Risultati del 15° Censimento della popolazione e delle abitazioni.

409
0.00 / 5 - 0 voti

L’Istat presenta i primi risultati del 15° Censimento della popolazione e delle abitazioni e del Censimento degli edifici

La popolazione residente.
Al primo Censimento dell’Italia Unita, svolto nel 1861, gli abitanti erano poco più di 22 milioni; nell’arco di 150 anni la popolazione residente è quasi triplicata arrivando a circa 59,5 milioni di persone.
La variazione media annua della popolazione è cambiata nel tempo, registrando valori massimi fino al Censimento del 1921 e valori minimi negli ultimi decenni quando l’andamento è divenuto sostanzialmente stabile. Rispetto al 2001 si manifesta un significativo incremento di popolazione: i risultati definitivi del 15° Censimento evidenziano, infatti, una variazione media annua del 4,3‰, analogamente a quanto registrato tra il 1971 e il 1981.
La popolazione residente in Italia il 9 ottobre 2011, data di riferimento del 15° Censimento generale della popolazione e delle abitazioni, è pari a 59.433.744 individui. Si distribuisce per il 45,8% nell’Italia Settentrionale, per il 19,5% in quella Centrale, per il restante 34,7% nell’Italia Meridionale e nelle Isole. Più del 50% dei residenti è concentrato in 5 regioni, una per ciascuna ripartizione geografica (Lombardia, Veneto, Lazio, Campania e Sicilia), in analogia con quanto rilevato nel 2001.
Rispetto al 14° Censimento, quando la popolazione residente censita era risultata pari a 56.995.744, si registra un incremento complessivo di 2.438.000 individui (4,3%); considerato il lieve calo della popolazione di cittadinanza italiana, tale incremento è da attribuire esclusivamente alla componente straniera. Infatti, rispetto al censimento del 2001 la popolazione di cittadinanza italiana è diminuita di oltre 250 mila individui (-0,5%), mentre quella straniera è aumentata di 2.694.256 individui. Tutte le regioni guadagnano popolazione straniera, al contrario, 13 di esse perdono popolazione italiana. In particolare, la contrazione demografica degli italiani riguarda tutto il Mezzogiorno, il Piemonte, la Liguria e il Friuli-Venezia Giulia per il Nord Italia, la Toscana e l’Umbria per il Centro. Di contro, le regioni che compensano questo trend negativo sono, in particolare, il Trentino Alto-Adige con un incremento rispetto al 2001 del 3,8%, il Lazio con il 2,3% e la Lombardia con lo 0,5%.
Con riferimento al totale della popolazione residente, la variazione percentuale maggiore è stata in Italia Nord-Orientale (+7,5%), seguita dall’Italia Centrale (+6,5%) e Nord- Occidentale (+5,5%), mentre nelle altre due ripartizioni la variazione è minima (+0,4% per l’Italia Meridionale e +0,6% per quella Insulare).
A livello regionale i maggiori incrementi di popolazione si rilevano nelle regioni del Centro-Nord, in particolare in Trentino-Alto Adige (9,5%), in Emilia-Romagna (8,5%), nel Lazio (7,6%), in Lombardia (7,4%) e in Veneto (7,3%). Al contrario, nelle regioni del Sud e delle Isole si registrano incrementi lievi (intorno all’1% in Campania, Puglia e Sicilia) e perdite di popolazione (superiori al 2% in Molise, Basilicata e Calabria).
Il comune più grande in Italia, in termini di popolazione, è Roma con 2.617.175 residenti; Pedesina, in provincia di Sondrio, è invece il più piccolo, con 30 residenti. Il comune che ha avuto il maggior incremento di popolazione rispetto al 14° Censimento è Rognano, in provincia di Pavia (219,1%), mentre Paludi, in provincia di Cosenza, è il comune con maggior decremento rispetto al 2001 (41,2%).
La popolazione calcolata dall’Istat al 1° gennaio 2011 risultava pari a 60.626.442, superiore a quella censita di 1.192.698 unità. In termini percentuali, la seconda è risultata inferiore alla prima del 2,0%, valore molto vicino a quello ottenuto con i dati provvisori del 2011 (-1,9%). Al riguardo si segnala che, al momento della diffusione dei primi risultati3, alcuni comuni, soprattutto i più grandi, non avevano completato le operazioni di revisione dei questionari e di confronto tra censimento e anagrafe. Differenze tra la popolazione anagrafica calcolata a inizio anno e i risultati (sia provvisori che definitivi) dei censimenti sono state registrate anche in occasione della tornata censuaria del 1991 e del 2001. Nel 1991 la popolazione residente censita risultò inferiore alla popolazione anagrafica calcolata al 1° gennaio di 968.132 persone (-1,7%), nel 2001 di 848.273 (-1,5%).
Nel corso degli ultimi dieci anni, 4.867 comuni italiani (60,1%) hanno registrato un incremento di popolazione. La popolazione è aumentata nell’81% dei comuni di dimensione intermedia (tra 5mila e 50mila abitanti), nel 68,4% dei comuni tra 50.001 e 100.000 abitanti e nel 51,8% di quelli piccoli (meno di 5mila abitanti). Complessivamente, i comuni tra 5mila e 20mila abitanti, hanno registrato un incremento di popolazione del 7,9%, quelli di medie dimensioni un incremento del 5,4%, mentre la popolazione è rimasta pressoché stazionaria nei comuni grandi (0,4%). Tuttavia, tra i comuni con oltre 100.000 abitanti, 295 hanno segnato un saldo positivo di popolazione di 249.107 abitanti rispetto al Censimento del 2001, mentre per gli altri 176 è risultato un saldo negativo di 193.526 individui (Cartogrammi 2, 3 e 4).
Analizzando il dato per ripartizione geografica, nel Nord-Ovest 2.145 comuni (70,1% della ripartizione) hanno avuto un incremento di popolazione, 197 di questi con un aumento superiore al 25%. Incrementi consistenti si registrano anche nel Nord-Est (1.124 comuni, 75,9% della ripartizione) e nel Centro (694 comuni, 69,7%). Nel Sud e nelle Isole, al contrario, prevalgono i comuni che hanno ridotto la propria popolazione (1.653 con decremento contro 904 con incremento); in particolare, 1.153 (64,4%) comuni meridionali hanno perso popolazione, di questi 179 con una diminuzione superiore al 15%.
A livello nazionale, più di un terzo dei comuni (3.034) ha subito una variazione contenuta, registrando un incremento o un decremento di popolazione fino al 5%, 361 comuni hanno registrato un aumento di popolazione superiore al 25% (più della metà concentrati nell’Italia Nord- Occidentale), mentre 53 comuni hanno perso più di un quarto della popolazione risultante al Censimento 2001; tra questi, 30 comuni sono localizzati nell’Italia Meridionale.
Se si considera la distribuzione della popolazione per zona altimetrica, emerge che la popolazione si concentra per l’87,4% in comuni di pianura e di collina, mentre gli individui residenti nei 2.596 comuni di montagna (32,1% del totale dei comuni italiani), corrispondono al 12,6% della popolazione residente in Italia.

La struttura per sesso ed età.
La struttura per genere della popolazione residente si caratterizza per una maggiore presenza della componente femminile. Le donne, infatti, sono 30.688.237 (pari al 51,6% del totale) e superano gli uomini di 1.942.730 unità.
Questa differenza di genere, dovuta al progressivo invecchiamento della popolazione e alla maggiore speranza di vita delle donne, fa sì che in Italia si contano 93,7 uomini ogni 100 donne. A livello di ripartizioni geografiche non si segnalano variazioni significative, anche se nell’Italia Centrale il rapporto di mascolinità si attesta al 92,3%, mentre in quelle del Sud, delle Isole e del Nord-Est è leggermente più alto. Le regioni dove il rapporto di mascolinità risulta più elevato sono il Trentino-Alto Adige (95,9%), la Basilicata (95,8%) e la Sardegna (95,6%). La Liguria presenta il valore più basso dell’indicatore (89,5%).
In 1.898 comuni, pari al 23,5% del totale, il rapporto di mascolinità risulta sbilanciato a favore della componente maschile con il primato che spetta a due comuni del cuneese: Castelmagno (182,8%) e Valmala (190,9%). Di contro, a Montebello sul Sangro, in provincia di Chieti, si contano 67,8 uomini ogni 100 donne.
Attraverso l’osservazione della piramide per età della popolazione residente, anche in un’ottica di confronto rispetto alla tornata censuaria del 2001, il fenomeno dell’invecchiamento si presenta in tutta la sua portata. Ad un primo colpo d’occhio, fatta eccezione per le classi 0-4 e 5-9 anni, si nota un minor peso delle classi più giovani (fino alla classe 35-39) e una maggiore incidenza delle classi più adulte già ad iniziare dalla classe 40-44 anni. Più in particolare, al Censimento del 2011 i residenti di età compresa tra i 10 e i 39 anni sono 20.337.917 contro i 22.607.412 del precedente Censimento (-2.269.495, pari a una diminuzione percentuale del 10,0%). Nella classe di età 25-29 anni la variazione percentuale risulta ancora più marcata (- 22,9%), con una riduzione del numero di residenti pari a 971.247 unità, mentre nella classe successiva (30-34 anni) la riduzione si attesta a 762.401 individui (-16,8%)
La percentuale di popolazione di 65 anni e più è passata dal 18,7% (10.645.874 persone) nel 2001 al 20,8% nel 2011 (12.384.963 persone). L’aumento è stato sensibile anche per le età più avanzate: la popolazione di 75 anni e più è passata dall’8,4% del 2001 (4.762.414 persone) al 10,4% del 2011 (6.152.411 persone). Anche i “grandi vecchi”, ovvero gli ultra 85enni, incrementano il loro peso percentuale sul totale della popolazione residente (dal 2,2% del 2001 al 2,8% del 2011) ma, se si analizzano le variazioni percentuali all’interno di questo sottoinsieme di persone, risulta che l’incremento maggiore si registra nella classe 95-99 anni (+78,2%) e in quella degli ultracentenari (+138,9%). In valore assoluto questi ultimi sono 15.080, un numero inferiore del 6,6% a quello della popolazione anagrafica calcolata all’ 1 gennaio 2011 appartenente alla stessa classe di età (16.145).
L’analisi territoriale mostra una geografia dell’invecchiamento abbastanza variabile. Considerando l’età media della popolazione residente, che per l’Italia nel suo complesso si attesta a 43 anni, le regioni del Sud presentano valori al di sotto del dato nazionale. In Calabria, Puglia, Trentino-Alto Adige e Sicilia l’età media è pari a 42 anni, mentre in Campania scende al livello minimo di 40 anni. Quattro sono le regioni che si attestano sul valore medio nazionale (Lazio, Basilicata, Veneto e Lombardia), mentre nelle altre regioni il dato varia dai 44 anni di Sardegna, Valle d’Aosta, Abruzzo e Molise, ai 45 anni di Marche, Emilia-Romagna, Umbria, Piemonte e Toscana, fino a toccare il valore massimo in Friuli-Venezia Giulia e Liguria dove l’età media si attesta rispettivamente a 46 e 48 anni. Il comune più giovane è Orta di Atella, in provincia di Caserta con una età media di 32 anni, il più vecchio è Zerba, in provincia di Piacenza, dove l’età media è di 65 anni.
Il progressivo invecchiamento che caratterizza la popolazione italiana risulta ancor più evidente attraverso l’analisi di due indici sintetici. Il confronto tra la numerosità degli anziani (65 anni e più) e quella dei bambini sotto i sei anni di età, che caratterizza lo squilibrio della piramide per età della popolazione, mostra che per ogni bambino con meno di sei anni si contano sempre più anziani. Dal 1971 al 2011 l’indicatore mostra un andamento costantemente crescente passando da 1,1 anziani per un bambino al censimento del 1971 a 3,8 al censimento del 2011 (3,4 anziani per un bambino nel 2001).
Il rapporto tra la popolazione con 65 anni e più e quella con meno di 15 anni è notevolmente aumentato nel periodo intercensuario qui considerato, passando dal 46,1% del 1971 al 148,7% del 2011 (131,4% nel 2001), con il valore minimo (101,9%) registrato in Campania e il massimo (238,4%) in Liguria.
Come precedentemente accennato, nell’ultimo decennio gli ultracentenari sono più che raddoppiati. Erano 6.313 nel 2001, di cui 1.080 maschi e 5.233 femmine, mentre nel 2011 ne sono stati rilevati 15.080, con una percentuale di donne pari all’83,7% (12.620 unità).
Nel 2001 si contavano in Italia 11,1 persone di 100 anni e più ogni 100.000 residenti; nel 2011 il valore dell’indicatore si attesta a 25,4, con punte di 46,2 registrate in Liguria e 41,9 in Friuli- Venezia Giulia. La Lombardia è la regione in cui, in valore assoluto, è stato rilevato il maggior numero di ultracentenari (2.391, 15,9%), seguita dall’Emilia-Romagna (1.533, 10,2%) e dal Veneto (1.305, 8,6%).

Le variazioni demografiche dei comuni.
Roma è il comune più popoloso con 2.612.068 residenti; Pedesina – in provincia di Sondrio – il più piccolo con 30 residenti; quello più densamente popolato è Portici (NA), mentre quello meno densamente popolato è Briga Alta (CN). Il comune più esteso territorialmente è ancora Roma, mentre Fiera di Primiero (TN) risulta il meno esteso.
Nei sei comuni più grandi (Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo e Genova) negli ultimi decenni si è assistito a un lento, ma progressivo decremento di popolazione e i primi risultati sembrano confermare questa tendenza, ad eccezione di Torino e Roma che, rispetto al 2001, guadagnano popolazione.
Al 9 ottobre 2011 il 70,4% degli 8.092 comuni italiani ha una popolazione non superiore ai 5 mila abitanti; in questi comuni dimora abitualmente il 17,4% dei residenti nel Paese (pari a 10.329.683 persone). Sono, invece, 13.550.024 (22,8%) le persone che vivono nei 45 comuni grandi, con più di 100 mila abitanti.

Le regioni del Nord-Ovest sono caratterizzate da un territorio particolarmente frazionato da un punto di vista amministrativo, con 2.415 piccoli comuni nei quali risiede il 24,1% della popolazione della ripartizione. Nel Nord-Est i comuni fino a 5 mila abitanti sono 927: in essi risiede il 17,2% della popolazione. Nei 16 comuni che superano la soglia dei 100 mila abitanti vive il 24,4% della popolazione della ripartizione, ma rilevante (39,3%) è anche la quota di residenti nei comuni con popolazione compresa tra 5 mila e 20 mila abitanti
Negli 8 comuni più grandi dell’Italia Centrale, grazie anche all’evidente contributo della capitale, sono state censite 3.797.062 persone dimoranti abitualmente (32,7% dei residenti nella ripartizione), mentre nei comuni piccoli i residenti rappresentano solo il 10,9% del totale dell’area.
Nelle regioni del Meridione la popolazione residente si concentra nei comuni delle classi dimensionali intermedie, mentre nei grandi comuni abita il 15,4% del totale di area. Infine, nell’Italia insulare i comuni dei maggiori centri urbani raccolgono il 23,7% della popolazione dell’area, mentre nei piccoli comuni vive il 15,3% di essa.
Se il confronto del dato preliminare del 2011 con quello del 2001 mostra un incremento del 4,3% per la popolazione complessiva, in effetti solo in 4.921 comuni (60,8%) la popolazione è aumentata. Più in particolare, negli ultimi dieci anni la popolazione è cresciuta nell’81% dei comuni di dimensione intermedia (tra 5 mila e 50 mila abitanti), nel 69,1% dei comuni medio grandi (50.001-100.000 abitanti) e nel 52,7% di quelli con meno di 5 mila abitanti. Di conseguenza, i comuni di dimensione medio- piccola (tra 5 mila e 20 mila abitanti) hanno aumentato la popolazione dell’8,1% (un valore quasi doppio rispetto a quello nazionale), quelli di medie dimensioni hanno registrato un incremento del 5,2%, mentre nei comuni grandi la popolazione è rimasta pressoché stazionaria (0,2%). Tuttavia, in questa ultima classe di dimensione demografica ci sono 28 comuni nei quali la popolazione ha un saldo positivo pari, nel complesso, a 244.964 abitanti e 17 comuni  con un saldo negativo pari a 212.129 abitanti.
Dalla distribuzione per ripartizione geografica si evince che, nel corso degli ultimi dieci anni, 2.160 comuni del Nord-Ovest (70,6% della ripartizione) hanno avuto un incremento di popolazione; tra questi, 199 hanno registrato un aumento di residenti superiore al 25%. Il numero di residenti è aumentato anche in 1.132 (76,5%) comuni del Nord-Est e in 706 (70,9%) del Centro. Al contrario, nel Meridione e nelle Isole sono più numerosi i comuni che hanno ridotto la propria popolazione; in particolare, 1.140 (63,7%) comuni meridionali hanno perso popolazione e di questi 170 hanno subito una diminuzione superiore al 15%.

La popolazione straniera.
Per cittadini stranieri si intendono persone che non hanno cittadinanza italiana; vi fanno parte anche gli apolidi e ne sono esclusi coloro che possiedono una cittadinanza straniera oltre a quella italiana, per i quali prevale quest’ultima. Il campo di osservazione del censimento della popolazione straniera è costituito dai cittadini stranieri e dagli apolidi, dimoranti abitualmente in quanto in possesso di un regolare titolo a soggiornare sul territorio italiano o che vivevano temporaneamente in Italia o vi erano occasionalmente presenti alla data del censimento. In questa sede vengono esposti i risultati censuari relativi ai cittadini stranieri e agli apolidi censiti come residenti, ovvero coloro che, alla data del censimento, sono risultati dimoranti abitualmente in Italia.
Nel corso dell’ultimo decennio intercensuario, come già emerso dai dati preliminari, la popolazione straniera residente in Italia è triplicata, passando da poco più di 1 milione e 300 mila persone nel 2001 a oltre 4 milioni nel 2011. La lettura congiunta dei risultati fa emergere che l’incremento della popolazione totale è dovuto esclusivamente all’aumento degli stranieri ed evidenzia il trend negativo della popolazione italiana9.
La popolazione straniera è cresciuta in Italia del 201,8%; la variazione percentuale massima è stata nell’Italia Meridionale, pari a 233,8%, area però nella quale la concentrazione di stranieri è meno elevata che nelle altre ripartizioni geografiche . Anche l’incidenza sulla popolazione totale risulta triplicata, passando da 23,4 stranieri per mille censiti nel 2001 a 67,8 per mille censiti nel 2011. Essa è ancora caratterizzata da una forte variabilità territoriale e oscilla da 95,3 stranieri per mille censiti nel Nord-Est a 27,7 nel Meridione e a 23,4 nelle Isole.
I cittadini stranieri si distribuiscono sul territorio italiano con la medesima modalità rilevata al censimento del 2001: due stranieri su tre risiedono nel Nord, in particolare il 35% vive nell’Italia Nord-Occidentale, il 27% nel Nord-Est, il 24% nel Centro e il 13% risiede nel Mezzogiorno.
La componente femminile rappresenta il 53,3% del totale degli stranieri e il valore più elevato si registra nel Meridione (56,6%). Il rapporto di mascolinità, diminuito di oltre 10 punti percentuali rispetto al 2001, è di 87,6 maschi ogni cento femmine e varia da 91,0 nel Nord-Ovest a 76,8 maschi ogni cento femmine nel Meridione. La variabile sesso non sembra incidere significativamente sulla distribuzione territoriale dei cittadini stranieri e la componente femminile si distribuisce alla stregua della componente maschile: nel Nord Italia risiede circa il 60% di donne straniere e nelle regioni centrali poco oltre il 24%.
Quasi un quarto degli stranieri risiede in Lombardia, circa il 23% in totale vive in Veneto e in Emilia-Romagna e il 9% in Piemonte. Il Lazio e la Toscana totalizzano il 18%, la Campania il 3,7%. In tutte le regioni prevale la componente femminile, sebbene in Lombardia e in Veneto le percentuali di donne siano più contenute che altrove.
L’Emilia-Romagna registra l’incidenza più elevata con 104 stranieri ogni mille censiti, seguita dall’Umbria, dalla Lombardia e dal Veneto, mentre nel Sud e nelle Isole i valori dell’indicatore si riducono in misura consistente.
La popolazione straniera censita risiede per circa il 45% nei comuni fino a 20.000 abitanti, dove l’incidenza è pari a 58,5 stranieri per mille censiti, mentre per il 29% è concentrata nei comuni con almeno 100.000 abitanti, nei quali si registra l’incidenza sul totale dei censiti più elevata (86,3 stranieri per 1.000 censiti) e di gran lunga superiore alla media nazionale (67,8 stranieri per 1.000
censiti). Il rapporto di mascolinità risulta meno variabile rispetto alla distribuzione regionale e ripartizionale e registra il valore massimo nei comuni tra 5.000 e 20.000 abitanti.
Il 46% degli stranieri residenti ha un’età compresa tra 25 e 44 anni, in particolare uno su quattro ha tra i 30 e i 39 anni. L’età media è di 31,1 anni e la componente maschile risulta essere più giovane (29,7 anni) di quella femminile (32,3 anni). Questa differenza nella struttura per età dei due sessi è imputabile a rapporti di mascolinità elevati nelle prime classi di età, in particolare tra 15 e 19 anni, e bassi nelle ultime classi ma anche tra i 50 e i 65 anni.

Le abitazioni.

Il Censimento delle abitazioni ha rilevato quelle occupate da persone residenti e non residenti, le abitazioni non occupate e gli altri tipi di alloggio, questi ultimi solo se occupati (ad esempio baracche, roulotte, tende, ecc.). Nei prospetti che seguono le abitazioni occupate da persone non residenti e le abitazioni non occupate sono indicate congiuntamente come altre abitazioni, così da permettere confronti con il precedente Censimento.
Al 9 ottobre 2011 sono state rilevate 28.863.604 abitazioni, di cui 23.998.381 occupate da persone residenti. Sono 1.571.611 le abitazioni in più rispetto al Censimento del 2001, con un incremento del 5,8%. Nell’Italia Nord-Orientale è stata registrata la variazione massima (+13,2%), la minima nell’Italia Meridionale (+1,6%).
L’indice di occupazione delle abitazioni è pari a 83,1% nella media nazionale, ma varia sul territorio. Nell’Italia Insulare si registra la quota più bassa di abitazioni occupate da persone residenti (75,8%), mentre quella più alta si manifesta nell’Italia Centrale (87,8%).
Rispetto al 2001, i primi risultati relativi alle abitazioni occupate da residenti registrano un incremento del 10,8%, ancor più rilevante nell’Italia Nord Orientale (13,4%) e in quella Centrale (12,6%). Al contrario sono diminuite del 13,7% le “altre abitazioni”, con riduzioni particolarmente accentuate nell’Italia Centrale (-30,7%) e nell’Italia Meridionale (-20,5%). Questi dati, però, potrebbero risentire del fatto che alcuni Uffici di Censimento di grandi comuni devono ancora concludere le operazioni censuarie. I dati definitivi consentiranno di esprimere valutazioni più precise in merito a questo fenomeno.
I primi risultati del 2011 mostrano che in Italia vi sono 71 mila famiglie che risiedono in altri tipi di alloggio (ad esempio, baracche, roulotte, tende, ecc.). Il rapporto di incidenza rispetto alle abitazioni occupate da residenti è nella media nazionale pari al 3 per mille, oscillando dal massimo di 3,4 per mille nell’Italia Meridionale al minimo di 2,5 per mille nell’Italia Nord Orientale. Si deve poi notare che il fenomeno ha subito nel corso del decennio un notevole incremento: gli altri tipi di alloggio occupati da residenti erano 23.336 nel 2001 e sono risultati essere 71.101 nel 2011.

Gli edifici.
In occasione del 15° Censimento la rilevazione degli edifici si è svolta in due fasi distinte: una prima fase, denominata Rilevazione dei Numeri Civici (RNC), ha interessato tutti i comuni con dimensione demografica maggiore di 20 mila abitanti e tutti i capoluoghi di provincia , limitatamente alle loro sezioni di centro abitato; una seconda fase, contestuale al censimento della popolazione, durante la quale sono stati censiti gli edifici della restante parte del territorio dei comuni interessati dalla RNC e gli edifici di tutti gli altri comuni non coinvolti nella prima fase. Per ciascun comune, nelle sezioni di centro e nucleo abitato sono stati censiti tutti gli edifici presenti, mentre nelle sezioni classificate come “case sparse” e “località produttive” la rilevazione si è limitata ai soli edifici residenziali, come in occasione del Censimento del 2001.
Dai primi risultati si evince che l’ammontare complessivo di edifici censiti ha superato i 14 milioni di unità (14.176.371), con un incremento dell’ 11% rispetto al 2001. Gli incrementi maggiori si sono registrati nell’Italia Centrale (15,4%) e Settentrionale (13,1% e 13,6%, rispettivamente, per l’Italia Nord-Occidentale e Nord¬Orientale), valori questi nettamente più alti rispetto a quelli registrati nell’Italia Meridionale (6,0%) e Insulare (8,4%).
Anche il numero di edifici residenziali risulta aumentato nel decennio intercensuario, passando dalle 11.226.595 unità del 2001 agli 11.714.262 edifici residenziali del 2011. Si tratta però di un incremento di entità più contenuta (4,3%) rispetto a quella del totale degli edifici. Anche per questo sottoinsieme di edifici gli incrementi percentuali minori si riscontrano nell’Italia Meridionale (1,3%) e nell’Italia Insulare (2,9%). L’incremento maggiore (6,9%) si registra, invece, nell’Italia Nord-Orientale.
Anche il numero di edifici residenziali risulta aumentato nel decennio intercensuario, passando dalle 11.226.595 unità del 2001 agli 11.714.262 edifici residenziali del 2011. Si tratta però di un incremento di entità più contenuta (4,3%) rispetto a quella del totale degli edifici. Anche per questo sottoinsieme di edifici gli incrementi percentuali minori si riscontrano nell’Italia Meridionale (1,3%) e nell’Italia Insulare (2,9%). L’incremento maggiore (6,9%) si registra, invece, nell’Italia Nord-Orientale.

Il Territorio
Durante il decennio 2001-2011 sono avvenute variazioni territoriali che hanno coinvolto tutti i livelli amministrativi, dalle Regioni ai Comuni, senza tralasciare il livello provinciale.
Sono state istituite sette nuove province, passando dalle 103 del 2001 alle 110 del 2011. Nel 2001, la Regione Autonoma della Sardegna ha istituito quattro nuove province (Olbia-Tempio, Ogliastra, Medio Campidano e Carbonia-Iglesias), determinando il cambiamento di provincia a 123 Comuni. In particolare la provincia di Olbia-Tempio è stata istituita con il passaggio di 26 comuni della provincia di Sassari; la provincia dell’Ogliastra è stata istituita con il passaggio di 23 comuni della provincia di Nuoro; le province del Medio Campidano e di Carbonia-Iglesias sono state istituite con il passaggio di 28 e di 23 comuni della provincia di Cagliari. Inoltre, vi è stato il passaggio di 3 comuni dalla provincia di Nuoro a quella di Cagliari e di 10 comuni dalla provincia di Nuoro a quella di Oristano.
Nel 2004 sono state istituite 3 nuove province. In particolare, in Lombardia è stata istituita la provincia di Monza e della Brianza che ha coinvolto 50 comuni della Provincia di Milano; nelle Marche è stata istituita la provincia di Fermo, la quale si è formata con il passaggio di 40 comuni appartenenti alla provincia di Ascoli Piceno; infine, in Puglia la provincia di Barletta-Andria-Trani (BAT) è stata istituita con 10 Comuni, 7 provenienti dalla provincia di Bari e 3 dalla provincia di Foggia.
Per quanto riguarda i cambi gerarchici amministrativi, occorre citare 7 comuni che nel 2009 sono transitati dalla provincia di Pesaro-Urbino alla provincia di Rimini (Casteldelci, Maiolo, Novafeltria, Pennabilli, San Leo, Sant’Agata, Feltria e Talamello), con conseguente passaggio dalla Regione Marche alla Regione Emilia-Romagna. Sempre nel 2009 altri cambi gerarchici sono avvenuti in Lombardia, con il passaggio di 5 comuni dalla provincia di Milano alla neo-istituita provincia di Monza e della Brianza (Busnago, Caponago, Cornate d’Adda, Lentate sul Seveso e Roncello). In totale i comuni coinvolti in variazioni gerarchiche nel corso del decennio sono stati 235.
Il numero di comuni è diminuito da 8.101 del 2001 a 8.092 del 2011. La differenza di 9 comuni in meno è dovuta alla cessazione di 15 comuni e alla costituzione di 6 nuovi comuni, di cui 5 istituiti per fusione di comuni preesistenti (San Siro, Gravedona ed Uniti, Comano Terme, Ledro, Campolongo Tapogliano) e 1 per cessione di territorio da altro comune (Baranzate).
Altre mutazioni riguardano le modifiche dei confini comunali, dovute a permute di territorio tra comuni. Nel decennio sono avvenute 168 modifiche di confine, coinvolgendo i seguenti 108 comuni:
Infine, sono da citare le 9 variazioni di denominazione del comune, avvenute senza variazioni territoriali (Monte Grimano Terme, Monguelfo-Tesido, Sant’Omobono Terme, Roncegno Terme, Ruffrè-Mendola, Lonato del Garda, Trodena nel parco naturale, Caderzone Terme, Rivanazzano Terme).

Articolo tratto da: ISTAT - Istituto nazionale di statistica

Articoli correlati