almeno uno dei due sposi è di cittadinanza straniera sono circa 24.000 (12,4% delle nozze celebrate nel 2015), in calo di circa 200 unità rispetto al 2014.
  • Per l’instabilità coniugale, i dati del 2015 risentono degli effetti delle recenti variazioni normative. In particolare l’introduzione del “divorzio breve” fa registrare un consistente aumento del numero di divorzi, che ammontano a 82.469 (+57% sul 2014). Più contenuto è l’aumento delle separazioni, pari a 91.706 (+2,7% rispetto al 2014).
  • A seguito dell’introduzione della normativa sugli accordi extragiudiziali in tema di separazione e divorzio, sono stati definiti presso gli Uffici di stato civile 27.040 divorzi (pari al 32,8% dei divorzi del 2015) e 17.668 separazioni (19,3% delle separazioni).
  • La durata media del matrimonio al momento della separazione è di circa 17 anni. Negli ultimi vent’anni è raddoppiata la quota delle separazioni dei matrimoni di lunga durata, passando dall’11,3% del 1995 al 23,5%.
  • All’atto della separazione i mariti hanno mediamente 48 anni e le mogli 45 anni. La classe più numerosa è quella tra 40 e 44 anni per le mogli (18.631 separazioni, il 20,3% del totale), tra 45 e 49 anni per i mariti (18.055, il 19,7%).
  • La propensione a separarsi è più bassa e stabile nel tempo nei matrimoni celebrati con il rito religioso. A distanza di 10 anni dalle nozze i matrimoni sopravviventi sono praticamente gli stessi per le coorti di matrimonio del 1995 e del 2005 (rispettivamente 911 e 914 su 1.000). I matrimoni civili sopravviventi scendono a 861 per la coorte del 1995 e a 841 per quella del 2005.
  • Nel 2015 le separazioni con figli in affido condiviso sono circa l’89% di tutte le separazioni con affido. Solo l’8,9% dei figli è affidato esclusivamente alla madre. È questo l’unico risultato evidente dell’applicazione della Legge 54/2006 sull’affido condiviso.
  • La quota di separazioni in cui la casa coniugale è assegnata alle mogli aumenta dal 57,4% del 2005 al 60% del 2015 e arriva al 69% per le madri con almeno un figlio minorenne.
    Si mantiene stabile anche la quota di separazioni con assegno di mantenimento corrisposto dal padre (94% del totale delle separazioni con assegno nel 2015).

Matrimoni in leggero aumento ovunque
Nel 2015 sono stati celebrati in Italia 194.377 matrimoni, circa 4.600 in più rispetto all’anno precedente (+2,4%). Dal 2008 si tratta dell’incremento annuo più consistente: nel periodo 2008- 2014, i matrimoni sono diminuiti in media al ritmo di quasi 10.000 all’anno. La ripresa della nuzialità è generalmente diffusa sul territorio. Gli incrementi maggiori si sono registrati in Piemonte (+8,1%) e in Sicilia (+6,4%). In controtendenza, il Molise, la Puglia e l’Umbria, in queste regioni, infatti, le nozze continuano a diminuire.
L’aumento dei matrimoni sembra proseguire e rafforzarsi anche nel 2016. I dati provvisori riferiti al periodo gennaio-giugno 2016 mostrano 3.645 celebrazioni in più rispetto allo stesso periodo del 2015.

Prime nozze in crescita anche per gli italiani
Si registra un aumento anche delle prime nozze tra sposi di cittadinanza italiana: 144.819 celebrazioni nel 2015 (circa 2.000 in più del 2014), mentre dal 2008 al 2014 erano diminuite di oltre 40.000 (il 76% del calo complessivo delle nozze osservato nello stesso periodo).
La primo-nuzialità è un indicatore di rilievo per lo studio dei comportamenti di formazione delle famiglie. È evidente che un solo anno di osservazione e l’entità contenuta dell’aumento registrato nel 2015 non consentono di parlare di ripresa. La diminuzione dei primi matrimoni è in atto da oltre quarant’anni e la sua accelerazione negli anni più recenti è dovuta, in parte, ad un “effetto struttura”, legato al cambiamento nella composizione della popolazione per età. La prolungata diminuzione delle nascite, che dalla metà degli anni Settanta e per oltre 30 anni ha interessato il nostro Paese, ha infatti determinato una netta riduzione della popolazione nella fascia di età in cui i primi matrimoni sono di gran lunga più frequenti, quella tra 16 e 34 anni. Nel 2015 i giovani di cittadinanza italiana16-34enni sono circa 10 milioni e 500.000, oltre 1 milione e 500.000 in meno rispetto al 2008.
Questi effetti strutturali continueranno in futuro ad agire nella direzione della contrazione del livello della nuzialità. La propensione al primo matrimonio, al netto dell’”effetto struttura” per età della popolazione, si misura attraverso il calcolo dei tassi di primo-nuzialità, ottenuti rapportando gli sposi di ciascuna età – celibi e nubili al momento del matrimonio – alla corrispondente popolazione maschile e femminile. Nel 2014 questi indicatori hanno fatto registrare un minimo storico: sono stati celebrati 421 primi matrimoni per 1.000 uomini e 463 per 1.000 donne. Il calo arriva al 25% se si osservano esclusivamente i tassi di primo-nuzialità dei giovani al di sotto dei 35 anni, ovvero l’età in cui si concentra il fenomeno.
Nel 2015 la propensione alle prime nozze aumenta leggermente (in media 2% in più rispetto al 2014): sono stati celebrati 429 primi matrimoni per 1.000 uomini e 474 per 1.000 donne, si tratta comunque di valori inferiori del 20% rispetto al 2008. Allo stesso tempo cresce ulteriormente l’età degli sposi alle prime nozze: gli sposi celibi hanno in media 35 anni e le spose nubili 32 (entrambi quasi due anni in più rispetto al 2008). Questi dati suggeriscono che il lieve aumento della primo- nuzialità del 2015 sia in parte attribuibile al “recupero” di parte della consistente posticipazione delle nozze messa in atto negli ultimi anni, forse anche condizionata dal prolungarsi della crisi economica..
L’innalzamento dell’età media al primo matrimonio è in atto dalla metà degli anni Settanta ed è la conseguenza del rinvio verso età sempre più mature delle tappe salienti del processo di transizione allo stato adulto. In particolare, la permanenza dei giovani, sempre più prolungata, nella famiglia di origine sposta in avanti il calendario della prima unione. Nel 2015 vivono nella famiglia di origine l’80,9% dei maschi 18-30enni (oltre 3 milioni e 200.000) e il 69,7% delle loro coetanee (oltre 2 milioni e 700.000)1. Rispetto al 2014 non ci sono variazioni significative.
La prolungata permanenza dei giovani nella famiglia di origine è dovuta a molteplici fattori, tra cui: l’aumento diffuso della scolarizzazione e l’allungamento dei tempi formativi, le difficoltà che incontrano i giovani nell’ingresso nel mondo del lavoro e la condizione di precarietà del lavoro stesso, le difficoltà di accesso al mercato delle abitazioni. L’effetto di questi fattori è stato amplificato negli ultimi anni dalla congiuntura economica sfavorevole che ha spinto sempre più giovani a ritardare ulteriormente, rispetto alle generazioni precedenti, le tappe dei percorsi verso la vita adulta, tra cui quella della formazione di una famiglia. Dopo una fase così accentuata di rinvio delle prime nozze come quella osservata dal 2009 al 2014, è possibile che ci sia un parziale recupero legato in qualche misura al miglioramento delle condizioni economiche generali, con particolare riferimento al mercato del lavoro.

Ad aumentare soprattutto i matrimoni con rito civile
Nel 2015 il 45,3% dei matrimoni (88.000) è celebrato con rito civile, in aumento dell’8% rispetto all’anno precedente. Tipicamente sono celebrate prevalentemente con rito civile le seconde nozze o successive (93%) e i matrimoni con almeno uno sposo straniero (87%).
La scelta di celebrare il matrimonio con il solo rito civile, tuttavia, si sta affermando rapidamente anche nel caso dei primi matrimoni di coppie italiane: a livello medio nazionale si passa dal 20% del 2008 al 30% del 2015. Il fenomeno rappresenta un indicatore della diffusione di comportamenti familiari secolarizzati e presenta una forte variabilità territoriale che vede ai vertici della graduatoria le regioni del Nord e del Centro. Ben il 32% degli sposi che risiedono al Nord-Ovest e il 40% dei residenti al Nord-Est e al Centro hanno celebrato la prima unione con rito civile nel 2015, al Sud solo il 20%.

In lieve calo anche i matrimoni con uno sposo straniero
I matrimoni in cui almeno uno dei due sposi è di cittadinanza straniera sono circa 24.000 (pari al 12,4% delle nozze celebrate nel 2015), in calo di circa 200 unità rispetto al 2014. La frequenza dei matrimoni con almeno uno sposo straniero è strutturalmente più elevata nelle aree del Nord e del Centro, in cui è più stabile e radicato l’insediamento delle diverse comunità straniere.
Nel Nord-est, quasi un matrimonio su cinque ha almeno uno sposo straniero, al Nord-ovest e al Centro questa quota è del 15%, mentre al Sud e nelle Isole si registrano proporzioni pari rispettivamente al 6,3% e al 5,9% del totale delle nozze.
I matrimoni misti (in cui uno sposo è italiano e l’altro straniero) ammontano a oltre 17.692 nel 2015 e rappresentano la parte più consistente dei matrimoni con almeno uno sposo straniero (74%) mentre quelli con entrambi i partner stranieri sono oltre 6.300.
Nelle coppie miste la tipologia più frequente è quella in cui lo sposo è italiano e la sposa è straniera, riguarda il 7% delle nozze celebrate nel 2015 a livello medio nazionale e circa il 9% nel Nord e nel Centro. Le donne italiane che hanno scelto un partner straniero sono 4.050 nel 2015, il 2,1% del totale delle spose: quest’ultima tipologia di unioni mostra la flessione più marcata dal 2008 (anno in cui erano oltre 6.300).

Una sposa straniera su due viene dall’Est Europa
Uomini e donne italiani mostrano una diversa propensione a contrarre matrimonio con un cittadino straniero non solo in termini di frequenza, ma anche per quanto riguarda altre caratteristiche degli sposi, come la cittadinanza.Gli uomini italiani che nel 2015 hanno sposato una cittadina straniera hanno nel 20% dei casi una moglie rumena, nel 12% un’ucraina e nel 6% una russa. Nel complesso oltre una sposa straniera su due è cittadina di un paese dell’Est Europa. Le donne italiane che hanno sposato un cittadino straniero, invece, hanno scelto più spesso uomini provenienti dal Marocco (13%), dall’Albania (11%) e dalla Romania (6%). Complessivamente, in questa tipologia di coppia, il 32% degli sposi è cittadino di un paese dell’Est Europa, il 27% di un paese africano.
Le nozze celebrate in Italia tra cittadini entrambi stranieri sono oltre 6.000 (il 3,3% dei matrimoni totali) e si riducono di molto quando si considerano solo quelli in cui almeno uno dei due è residente (4.831 nozze in totale nel 2015). Il nostro Paese esercita, infatti, un’attrazione per numerosi cittadini provenienti soprattutto da paesi a sviluppo avanzato, che lo scelgono come luogo di celebrazione delle nozze.
I matrimoni tra rumeni2 sono i più diffusi in valore assoluto (926 matrimoni nel 2015, pari al 19% del totale dei matrimoni tra sposi stranieri residenti), seguiti da quelli di nigeriani (355 nozze, il 7,3%) e di ucraini (313 matrimoni, il 6,5%).
Le ragioni della diversa propensione dei cittadini stranieri residenti a celebrare il matrimonio nel nostro Paese vanno ricercate nei progetti migratori e nelle caratteristiche culturali proprie delle diverse comunità. In molti casi i cittadini immigrati si sposano nel paese di origine e i coniugi affrontano insieme l’esperienza migratoria, oppure si ricongiungono nel nostro Paese quando uno dei due si è stabilizzato.

In costante aumento il peso delle seconde nozze sui matrimoni celebrati
Le seconde nozze sono andate progressivamente aumentando fino al 2008; quindi si è registrato un rallentamento, seguito da una lieve diminuzione. Nel 2015 sono stati celebrati in Italia 33.579 matrimoni con almeno uno sposo alla sua seconda occasione, circa il 10% in più rispetto al 2014. L’incidenza percentuale delle seconde nozze sul totale, in continuo aumento, ha raggiunto il 17% nel 2015.
L’andamento delle seconde nozze è influenzato dalla dimensione della popolazione dei cosiddetti “esposti al rischio”, cioè di coloro in condizione di contrarre un secondo matrimonio, e quindi è influenzato tanto dalla primo-nuzialità quanto dalla divorzialità. Il calo della primo-nuzialità è stato finora compensato dal progressivo aumento dei matrimoni sciolti per divorzio. Parte dell’aumento delle seconde nozze del 2015 è da riferire proprio all’incremento dei divorzi registrato nello stesso anno.
Gli uomini si risposano più frequentemente delle donne, in media a 53 anni se sono divorziati e a 69 se sono vedovi, mentre le donne alle seconde nozze hanno, mediamente, 46 anni se divorziate e 54 anni se vedove.
La tipologia più frequente tra i matrimoni successivi al primo è quella in cui lo sposo è divorziato e la sposa è nubile (oltre 12 .000 nozze, il 6,3% dei matrimoni celebrati nel 2015), mentre sono quasi 10.000 (5,1% del totale) le celebrazioni in cui è la sposa ad essere divorziata e lo sposo è celibe.

“Divorzio breve”: è boom
Per quanto riguarda l’instabilità coniugale, nel 2015 si registra un consistente aumento del numero di divorzi che hanno raggiunto gli 82.469 casi (+57% rispetto al 2014). Molto più contenuto, e in linea con le tendenze in atto negli anni precedenti, è l’aumento delle separazioni (91.706, +2,7% rispetto al 2014).
Per una corretta interpretazione di questi dati occorre tener presente che nel 2015 esplicano per la prima volta i loro effetti due importanti variazioni normative in materia di separazione e di scioglimento delle unioni coniugali. La prima è la legge n. 132/2014, entrata in vigore alla fine del 2014; che si pone l’obiettivo di semplificare l’iter delle procedure di separazione e divorzio consensuali prevedendo la stipula di accordi extragiudiziali3 (con convenzione di negoziazione assistita da avvocati4 o direttamente presso gli uffici di stato civile). I coniugi possono pertanto avvalersi di un iter più semplice dal punto di vista degli adempimenti procedurali, più rapido e meno oneroso rispetto al procedimento giudiziario.
In applicazione di queste norme, nel 2015, sono stati definiti presso gli Uffici di stato civile 27.040 divorzi (pari al 32,8% del totale dei divorzi del 2015) e 17.668 separazioni (pari al 19,3% sul totale delle separazioni). Questi procedimenti si sono sommati ai procedimenti conclusi presso i tribunali (rispettivamente pari a 55.429 per i divorzi e 74.038 per le separazioni) facendo lievitare sensibilmente l’entità del fenomeno e, soprattutto, i divorzi.
Al boom dei divorzi ha infatti contribuito anche una seconda variazione normativa nota come Legge sul “divorzio breve” 5, entrata in vigore a metà 2015, che ha accorciato drasticamente (da tre anni a sei mesi nei casi di separazioni consensuali o a un anno nei casi di separazioni giudiziali) il periodo che deve intercorrere obbligatoriamente tra il provvedimento di separazione e quello di divorzio. Questa variazione normativa ha avuto (e probabilmente continuerà ad avere anche nei prossimi anni) un effetto “di cadenza”, facendo anticipare nel 2015 una gran parte di quei divorzi (con separazioni concluse nel triennio 2013-2015) che con la vecchia normativa avrebbero visto decorrere i termini temporali non prima del 2016.
Quasi il 40% dei divorzi definiti presso gli Uffici di stato civile e il 10% di quelli definiti presso i tribunali sono, infatti, divorzi “brevi”, ovvero l’intervallo di tempo intercorso tra la separazione legale e la successiva domanda di divorzio è stato inferiore ai 3 anni previsti dalla precedente normativa.

Nel 2015 si registra, pertanto, una importante “rottura” della serie temporale dei divorzi e degli indicatori ad essi riferiti per effetto delle variazioni normative precedentemente richiamate.
Non sarebbe corretta, quindi, una lettura dell’aumento dei divorzi in termini di aumento della propensione allo scioglimento delle unioni. A tale proposito è più opportuno considerare il trend dell’indicatore riferito alle separazioni che, come si è detto, subisce un effetto delle variazioni normative molto più contenuto.

Semplificazione di separazioni e divorzi: obiettivo raggiunto?
L’obiettivo della legge n. 132/2014 era la degiurisdizionalizzazione delle procedure delle separazioni e dei divorzi consensuali. La legge prevede, infatti, il ricorso agli accordi extra- giudiziali nei soli casi di separazione e divorzio consensuali e ne regolamenta due procedure diverse, più o meno semplificate, a seconda che nella coppia ci sia la presenza (procedura ex art.6) o l’assenza (procedura ex art.12) di figli7 o di accordi patrimoniali.
La diminuzione delle “procedure giudiziarie consensuali” è stata assolutamente rilevante (oltre 17.000 in meno nel 2015 rispetto al 2014). Va sottolineato però il fatto, apparentemente contraddittorio, che se ci si sofferma sui valori assoluti la fortissima diminuzione si nota immediatamente nelle separazioni e quasi per nulla nei divorzi consensuali (4.300 in meno rispetto all’anno precedente). Si tratta di una contraddizione solo apparente perché sul numero assoluto dei divorzi (sia giudiziali che consensuali) pesa in realtà l’effetto del divorzio breve visto precedentemente.
In termini relativi, rispetto ai provvedimenti emessi dai Tribunali nel 2015 si nota che il peso delle consensuali sul totale è diminuito di oltre sei punti percentuali (da 84,2 a 78,0%) nel caso delle separazioni e di ben 12 punti (da 75,9 a 63,9%) nel caso dei divorzi.
La consistente diminuzione dei procedimenti di separazione consensuali conclusi presso i Tribunali, fra il 2015 e il 2014, è diffusa su tutto il territorio. Come si evince dalle percentuali di separazioni definite presso i comuni, l’applicazione della nuova normativa sugli accordi extragiudiziari trova riscontro in tutte le regioni con una incidenza sul totale dei procedimenti consensuali variabile dal 15,4 in media per le Isole al 23,0 del Nord-est. Le percentuali di divorzi definiti presso i Comuni sono ancora più elevate e presentano una maggiore variabilità territoriale, dal 20,8 delle Isole al 39,2 del Nord-est.
Tuttavia, l’obiettivo di alleggerire il carico di lavoro dei tribunali è stato raggiunto solo parzialmente. Da un lato, infatti, mentre è evidente il generalizzato calo dei procedimenti di separazione consensuale conclusi nei tribunali, la diminuzione dei procedimenti consensuali di divorzio è più contenuta e addirittura in aumento in alcune regioni. Si può presumere che l’effetto di alleggerimento richieda alcuni anni in ragione dell’ingente numero di procedimenti pregressi da smaltire.

La crisi del 17mo anno
La durata media del matrimonio al momento della separazione è pari nel 2015 a circa 17 anni. La quota delle separazioni riferite ai matrimoni di lunga durata è raddoppiata negli ultimi vent’anni (dall’11,3% del 1995 al 23,5% del 2015) mentre scende la quota di quelle interrotte entro i primi cinque anni di matrimonio (dal 24,4% del 1995 al 12,1% del 2015)
In particolare, considerando i dati relativi al 2015 per provvedimento adottato (sentenza/decreto del tribunale o accordo extragiudiziale), ad avvalersi della procedura extragiudiziale ex art.12, ovvero quella prevista in assenza di figli minorenni o maggiorenni non autosufficienti o di accordi patrimoniali, sono prevalentemente coppie sposate da poco tempo (il 23,4% per le coppie sposate da 0 a 4 anni) o, all’opposto, da lungo tempo (il 31,6% tra quelli sposati da oltre 25 anni) in cui i figli, se presenti, hanno già lasciato la famiglia di origine.
L’aumento della quota di separazioni riferite a matrimoni di lunga durata è in parte il risultato di un effetto strutturale dovuto all’andamento dei matrimoni e, in particolare dei primi matrimoni, che dal 1990 al 2015 sono stati in continua diminuzione e si sono quasi dimezzati.

Matrimoni religiosi più stabili di quelli celebrati con rito civile
La propensione a sciogliere il matrimonio al netto dell’”effetto struttura” dovuto al trend dei matrimoni, si misura attraverso il calcolo dei tassi di separazione specifici per durata del matrimonio, ottenuti rapportando le separazioni riferite alla durata del matrimonio all’ammontare dei matrimoni della coorte corrispondente.
La propensione alla separazione dei matrimoni celebrati nei singoli anni varia molto in relazione al tipo di rito di celebrazione del matrimonio. Mettendo a confronto i matrimoni del 1995 con quelli del 2005 si osserva che la propensione a separarsi è molto inferiore (e stabile nel tempo) nei matrimoni celebrati con il rito religioso. Dopo 10 anni i matrimoni religiosi sopravviventi sono praticamente gli stessi per le due coorti di matrimonio considerate (rispettivamente 911 e 914 su 1.000), invece i matrimoni civili sopravviventi scendono rispettivamente a 861 per la coorte del 1995 e a 841 per quella del 2005.
L’analisi per rito mostra che l’aumento dell’instabilità coniugale e l’anticipazione delle separazioni per le coorti di matrimonio più recenti, ravvisabile per il complesso dei matrimoni, è in gran parte da riferire alla crescente incidenza dei matrimoni civili.

Quarantenni più coinvolti nelle crisi coniugali
Nel 2015 all’atto della separazione i mariti hanno mediamente 48 anni e le mogli 45 anni. La classe più numerosa è quella tra i 40 e i 44 anni per le mogli (18.631 separazioni, il 20,3% del totale) mentre per i mariti è quella tra i 45 e i 49 anni (18.055 pari al 19,7%). Nel 2000, invece, il maggior numero delle separazioni ricadeva sia per i mariti sia per le mogli nella classe 35-39 anni.
I dati del 2015 confermano che a fare ricorso alle separazioni ex art.12 sono state soprattutto coppie di lunga durata: infatti, sia per i mariti che per le mogli i valori percentuali più elevati si registrano nella classe di età 60 e oltre, rispettivamente con il 25,2% e il 18,5%.

Le coppie miste non funzionano sempre
La crescita dell’instabilità dei matrimoni fra coniugi di diversa cittadinanza è un fenomeno relativamente recente, dovuto all’aumento dei matrimoni “misti”, ovvero che coinvolgono cittadini italiani e stranieri. Nel 2015, le separazioni di coppie miste hanno raggiunto in termini assoluti un massimo pari a 8.657 (in termini relativi 9,4% di tutte le separazioni, percentuale simile a quella registrata lo scorso anno).
In sette casi su dieci (67,7%), la tipologia di coppia mista che arriva a separarsi è quella con marito italiano e moglie straniera (o che ha acquisito la cittadinanza italiana in seguito al matrimonio). Questo risultato appare strettamente connesso con la maggiore propensione degli uomini italiani a sposare una cittadina straniera.
I divorzi di “coppie miste”, seppur aumentati in valore assoluto (7.160 nel 2015), mostrano una tendenza alla diminuzione in termini relativi. Nel 2015 sono pari all’8,7% del totale dei divorzi mentre erano il 9,5% del totale nel 2014.

L’affido condiviso a dieci anni dalla sua introduzione
Poco più della metà delle separazioni (54,0%) e il 39,1% dei divorzi del 2015 riguardano matrimoni con almeno un figlio minore di 18 anni. Le separazioni con figli in affido condiviso sono circa l’89%.
Nelle separazioni, il 52,9% dei figli affidati ha meno di 11 anni. In caso di divorzio i figli sono generalmente più grandi: la quota di quelli al di sotto degli 11 anni scende al 32,3% del totale.
Per quanto riguarda il tipo di affidamento, negli ultimi dieci anni si è verificata una netta inversione di tendenza sia nelle separazioni che nei divorzi. Infatti, con l’entrata in vigore della Legge 54/2006, è stato introdotto, come modalità ordinaria, l’istituto dell’affido condiviso dei figli minori tra i due coniugi. Secondo la nuova legge entrambi i genitori ex-coniugi conservano la potestà genitoriale (che prima spettava esclusivamente al genitore affidatario) e devono provvedere al sostentamento economico dei figli in misura proporzionale al reddito.
Fino al 2005, è stato l’affidamento esclusivo dei figli minori alla madre la tipologia ampiamente prevalente. Nel 2005, i figli minori sono stati affidati alla madre nell’80,7% delle separazioni e nell’82,7% dei divorzi, con percentuali più elevate nel Mezzogiorno rispetto al resto del Paese. La custodia esclusivamente paterna si è mostrata residuale anche rispetto all’affidamento congiunto o alternato, risultando pari al 3,4% nelle separazioni e al 5,1% nei divorzi. A partire dal 2006, in concomitanza con l’introduzione della nuova legge, la quota di affidamenti concessi alla madre si è fortemente ridotta a vantaggio dell’affido condiviso. Il “sorpasso” vero e proprio è avvenuto nel 2007 (72,1% di separazioni con figli in affido condiviso contro il 25,6% di quelle con figli affidati esclusivamente alla madre), per poi consolidarsi ulteriormente. Già nel 2010 si assiste a una drastica riduzione della percentuale dei figli affidati esclusivamente alla madre, pari al 9,0%, tendenza che si consolida negli anni successivi.
Nel 2015 le separazioni con figli in affido condiviso sono circa l’89% contro l’8,9% di quelle con figli affidati esclusivamente alla madre. La quota di affidamenti concessi al padre continua a rimanere su livelli molto bassi. Infine, l’affidamento dei minori a terzi è una categoria residuale che interessa meno dell’1% dei bambini.
A distanza di quasi dieci anni dall’entrata in vigore della Legge 54/2006 è possibile verificare in che misura la sua introduzione abbia modificato alcune caratteristiche delle sentenze di separazione emesse dai tribunali.
In altri termini, al di là dell’assegnazione formale dell’affido condiviso, che il giudice è tenuto a effettuare in via prioritaria rispetto all’affidamento esclusivo, per tutti gli altri aspetti considerati in cui si lascia discrezionalità ai giudici la legge non ha trovato effettiva applicazione.
Ci si attendeva, infatti, una diminuzione della quota di separazioni in cui la casa coniugale è assegnata alle mogli e invece si registra un lieve aumento, dal 57,4% del 2005 al 60% del 2015; questa proporzione, nel 2015, raggiunge il 69% per le madri con almeno un figlio minorenne. Per quanto riguarda le disposizioni economiche, infine, non vi è nessuna evidenza che i magistrati abbiano disposto il mantenimento diretto per capitoli di spesa, a scapito dell’assegno: la quota di separazioni con assegno di mantenimento corrisposto dal padre si mantiene nel decennio stabile (94% del totale delle separazioni con assegno).

Più assegni di mantenimento al Sud
In sede di separazione viene stabilita tutta una serie di provvedimenti di natura economica a favore sia del coniuge che viene ritenuto economicamente più debole sia dei figli: queste due forme di contributo sono tra loro indipendenti e cumulabili. Le separazioni in cui vengono cumulati gli assegni al coniuge con quelli ai figli sono il 10,5% del totale, questa proporzione raddoppia se si considerano le separazioni con figli minori (21,3% del totale delle separazioni con figli minori). Si tratta si percentuali abbastanza stabili nel tempo, che non hanno subito variazioni di rilievo a seguito dell’applicazione delle nuove normative sulle separazioni. La quota di separazioni con assegno per coniuge e figli è più alta nel Sud e nelle Isole (rispettivamente 29% e 23,5% delle separazioni con figli minori), mentre nel Nord si assesta quasi al 18%. Quando ad essere corrisposto è solo il contributo economico al coniuge (e non anche ai figli) la quota scende all’10%

Articolo tratto da: ISTAT - Istituto nazionale di statistica