Cassazione civile, sez. III, 18 giugno 2019, ord. n. 16288

474
4.79 / 5 - 79 voti

Cassazione civile, sez. III, 18 giugno 2019, ord. n. 16288

Svolgimento del processo

Nel 2012, x convenne in giudizio, dinanzi al Tribunale di x, l’arch. x, al fine di sentirlo condannare, previo accertamento della responsabilità ex artt. 1176 e 2230 c.c., al pagamento dei danni patiti in conseguenza della violazione dei doveri di diligenza e perizia professionale nell’esecuzione dell’incarico conferitogli, in sostituzione di altro professionista, per la progettazione e la direzione lavori della propria abitazione. Si costituì in giudizio il convenuto, affermando l’insussistenza della responsabilità professionale per aver correttamente eseguito la prestazione -rimasta incompiuta per volontà dell’attore, il quale nulla avrebbe comunicato circa le opere da completarsi, nè avrebbe provveduto alla dichiarazione di fine lavori che gli competeva. In ogni caso, secondo la difesa del x, le opere eseguite nell’appartamento dell’attore non presentavano alcuna irregolarità da sanare, in quanto la scadenza del permesso di costruzione non avrebbe inciso sull’eseguito, avendo rilievo solo le opere ancora da eseguire. Pertanto, non avrebbero dovuto essergli addebitati nè le conseguenze derivanti dalla scelta di richiedere una sanatoria, che non sarebbe stata necessaria, nè le ulteriori voci di danno. Il Tribunale di x, con la sentenza n. 2863/2015, accolse la domanda, rilevando che il convenuto non aveva eseguito correttamente il mandato con riferimento all’espletamento delle pratiche amministrative. In particolare, il professionista non aveva inoltrato alcuna segnalazione di variante in corso d’opera, neppure postuma ai sensi del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 22, comma 2, nè aveva approntato la dichiarazione di fine lavori o quantomeno avvisato il committente dell’obbligo della sua presentazione, così contravvenendo all’obbligo gravante sul progettista di assicurare la conformità del progetto alla normativa urbanistica ed individuare le procedure amministrative corrette, in modo tale da prevenire eventuali future problematiche.

2. La pronuncia è stata confermata dalla Corte di appello di x, con la sentenza n. 231/2017, depositata il 20 gennaio 2017. Per quel che qui ancora rileva, il giudice di secondo grado ha accertato l’inadempimento professionale dell’arch. x., il quale si era completamente disinteressato dell’epilogo del mandato, nonostante fosse tenuto ad avvisare il committente della necessità di presentare la comunicazione della fine dei lavori prima della scadenza della DIA. Se il professionista si fosse attivato in tal senso, non sarebbe sorto alcun problema sulla regolarità amministrativa del bene e non ci sarebbe stata alcuna ricaduta sulla commerciabilità dello stesso. Inoltre, il professionista, oltre ad aver eseguito le variazioni catastali solo a distanza di diversi anni, aveva certificato la regolarità delle opere senza neppure porsi il dubbio sulla mancata presentazione della comunicazione della fine lavori, pur essendo perfettamente consapevole della non corrispondenza tra le opere eseguite (in meno) e quelle autorizzate. La Corte ha poi evidenziato che, poichè era stato lo stesso architetto, a problema insorto, a fare riferimento, quale soluzione per allineare la posizione in base allo stato dei luoghi, alla presentazione di una pratica in sanatoria, risulta pure accertato il nesso tra l’inadempimento del professionista e l’intervento successivo in sanatoria, e conseguentemente l’obbligo del primo al risarcimento del relativo danno.

3. Avverso tale decisione propone ricorso in Cassazione, sulla base di un unico motivo, l’arch. x. 3.1. Resiste con controricorso il signor x.
Motivi della decisione che:

4. Con l’unico motivo, il ricorrente lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione o falsa applicazione di norme di diritto, “in specie quanto alla ritenuta rilevanza del combinato disposto del D.P.R. n. 680 del 2001, artt. 22 e 37 anzichè dell’antecedente art. 15”. Contrariamente a quanto ritenuto dal giudice di appello, non vi sarebbe stata alcuna situazione da regolarizzare. Infatti, nel caso in cui si concluda il triennio di operatività della DIA, non sarebbe necessario presentare alcuna dichiarazione di fine dei lavori, in quanto quest’ultima coinciderebbe naturalmente con la fine del
triennio. Il modulo di fine lavori, che peraltro dovrebbe essere presentato dal proprietario, rappresenterebbe solo l’avviso all’ente territoriale dell’ultimazione dei lavori prima dei tre anni. Pertanto, ove le opere realizzate siano rispettose di quanto autorizzato, anche se eseguite in misura quantitativamente minore, non vi sarebbe nessuna irregolarità nè abuso, come si evincerebbe dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 15 che prevede la decadenza del permesso per la sola parte di lavori non eseguita decorsi tre anni dell’inizio dei lavori. Di conseguenza, in assenza di qualsiasi abuso, non sarebbe stato necessario procedere in sanatoria, ma al massimo si sarebbe dovuta inoltrare una comunicazione non onerosa all’A.C., ai sensi del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 6 (che, regolando gli interventi eseguibili senza alcun titolo abilitativo, potrebbe essere applicabile anche ad opere assentite ma non compiute). Sarebbe stato comunque l’attore a dover fornire la prova che la sanatoria fosse l’opzione giusta (al riguardo, il fatto che il Comune abbia accolto la relativa istanza non avrebbe valenza probatoria, poichè nel più sta il meno e, in mancanza di difformità, non vi sarebbero state ragioni per rigettare una simile istanza, per di più onerosa).

5. Il motivo è infondato. In mancanza della presentazione del modulo di fine lavori, nel quale si attestasse l’ultimazione, anche solo parziale, delle opere oggetto di autorizzazione, e per di più in assenza di tempestivo aggiornamento catastale in relazione ai lavori eseguiti (emerge infatti dagli atti del giudizio che il x. aveva provveduto alla variazione dei dati catastali solo dopo molti anni dal compimento degli stessi lavori), non era possibile accertare la regolarità del bene immobile ai fini della sua commerciabilità. Si è infatti osservato che le comunicazioni di inizio e fine lavori hanno lo scopo di agevolare l’accertamento, da parte dell’amministrazione comunale, dell’inizio e del completamento dell’intervento edilizio nei termini e consentire una tempestiva verifica sull’attività posta in essere e non rappresentano, quindi, una semplice formalità amministrativa, bensì di un adempimento strettamente connesso ai contenuti ed alle finalità del permesso di costruire ed agli obblighi di vigilanza imposti dall’art. 27 e segg. Testo Unico (Corte di Cassazione, Sez. III penale, 15.01.2018 n. 1456; Corte di Cassazione, Sez. III penale, 03.05.2013 n. 19110). Legittimamente, dunque, la Corte d’appello ha ritenuto che il ricorrente fosse inadempiente all’obbligo di portare a termine correttamente l’incarico, per essersi lo stesso disinteressato dell’epilogo del mandato, non avvisando il committente della necessità di presentare la comunicazione della fine dei lavori prima della scadenza della DIA, violando quindi gli obblighi informativi a proprio carico, e che fosse ulteriormente responsabile per aver certificato la regolarità delle opere senza porsi il problema della mancanza della dichiarazione di ultimazione dei lavori. Infine, quanto alla scelta di ricorrere alla procedura di sanatoria per risolvere il problema causato dall’inadempimento del professionista, come sottolinea la sentenza impugnata, è stato lo stesso professionista ad indicare quale soluzione per allineare la posizione in base allo stato dei luoghi, la possibilità di presentare di una pratica in sanatoria.

6. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 4.100,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200, ed agli accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del citato art. 13, comma 1 bis.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 29 gennaio 2019.
Depositato in Cancelleria il 18 giugno 2019

Articoli correlati