Rapporto Censis sull’avvocatura 2019

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 Rapporto Censis sull’avvocatura 2019

Rapporto Censis avvocatura 2019. Gli avvocati, il profilo degli iscritti e i loro redditi
Dai dati pubblicati da Cassa Forense-Ufficio attuariale, è possibile rappresentare l’universo degli avvocati in Italia, declinato attraverso le principali caratteristiche demografiche e le situazioni reddituali.
Nel 2018 erano iscritti alla Cassa Forense 243.073 professionisti, di cui attivi il 94,6%. La differenza a 100 è data dai pensionati contribuenti, pari a poco più di 13mila e con una quota sul totale iscritti del 5,4%.
Il 52,1% è costituito da uomini, mentre le donne raggiungono la quota del 47,9%, approssimandosi, quindi, alla metà del totale. Ai 107mila avvocati meridionali (il 44,4% sul totale iscritti), si contrappongono gli oltre 80mila presenti nelle regioni settentrionali (33,1%) e i circa 55mila che esercitano la professione nelle regioni del Centro (22,5%).
La distribuzione degli avvocati iscritti per classi d’età indica una prevalenza relativa fra chi ha un’età compresa fra i 40 e i 49 anni (38,7%) seguita dai professionisti con età inferiore ai 40 anni (26,2%). La somma delle due classi – e cioè degli under 50 – sfiora i due terzi del totale (64,9%) e spiega l’età media degli iscritti che è oggi pari a 47 anni.

NumeroPercentuale su totale
iscritti Cassa Forense
Avvocati iscritti agli albi forensi243.488100,20
Avvocati iscritti alla Cassa Forense243.073100,00
Attivi229.90694,60
Pensionati contribuenti13.1675,4
Iscritti alla Cassa per 1000 abitanti4,0 
Uomini126.69052,1
Donne116.38347,9
Nord80.38033,1
Centro54.77522,5
Sud e Isole107.91844,4
Fino a 39 anni63.69026,2
40-49 anni93.99938,7
50-59 anni54.84622,6
60 anni e oltre30.53812,6
Età media degli iscritti alla Cassa47,0
Età media degli iscritti attivi45,4
Età media dei pensionati contribuenti74,0

Avvocati: tassi di crescita da «zero virgola» per gli iscritti e i redditi.
Dal 2000 in poi il numero degli iscritti agli albi forensi è sempre aumentato, ma con tassi d’incremento sempre più contenuti. Se nel 2000 la variazione degli iscritti rispetto all’anno precedente era stata pari all’8,7%, la crescita tra il 2017 e il 2018 è stata solo dello 0,3%. E il reddito medio degli avvocati, dopo le variazioni negative soprattutto negli anni 2010-2014, è aumentato dello 0,5% tra il 2016 e il 2017.

Il futuro della professione: donne e giovani i più ottimisti.
Quasi il 30% degli avvocati ha dichiarato un fatturato in crescita nel 2018 rispetto all’anno precedente. Per il 34,8% è rimasto invariato, mentre il 35,6% ha subito un ridimensionamento. Tra le donne percentuale in sofferenza scende al 34,1%, contro il 36,7% degli uomini. Tra le professioniste la condizione di stabilità o di miglioramento riguarda il 65,9%. Il fatturato è salito soprattutto per gli avvocati che esercitano da meno tempo o che sono più giovani d’età: il 42,5% degli under 40 anni ha dichiarato un incremento nel 2018, mentre tra i più anziani la quota scende sotto il 20%. Per i prossimi due anni il 31% degli avvocati prevede un miglioramento dell’attività, mentre il 42,1% è più prudente, prevedendo stabilità. Tra le donne il 32,7% prevede un miglioramento, contro il 29,7% degli uomini. I più ottimisti sono i più giovani, sia in termini di anzianità professionale (il 50,4% degli avvocati con meno di dieci anni di attività), sia in termini di età anagrafica (il 49,9% degli under 40 anni).

Processi troppo lunghi: una questione da affrontare subito per avvocati e clienti.
Il 61,1% degli italiani chiede interventi concreti per ridurre la durata dei processi civili e penali. Dello stesso avviso sono gli avvocati. Nonostante la recente riforma dei tempi di prescrizione, il 56,2% dei professionisti dichiara che è necessario procedere a una riorganizzazione generale dei processi e del sistema giudiziario, all’interno della quale affrontare anche il tema dell’eccessiva durata dei processi.

Un sistema giudiziario troppo indulgente, soprattutto con i politici e i corrotti.
Il quadro delle garanzie dell’imputato è ritenuto eccessivamente indulgente dal 57,6% degli italiani. Solo il 28,6% lo considera giusto e appena il 4,7% troppo punitivo. Tra i nuovi reati, e quelli per cui è stato decretato un inasprimento delle pene, gli italiani assegnano il maggiore livello di pericolosità sociale al traffico di organi prelevati da persona vivente (39,9%), all’inquinamento ambientale e al disastro ambientale (35,3%), all’omicidio stradale (33,7%). Il nostro sistema di giustizia è troppo benevolo nei confronti di politici e amministratori corrotti: lo pensa l’82% degli italiani. Si chiede una maggiore severità nei confronti di stupratori e pedofili (78,4%), ladri di appartamento e rapinatori (76,4%), molestatori (76,4%) e responsabili di reati ambientali (76,1%). Superano di poco il 30% gli italiani che ritengono giusto il trattamento riservato a chi commette reati, nel caso di appartenenti alle organizzazioni criminali e i sequestratori (30,8%), i terroristi (30,6%), i diffamatori attraverso i media (30,0%). Al contrario, il 40,9% giudica troppo punitivo il trattamento nei confronti di chi eccede nella legittima difesa. Il 16,4% considera severo il trattamento nei riguardi degli immigrati irregolari.

La giustizia che favorisce i privilegiati causa rancore sociale.
Al primo posto tra le cause che, secondo gli italiani, stanno alla base del fenomeno del rancore in Italia si colloca la giustizia, che favorirebbe ricchi, privilegiati e spregiudicati: lo pensa il 25%. Seguono la crescente disuguaglianza nei redditi e nelle opportunità di lavoro (23,7%), una burocrazia inefficiente e costosa (18,4%), l’ingresso incontrollato di stranieri all’interno dei confini nazionali (15,5%). Molto più contenuta è la quota di coloro che assegnano alla perdita di sovranità nei confronti dell’Unione europea la causa del risentimento (5,5%).

Le tecnologie digitali non ci condurranno a una società senza avvocati.
Il 62,6% degli avvocati non trova realistico uno scenario di progressiva sostituzione delle funzioni oggi esercitate dai professionisti da parte di algoritmi e piattaforme, e guarda invece alle opportunità che possono venire dalle tecnologie digitali. Nel rapporto con l’Europa si riscontra un certo grado di scetticismo: il 32,1% crede che non sia stato creato uno spazio di collaborazione tra i diversi sistemi giuridici nazionali guidato dalle istituzioni europee, mentre il 27,3% insiste sulla necessità di rafforzare la condivisione degli interessi degli avvocati come elemento di spinta al processo di integrazione europea.

Errori giudiziari e intercettazioni: le paure degli italiani.
Il basso livello di educazione alla legalità dei cittadini viene indicato dagli italiani come fattore che condiziona negativamente l’efficacia della giustizia (32%). Tra i rischi che un cittadino può correre suo malgrado nel rapporto con la giustizia, il 57,4% indica l’errore giudiziario, il 42% il rischio di poter essere coinvolto in un’indagine pur essendo totalmente estraneo ai fatti. Un terzo degli italiani sottolinea la possibilità di essere intercettato e il 20,5% la diffusione sui media di materiali riservati durante le indagini.

Articolo tratto da: CENSIS - Centro Studi Investimenti Sociali