Cassazione civile, sez. I, 9 ottobre 2007, n. 21090

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Fatto

Il Tribunale di Napoli, con decreto del 21 gennaio 2003, rigettava il reclamo proposto dalla fallita s.r.l. S.CI.C.C.A. avverso il provvedimento del 18 settembre 2002 con cui il giudice delegato aveva autorizzato il curatore a raccogliere offerte a trattativa privata per la vendita del compendio aziendale della fallita nonché del provvedimento del 7 novembre 2002 con cui lo stesso giudice delegato aveva autorizzato la vendita dei beni alla maggiore offerente.
Cartiera Paolo Pigna s.p.a. A fondamento della decisione il Tribunale osservava, per quanto ancora interessa, che:
1) i provvedimenti resi dal giudice delegato non erano più suscettibili di sospensione, revoca o modificazione in guanto, benché i beni non fossero stati ancora consegnati all’acquirente, la vendita risultava conclusa ed il prezzo versato; 2) la tesi della reclamante, secondo cui i beni sarebbero stati venduti ad un prezzo palesemente inadeguato non poteva fondarsi sulla consulenza di parte fatta redigere dall’amministratore della società fallita e ciò sia perchè le consulenze di parte costituiscono mere allegazioni difensive delle quali il giudice non è obbligato a tenere conto; sia perchè l’amministratore della fallita non aveva contestato la valutazione data dal curatore ai beni aziendali in sede di inventario nè aveva sollecitato la nomina di un c.t.u. per la stima, nè aveva tempestivamente portato a conoscenza del giudice delegato la valutazione attribuita ai beni dal consulente da lui nominato; sia perchè la valutazione del consulente di parte non aveva trovato riscontro nelle offerte pervenute al curatore che non solo aveva dato pubblicità alla vendita attraverso giornali locali, ma aveva sollecitato mediante fax diverse società del settore a presentare offerte; sia perchè, infine, dai bilanci della S.C.I.C.C.A. il valore dei beni, al netto degli ammortamenti, risultava essere di L. 971.212.350 e quindi prossimo alla valutazione del curatore in sede di inventario.
La s.r.l. S.C.I.C.C.A. propone ricorso per cassazione avverso detto decreto, deducendo quattro motivi. Il fallimento e la s.p.a. Cartiere Paolo Pigna resistono con separati controricorsi.

Diritto

All’esame dei motivi si deve premettere che contro il provvedimento del Tribunale che decide in sede di reclamo L. Fall. ex art. 26, avverso un atto esecutivo della procedura concorsuale è ammissibile il ricorso straordinario per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost., per la stessa ragione per cui tale ricorso è ammesso nel processo esecutivo individuale contro la sentenza emessa in sede di opposizione ex art. 617 c.p.c., e dichiarata espressamente non impugnabile dall’art. 618 c.p.c., giacché entrambi i provvedimenti risolvono un incidente in ordine alla ritualità di un atto della procedura esecutiva; tuttavia, il ricorso per cassazione è consentito soltanto per violazione di legge, dovendosi perciò escludere l’ammissibilità di censure volte a sollecitare un sindacato sull’adeguatezza della motivazione del provvedimento impugnato (Cass. 17 maggio 2000, n. 6386; Cass. 13 settembre 2006, n. 19667). Ciò premesso, si osserva quanto segue.
Con il primo motivo la ricorrente deduce la violazione della L. Fall.
art. 106, lamentando che il Tribunale non aveva valutato la censura con cui era stata prospettata l’illegittimità del provvedimento sia per l’inadeguatezza della vendita a trattativa privata in rapporto al rilevante valore del compendio aziendale sia per la mancata fissazione di un prezzo minimo di vendita.
Il motivo è infondato.
La L. Fall. art. 106, nel testo anteriore alla novella del 2006, affida alla discrezionalità del giudice delegato la scelta della forma della vendita, prevedendo soltanto che essa possa avvenire ad offerte private, all’incanto ovvero in massa; detta disposizione, inoltre, non disciplina le modalità della vendita ad offerte private, che possono essere discrezionalmente stabilite dal giudice delegato. Pertanto, da un lato, il rilevante valore del compendio aziendale non rappresenta un impedimento alla vendita ad offerte private e, d’altro canto, siffatta forma di vendita non richiede necessariamente la fissazione di un prezzo minimo, analogamente, del resto, a (guanto previsto per la vendita di beni mobili dall’art. 535 c.p.c..
Con il secondo motivo la reclamante deduce il vizio di motivazione, lamentando che il Tribunale aveva errato nell’affermare che la vendita era divenuta definitiva, atteso che a tal fine, secondo ®guanto previsto dall’ordinanza di vendita, era necessaria anche la consegna dei beni che, invece, non era ancora avvenuta ed atteso che, comunque, era scaduto il termine previsto nella stessa ordinanza per la conclusione della vendita.
Il motivo, rubricato come vizio di motivazione e come tale non deducibile con il ricorso straordinario ex art. 111 Cost., è inammissibile. Nella specie l’ordinanza di vendita, richiamando espressamente le sentenze nn. 9624/1993 e 11729/1993 di questa Corte, ha semplicemente fatto riferimento al principio ivi stabilito secondo cui “con riguardo alla vendita di beni mobili ad offerte private, prevista dalla L. Fall. art. 106, e sottratta alle regole dell’aggiudicazione in esito ad incanto, le disposizioni del giudice delegato, che integrano provvedimenti analoghi a Quelli resi dal giudice dell’esecuzione ai sensi dell’art. 487 c.p.c., devono ritenersi suscettibili di sospensione, revoca o modificazione, anche per motivi di opportunità o convenienza (come quelli inerenti all’entità dell’offerta), fino a quando la vendita non risulti conclusa ed il prezzo versato, ancorché sia già intervenuta l’autorizzazione a vendere, da parte del giudice delegato, al curatore”) in particolare, poi, l’ordinanza ha espressamente previsto la possibilità di revocare l’autorizzazione alla vendita nel caso che, prima del pagamento del prezzo e della consegna dei beni, fossero pervenute offerte migliorative. Pertanto, prescindendo dalla mancanza in concreto di tali offerte, non vi è dubbio che la revoca dell’autorizzazione era rimessa ad una valutazione discrezionale del giudice, non sindacabile in Questa sede.
Con il terzo motivo la reclamante deduce la violazione dell’art. Ili Cost., lamentando di non avere ricevuto alcuna comunicazione del provvedimento che autorizzava la vendita con conseguente non imputabilità del ritardo nella presentazione del reclamo.
Il motivo è inammissibile in guanto è estraneo alla ratio decidendi, considerato che il reclamo è stato ritenuto tempestivo.
Con il Quarto motivo la reclamante deduce la violazione dell’art. 116 c.p.c., ed il vizio di motivazione, lamentando che erroneamente la Corte territoriale a) aveva escluso di poter fondare il proprio convincimento su una consulenza di parte, in guanto mera allegazione difensiva; b) aveva ritenuto concludente il comportamento dell’amministratore della società, che, invece, non poteva dirsi significativo prima dell’emanazione del provvedimento di autorizzazione alla vendita; c) aveva ritenuto congruo il prezzo di vendita sulla base delle offerte pervenute, senza considerare che non era stato fissato un prezzo minimo; d) aveva, nella lettura del bilancio, trascurato il valore storico dei beni in questione, pari a L. 2.445.091.067.
Il motivo è inammissibile in quanto deduce un vizio di motivazione non consentito nel ricorso ex art. 111 Cost..
Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al rimborso delle spese di lite liquidate per ciascuno dei controricorrenti in Euro 8.100,00, di cui Euro 100,00, per spese vive, oltre IVA, C.P. e spese generali.
Così deciso in Roma, il 27 marzo 2007.
Depositato in Cancelleria il 9 ottobre 2007

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