Cassazione civile sez. III, 28 agosto 2009, n. 18791

673
4.12 - 79 voti

Cassazione civile sez. III, 28 agosto 2009, n. 18791

Fatto

V.F., nel convenire in giudizio le odierne controricorrenti dinanzi al tribunale di Bari, espose che, nel maggio del 1996, aveva raggiunto, con i rispettivi titolari, un accordo verbale per l’apertura di un centro di vendita (denominato “(omissis)”) in provincia di Lecce, del quale egli sarebbe divenuto dirigente responsabile, all’uopo attivandosi, su incarico dei committenti, per la scelta e la locazione dell’immobile destinato all’attività commerciale e per l’allestimento dei locali. Chiesti la regolarizzazione del rapporto nelle forme convenute e il rimborso delle spese sostenute per conto delle committenti, queste, disattendendo gli impegni assunti, si erano dichiarate disponibili unicamente alla stipula di un contratto di commissione – con conseguente svolgimento dell’attività di vendita a terzi, da parte del V., con il marchio “(omissis)” ma in nome proprio, e previo accollo di tutte le spese di gestione a fronte di una percentuale di commissione del 7% -, proposta accettata da esso attore al solo scopo di evitare un sicuro fallimento, nonostante la evidente vessatorietà di molte delle clausole contenute nella convenzione negoziale in tali sensi stipulata.
Non avendo conseguito alcun guadagno nell’arco dei 15 mesi di durata del rapporto a motivo degli elevati costi di gestione del complesso, egli chiese il ristoro integrale delle spese sostenute – invocando la nullità per mancata sottoscrizione espressa, ex art. 1341 c.c., della clausola contrattuale che accollava quei costi al commissionario -, ed eccepì contestualmente un insanabile vizio dell’intero procedimento monitorio attivato dalla s.r.l. Bergomi nei suoi confronti per non essergli stato notificato il decreto ingiuntivo secondo le modalità di cui alla L. n. 890 del 1982, art. 8, così come interpretato dalla Corte costituzionale con la sentenza 364/98.
Il giudice di primo grado – disattese le eccezioni preliminari sollevate dalla convenuta D.M.R., volte, da un canto, alla declaratoria di improponibilità della domanda attorea per la presenza, in seno alla convenzione negoziale in contestazione, di una clausola compromissoria, dall’altro, al mutamento del rito, per essere funzionalmente competente a conoscere della controversia il giudice del lavoro – respinse la domanda.
La sentenza (gravata da appello incidentale da parte delle convenute esclusivamente in punto di spese giudiziali) fu impugnata da V.F. dinanzi alla corte di appello di Bari, la quale, nell’accoglierne in parte il gravame, osserverà, per quanto ancora di rilievo nel presente giudizio di legittimità: 1) Che, dalla complessiva e dettagliata analisi delle singole pattuizioni intervenute separatamente tra le parti (ma tutte di identico tenore) in seno alla più ampia convenzione negoziale oggetto di contestazione, emergeva nitidamente come, al V., nessun concreto ed effettivo potere fosse stato riconosciuto sotto un profilo gestionale/operativo, risultando già rigorosamente predeterminati, e latere uno, tutta una serie di elementi del futuro rapporto (la quantità di merce da trattare, i prezzi da praticare al pubblico, i costi generali di gestione, il numero dei dipendenti da utilizzare, i giorni in cui il numero del personale doveva essere incrementato) da parte delle società committenti;
2) che, in tal guisa, la convenzione negoziale non appariva sufficiente, ex se, a garantire l’equilibrio tra le prestazioni, di talchè il programmato, grave squilibrio sinallagmatico così realizzato – e coniugato con la formale quanto contraddittoria attribuzione all’appellante dei rischi di impresa nonostante la concreta sottrazione del controllo di gran parte dei fattori produttivi – induceva a rilevare e predicare l’esistenza di un grave vulnus alla causa del contratto, difettando già sul piano genetico il necessario equilibrio sinallagmatico tra le contrapposte prestazioni (solo apparentemente corrispettive);
3) che tale ricostruzione della complessa vicenda negoziale riceveva indiretta quanto inequivoca conferma dalla circostanza secondo cui le stesse parti appellate offrirono, in corso di rapporto, un contributo- spese mensile al V. pari a L. 12 milioni ciascuno, nella evidente consapevolezza del rilevato squilibrio genetico del sinallagma – senza che, peraltro, tale contributo potesse ritenersi idoneo a sanare in itinere l’irredimibile vizio causale;
4) che alla rilevata nullità della convenzione contrattuale per difetto genetico di causa conseguiva l’assorbimento di ogni altro motivo di doglianza dell’appellante principale, e la condanna pro quota delle appellate alla restituzione, in favore del V., della somma di L. 186 milioni a titolo di rimborso spese;
5) che, in merito alla contestuale domanda del V. volta alla declaratoria di inefficacia del decreto ingiuntivo ottenuto nei suoi confronti dalla ditta “Franco Bergomi”, il dictum della sentenza di primo grado – predicativo della irrilevanza della formazione del relativo giudicato monitorio a fronte della retroattività della pronuncia di incostituzionalità di cui alla sentenza del giudice della L. n. 308 del 1998, art. 8, in tema di notificazioni a mezzo posta -, appariva meritevole di censura perché, giusta una consonante giurisprudenza (anche) di legittimità, la retroattività delle sentenze della corte costituzionale trova un limite nelle situazioni c.d. “consolidate”, quale certamente quella derivante dal formarsi del giudicato. Nella specie, il decreto ingiuntivo, notificato a mezzo del servizio postale – e rifiutato una prima volta personalmente dal V., il 7.5.98, all’indirizzo del centro commerciale ove, fino al 31.12.1997, egli aveva gestito il punto vendita per conto del committente – venne una seconda volta recapitato ad altro indirizzo dell’appellante, in (OMISSIS), con attestazione di compiuta giacenza del plico in data 18.5.1998 e conseguente perfezionamento del procedimento notificatorio in ossequio alla normativa in vigore a quella data (data anteriore alla sentenza della Corte costituzionale più volte richiamata), atteso che, sulla base di un univoco coacervo di elementi di fatto, l’indicata residenza in (omissis) risultava attendibile e corretto riferimento logistico del procedimento notificatorio, anche alla luce dei comportamenti successivi tenuti dal V.;
6) che, pertanto, la mancata opposizione al decreto de quo nei 40 giorni successivi alla notifica aveva comportato il formarsi del giudicato monitorio in epoca antecedente al pronunciato del giudice delle leggi, il cui decisum non poteva dirsi dunque idoneo a spiegare influenza sulla vicenda processuale in parte qua.
La sentenza della corte territoriale è stata impugnata da V. F. con ricorso per cassazione sorretto da 4 motivi di gravame.
Resiste con controricorso, proponendo dal suo canto ricorso incidentale, la s.r.l. Franco Bergomi.
Propongono ancora ricorso avverso la medesima sentenza V. e S.A., dolendosi soltanto delle statuizioni adottate dal giudice territoriale in punto di disciplina delle spese processuali.
Diritto

Tutti i ricorsi, proposti avverso la medesima sentenza, devono essere riuniti.
Pregiudiziale all’esame del ricorso principale risulta l’analisi del primo motivo di quello incidentale.
Motivo che risulta fondato.
Si denunciano, con esso, i vizi di violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 2909 c.c., artt. 641, 641, 650, 656 e 91 c.p.c.), e di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in relazione alle norme citate.
Il suo esame preliminare (e il suo integrale accoglimento) consentono altresì di prescindere, nella sostanza, dall’analisi della connessa questione di diritto – argomentatamente sollevata dal ricorrente principale con il suo primo motivo di impugnazione relativa alla efficacia (diretta ovvero indiretta) della declaratoria di incostituzionalità di una norma di legge con riferimento all’ipotesi in cui la validità di un atto processuale risulti attualmente sub iudice, posto che (come non infondatamente rammenta il ricorrente) il relativo controllo non può non essere esercitato che alla luce delle norme in vigore per effetto dell’intervento del giudice delle leggi, non potendo, conseguentemente, il rapporto processuale oggetto di discussione ritenersi legittimamente esaurito.
Al di là e a prescindere dalla soluzione della complessa tematica sottoposta in tali termini al collegio – che ha ricevuto, di recente, articolata e condivisibile soluzione con la sentenza n. 1277/2002 di questa corte, a mente della quale la norma processuale dichiarata incostituzionale cessa di operare dal giorno successivo alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della sentenza della Corte Costituzionale, senza possibilità di distinguere tra applicazione diretta, con riguardo ad atti processuali successivi, ed applicazione indiretta, con riguardo ad atti processuali compiuti in precedenza, giacché, fin quando la validità ed efficacia di tali atti sono sub judice, il rapporto processuale non può considerarsi esaurito, e nel momento in cui viene in discussione la ritualità di un elemento – atto o serie causale di atti – del procedimento, il criterio valutativo di corrispondenza alle norme di legge deve avere riguardo alla modificazione della disciplina, quale risultante dall’intervento del giudice delle leggi: con la conseguenza che, dovendo il giudice verificare, ai sensi dell’art. 188 disp. att. cod. prov. civ., l’avvenuta notificazione di un decreto ingiuntivo e la sua ritualità, rispetto al termine di cui all’art. 644 cod. proc. civ., è irrilevante che tale notificazione abbia preceduto la decisione di incostituzionalità, posto che il controllo deve essere effettuato alla luce delle norme attualmente in vigore -, risulta in limine assorbente il rilievo secondo cui la valutazione del tipo di invalidità da cui in ipotesi dovesse risultare affetto l’atto processuale in contestazione non può prescindere dall’applicazione delle regole generali dettate, in tema di nullità e/o inesistenza giuridica, dal codice di rito, sì come integrate dai dieta della giurisprudenza di questa corte di legittimità. Sicché, pur volendo prescindere dalle ormai sclerotizzate dispute sul tema delle configurabilità o meno, in seno al nostro sistema processualcivilistico, della categoria dell’inesistenza giuridica (categoria di cui autorevole dottrina ha non immotivatamente mostrato, in tempi recenti e risalenti, di dubitare), non pare revocabile in dubbio come, nel caso di specie, la qualificazione giuridica del vizio riconducibile alla notifica del provvedimento monitorio destinato al V. non possa che ruotare nell’orbita della semplice nullità, e non già dell’inesistenza giuridica, come già motivatamente e condivisibilmente opinato dalla corte di merito.
Corte di merito che, peraltro, non ha tratto da tale, corretta conclusione l’ulteriore quanto indefettibile conseguenza (in tal senso dovendosi correggere la motivazione della sentenza impugnata), della necessità, per l’intimato, di far valere il vizio con lo strumento (e soltanto con esso) dell’opposizione tardiva di cui all’art. 650 c.p.c.. Alla luce di una ormai consolidata giurisprudenza di questa corte, difatti, è principio di diritto inequivoco, con riferimento al caso di specie, quello secondo il quale nell’ambito della disciplina dettata dall’art. 644 cod. proc. civ., l’inefficacia del decreto ingiuntivo è riconducibile alla sola ipotesi in cui manchi (o sia giuridicamente inesistente) la notifica nel termine stabilito dalla norma predetta, e non anche nel caso di nullità od irregolarità della notifica eseguita nel predetto termine, potendo in tale ipotesi il debitore far valere le proprie ragioni a mezzo dell’opposizione tardiva prevista dal successivo art. 650 c.p.c.: la notificazione del decreto ingiuntivo comunque effettuata, di fatti, anche se nulla, è pur sempre indice della volontà del creditore di avvalersi del decreto stesso, ed esclude, conseguentemente, ogni presunzione di abbandono del titolo, ciò che costituisce il fondamento della previsione d’inefficacia di cui all’art. 644 c.p.c. (così, tra le altre, Cass. 11498/2000). E che lo strumento processuale dell’opposizione tardiva costituisca l’unico a disposizione dell’intimato è ulteriormente confermato dalle pronunce di cui a Cass. 10183/2001 ed a Cass. 12752/2003, ove si legge che una lettura integrale della disposizione contenuta nell’art. 188 disp. att. cod. proc. civ., conferma che l’ambito di efficacia della menzionata disposizione è individuato dal legislatore (comma 1) nei provvedimenti monitori notificati al di là dei termini di cui all’art. 644 cod. proc. civ., e non può riguardare la semplice nullità della notificazione (in termini, ancora, Cass. 5447/1999, 9872/1997, e, nella sostanza, Cass. S.U. 2714/1987).
A tale, più corretta ricostruzione della fattispecie consegue che il V. – diversamente da quanto ritenuto dalla corte territoriale – avrebbe dovuto impugnare il decreto ingiuntivo con l’opposizione di cui all’art. 650 c.p.c., il cui comma 3 prevede, quale termine ultimo, quello di dieci giorni dal primo atto di esecuzione, atto che, nella specie, rivestì gli estremi del pignoramento immobiliare, ritualmente pervenuto a legale conoscenza dell’odierno ricorrente, ma mai tempestivamente opposto dal medesimo – senza che, all’uopo, possa utilmente invocarsi la fattispecie della conversione dell’atto di citazione del 10.11.1998 in opposizione tardiva (conversione invero rilevabile anche d’ufficio da questa corte regolatrice se in concreto desumibile dalla corretta interpretazione degli atti processuali rilevanti in parte qua) poiché, come già evidenziato in argomento dalla costante giurisprudenza di legittimità (ex multis, Cass. ss. uu. 30-12-1991, n. 14017) l’opposizione tardiva al decreto ingiuntivo, prevista dall’art. 650 cod. proc. civ., in caso di irregolarità della sua notificazione, non può esaurirsi in una denuncia di tale irregolarità, perché siffatta denuncia, ove non sia accompagnata da contestazioni sulla pretesa creditoria, e non sia quindi indirizzata all’apertura del giudizio di merito (nonostante il decorso del termine all’uopo fissato), non è atta ad alcun risultato utile per l’opponente, nemmeno con riguardo alle spese della fase monitoria, mentre in tutte le fasi del giudizio di merito il ricorrente ebbe semplicemente ad invocare l’applicazione del combinato disposto dell’art. 644 c.p.c. e art. 188 disp. att. c.p.c., e la conseguente dichiarazione di inefficacia del decreto per inesistenza della relativa notificazione, in tal guisa esperendo una non equivoca actio nullitatis come tale insuscettibile di conversione formale.
Va pertanto confermato, sia pur con diversa motivazione, il decisum della corte di merito nella parte in cui ha ritenuto che il decreto ingiuntivo emesso dal tribunale di Bari in danno di V. F., divenuto definitivamente esecutivo, sia passato in cosa giudicata.
Alla luce di tali premesse, l’analisi della fattispecie va ora condotta sulle conseguenze del passaggio in giudicato del provvedimento di ingiunzione.
Osserva in proposito il collegio, conformemente con una consolidata giurisprudenza di questa stessa corte regolatrice, che il decreto ingiuntivo, sebbene emesso in base ad una cognizione sommaria della domanda, consente pur tuttavia all’ingiunto di proporre una opposizione funzionale ad introdurre un giudizio a cognizione piena sul rapporto sostanziale controverso, dell’esistenza e fondatezza del quale il creditore deve dare dimostrazione nonostante la veste formale di convenuto che assume nell’opposizione. Ne consegue che, omessa tale opposizione nel termine stabilito dall’art. 641 cod. proc. civ., il giudice nel “dichiarare esecutivo il decreto”, ne determina ipso facto il passaggio in regiudicata (contro il decreto sono, dìfatti, ammessi i soli rimedi delle impugnazioni straordinarie, come consonantemente opinato in dottrina e nella giurisprudenza di questa Corte), giudicato la cui efficacia non può non estendersi al coacervo di tutti gli elementi soggettivi ed oggettivi della domanda fatta valere. Ne consegue, ancora, che il provvedimento monitorio non opposto si configura come provvedimento giurisdizionale idoneo ad acquistare autorità ed efficacia di cosa giudicata sia sul punto della regolarità formale del titolo, sia, soprattutto, sotto lo speculare aspetto dell’esistenza del credito, e ciò tanto in ordine all’oggetto che ai soggetti del rapporto, così che l’efficacia del decreto si estende a tutte le questioni relative, impedendo che in altro e successivo giudizio, avente ad oggetto una domanda fondata sullo stesso rapporto giuridico, questo possa essere legittimamente posto (nuovamente) in discussione. L’estensione del giudicato monitorio è determinata, dunque, da tutto ciò che ha formato oggetto di cognizione e valutazione da parte del giudice dell’ingiunzione, purché si tratti di accertamento necessariamente ed inscindibilmente connesso alla statuizione finale; e l’efficacia del giudicato si produce non soltanto in relazione a ciò che costituisce l’oggetto della pronuncia di ingiunzione, ma anche con riferimento agli accertamenti che ne costituiscano i necessari antecedenti o presupposti logico-giuridici della pronuncia stessa (così, tra altre, Cass. 13.2.2002 n. 2083).
Principi non dissimili risultano per altro verso affermati dalle stesse sezioni unite di questa corte con la sentenza 16.11.1998 n. 11549 (ove si legge che la regola secondo cui gli effetti del giudicato sostanziale si estendono non solo alla decisione relativa al bene della vita che formi oggetto della domanda, ma anche a quella, implicita, inerente sia all’esistenza e alla validità del rapporto sul quale si fonda lo specifico effetto giuridico dedotto, trova applicazione anche con riferimento al decreto ingiuntivo non opposto nel termine di legge), nonché da Cass. 10.4.2000, n. 4531 (a mente della quale la preclusione da giudicato del decreto ingiuntivo non opposto non ha natura soltanto processuale, ma copre anche il deducibile non dedotto con l’opposizione, e cioè i fatti impeditivi, modificativi ed estintivi del credito azionato anteriori al decreto) e Cass. 24.11.15178 (predicativa della equiparazione tout court del giudicato da decreto a quello da sentenza emessa in un giudizio ordinario non potendosi riesaminare le questioni con esso decise definitivamente per l’acquiescenza del debitore che non abbia tempestivamente proposto opposizione).
Il Collegio, nel condividere e far propri i principi che precedono, non può che rilevare, nella specie, da un canto, il passaggio in giudicato del Decreto Ingiuntivo n. 284 del 1998, non opposto dal V.; dall’altro, il dispiegarsi in toto degli effetti preclusivi di tale giudicato rispetto alla cognizione e alla decisione sulla domanda di invalidità del contratto di commissione e di risarcimento danni proposta dallo stesso V. in sede di giudizio di merito, ed accolta dalla corte d’appello (in riforma della pronuncia di primo grado, reiettiva, di converso, delle domande attoree) sia pur in parte qua.
Presupposto logico-giuridico del provvedimento monitorio era e resta, difatti, proprio (ed esclusivamente) la convenzione negoziale denominata “contratto di commissione”, (identico per tutte le parti originarie del processo), impugnata dal V. quanto alla sua validità ed efficacia siccome fatto generatore del rapporto (e dell’effetto) su cui si fondava il credito contestato. Ne consegue che le domande formulate dal ricorrente principale avrebbero dovuto essere nel loro complesso rigettate dalla corte territoriale, siccome fondate su di una asserita nullità negoziale non più deducibile Né rilevabile, dacchè irredimibilmente coperta dall’effetto di giudicato conseguente alla mancata opposizione del decreto ingiuntivo.
Tale pronuncia reiettiva può, peraltro, legittimamente promanare da questa stessa corte, in applicazione e nell’esercizio delle facoltà riconosciutele dall’art. 384 c.p.c., in conseguenza della cassazione del capo della sentenza d’appello che erroneamente sancisce la nullità del contratto di commissione, attesa la rilevabilità d’ufficio, in ogni stato e grado del procedimento, degli effetti, diretti e riflessi, del giudicato, e non essendo per altro verso necessari ulteriori accertamenti di fatto.
L’accoglimento del motivo del ricorso incidentale dianzi esaminato comporta l’assorbimento di tutte le doglianze contenute nel ricorso principale, e il medesimo effetto di assorbimento deve pronunciarsi in relazione al ricorso incidentale S. in conseguenza della compensazione integrale delle spese dell’intero procedimento che questa corte ritiene di dover pronunciare per evidenti motivi di equità.

P.Q.M.
La corte riunisce i ricorsi, accoglie il primo motivo del ricorso incidentale, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda. Dichiara interamente compensate tra tutte le parti in lite le spese dell’intero giudizio, in tali sensi rigettando il ricorso recante il numero di RG 2318.
Così deciso in Roma, il 21 aprile 2009.
Depositato in Cancelleria il 28 agosto 2009

Articoli correlati