Cassazione civile, sez. V tributaria, 8 luglio 2008, n. 18640

436
5.00 / 5 - 1 voto

Fatto

Con ricorso notificato alla s.r.l. EDILSIDER il 16 giugno 2003 (depositato il 7 luglio 2003) il Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Agenzia delle Entrate – premesso che: (2) il competente Ufficio Distrettuale delle II.DD. aveva notificato a detta società “avviso di accertamento relativamente a ritenute d’imposta non operate e non versate per l’esercizio 1992 per L. 214.226.000 in violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 27”; (2) la contribuente aveva impugnato tale atto adducendo che “l’accertamento di ricavi non contabilizzati in misura comunque inferiore alla perdita dichiarata non alterava il risultato negativo dell’esercizio” per cui “non poteva avere fondamento la pretesa fiscale che si fondava sulla presunzione di una distribuzione di utili ai soci di una società di capitali a ristretta base azionaria (due soci, tra loro coniugi, ciascuno in possesso di una quota del 50%)”, in forza di un solo motivo, chiedevano di cassare (con “ogni consequenziale provvedimento … anche in ordine alle spese”) la sentenza n. 35/10/02 depositata il 22 maggio 2002 dalla Commissione Tributaria Regionale delle Marche la quale aveva respinto l’appello dell’Ufficio avverso la decisione (53/03/00) con cui la Commissione Tributaria Provinciale di Ancona aveva accolto il ricorso contro detto avviso “affermando … che non può parlarsi di utili distribuiti a fronte di una perdita dichiarata, mentre analogo ricorso della società presentato avverso l’avviso di accertamento per IRPEG era stato parzialmente accolto del giudice tributario”.
Nel controricorso notificato il 24 luglio 2003 (depositato il 31 luglio 2003) la società intimata instava per il rigetto del ricorso “con condanna dei ricorrenti alla rifusione delle spese del grado”.
Il primo febbraio 2008 la stessa società depositava memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

1. In via preliminare va dichiarata ex officio (attesa la irrilevanza della espressa rinuncia alla questione operata, nelle memorie depositate, dalla contribuente che l’aveva sollevata) l’inammissibilità del ricorso proposto dal Ministero.
A. Il titolo quinto, capo secondo, del D.Lgs. 30 luglio 1999, n. 300, come noto, ha operato un trasferimento di funzioni e di rapporti inerenti le entrate tributarie dal Ministero dell’Economia e delle Finanze alle Agenzie Fiscali (tra cui, l’Agenzia delle Entrate), le quali sono divenute operative a partire dal primo gennaio 2001 in base al “D.M. 28 dicembre 2000, art. 1: tale trasferimento, in campo processuale, ha determinato (Cass., un., 29 aprile 2003 n. 6633; id., trib., 8 agosto 2003 n. 11979; id., trib., 2 aprile 2007 n. 8166) una successione fra enti, nel diritto controverso, a titolo particolare ai sensi dell’art. 111 c.p.c. di tal che la sentenza emessa dalla Commissione Tributaria Regionale in un procedimento iniziato prima dell’indicato giorno di operatività delle agenzie fiscali, può essere impugnata tanto dal Ministero dell’Economia quanto dall’Agenzia subentrata, sempre che e finchè (Cass., un., 14 febbraio 2006 n. 3118) non si sia verificata la estromissione, anche tacita, del Ministero.
B. Nel caso, dalla sentenza impugnata risulta che l’appello è stato proposto dall’”Agenzia Entrate Ufficio Ancona” con atto depositato il 28 marzo 2001, quindi con ricorso proposto dopo il primo gennaio 2001 detto per cui il processo, in appello, si è svolto esclusivamente tra la contribuente e detto Ufficio dell’Agenzia delle Entrate.
In base a tanto deve ritenersi verificata (Cass., trib.: 2 aprile 2007 nn. 8167-8169; 30 ottobre 2006 n. 23347; 23 dicembre 2005 n. 28759; 30 dicembre 2004 n. 24245), sia pure per implicito, l’estromissione dai giudizio del dante causa Ministero delle Finanze, di tal che l’unico soggetto legittimato a proporre ricorso per cassazione è l’Agenzia.
2. In secondo luogo si deve verificare, ancora ex officio (essendo irrilevante la rinuncia manifestata dalla società nella memoria, trattandosi di questione rilevabile d’ufficio e non solo su istanza di parte), l’ammissibilità del ricorso proposto, per l’Agenzia, dall’Avvocatura Generale dello Stato.
Sul problema della “rappresentanza”, da parte dell’Avvocatura Generale dello Stato, delle Agenzia fiscali, infatti, in carenza di qualsivoglia argomentazione contraria (che non risulta adombrata neppure dalla società), si deve richiamare e ribadire il principio, ripetutamente affermato da questa Corte (trib., 16 maggio 2007 n. 11227; 2^, 16 marzo 2007 n. 6166; 1^, 14 settembre 2006 n. 19786;
un., 15 novembre 2005 n. 23020), secondo il quale (excerpta da Cass., un., n. 23020 del 2005, cit.) “in ipotesi di rappresentanza processuale facoltativa degli enti pubblici da parte dell’Avvocatura dello Stato” (“stabilita, per le agenzie fiscali, nel D.Lgs. n. 300 del 1999, art. 72”) “non è necessaria una specifica procura, risultando applicabile anche a tale ipotesi (del R.D. n. 1611 del 1933, art. 45) la disposizione del R.D. cit., art. 1, comma 2, secondo cui gli avvocati dello Stato esercitano le loro funzioni innanzi a tutte le giurisdizioni ed in qualunque sede e non hanno bisogno di mandato (cfr. Cass., sez. un., 484/1999, 10894/2001;
4564/2003)”.
Nella richiamata decisione del 2007, peraltro, questa sezione ha ricordato che “con il Protocollo d’intesa del 21 marzo 2001”, quindi ben anteriore alla data di proposizione dell’”eccezione” in esame, “l’Avvocatura è divenuta organo legale di rappresentanza in giudizio dell’Agenzia che ha rinunziato ad avvalersi per il periodo di validità di esso Protocollo di avvocati cassazionisti del libero foro”.
3. La Commissione Tributaria Regionale – premesso di “condivide(re) … la giurisprudenza” di questa Corte “secondo la quale, nel caso di società di capitali, quale è quella coinvolta nella … vertenza, pur non sussistendo, a differenza delle società di persone, una presunzione legale di distribuzione degli utili ai soci, viene generalmente ammesso che l’appartenenza della società, come nel caso di specie, ad una stretta cerchia familiare possa fornire, sul piano degli indizi, la prova dell’avvenuta distribuzione” “la correttezza logico giuridica di tale criterio d’imputazione ai soci degli utili extracontabili di una società di capitali è stata infatti ripetutamente riconosciuta dalla giurisprudenza di legittimità sulla considerazione della “complicità” che normalmente avvince i membri di una ristretta compagine sociale (v. tra le tante Cass. n. 941/86, n. 5129/95, n. 2390/2000, n. 2606/2000, n. 3254/2000, n. 1234/2000, nonchè, da ultima, Cass. n. 4695/2002 che ha ribadito altresì il concetto secondo cui in materia di accertamento delle imposte sui redditi la ristretta base familiare di una società di capitali può costituire il fatto noto che consente all’Ufficio, in sede di rettifica della dichiarazione, di risalire, in via di presunzione semplice ex artt. 2121 e 2129 c.c. a quello, ignorato e da verificare, della distribuzione ai soci del maggior utile non contabilizzato)” – ha disatteso l’appello dell’Ufficio affermando:
“nella fattispecie … la sentenza di questa Commissione Tributaria Regionale n. 116/11/00 del … 21 febbraio 2001 richiamata dall’…
Ufficio a sostegno delle proprie tesi non sembra postulare l’acquisizione di utili in nero nella libera disponibilità dei soci come vuoi far credere l’Ufficio medesimo dal momento che, se da un lato ha dichiarato recuperabili a tassazione alcuni costi indeducibili (come da decisione di prime cure n. 304/2/98 del … 2 ottobre 1998), dall’altra ha confermato la totale irrecuperabilita della maggior parte dei presunti ricavi non contabilizzati di cui all’accertamento in quella sede dibattuto” per cui “la richiamata sentenza della Regionale, in sostanza, non intacca il risultato negativo dell’esercizio 1992 ammontante a circa L. 3.000.000. 000 dal momento che costi recuperati in sentenza portano a concludere che il risultato è pur sempre negativo”.
Secondo il giudice di appello “tale circostanza infirma definitivamente il presupposto di operatività della presunzione in esame e legittima l’operato dei primi giudici la cui decisione va in toto confermata”.
4. Con il proprio ricorso l’Agenzia premette che “il giudice dell’appello” ha:
– “di fatto riconosciuto che, in presenza di maggiori ricavi non contabilizzati ufficialmente ed emergenti da una contabilità in nero, è possibile presumerne la distribuzione degli stessi quanto meno tutte le volte che ne sia stata accertata giudizialmente l’esistenza come tali”;
“fatto riferimento alla sentenza della stessa Commissione Regionale intervenuta nella controversia relativa all’avviso di accertamento IRPEG 1992 e ribadito che essa non intacca il risultato negativo dell’esercizio 1992 ammontante a circa L. 3.000.000.000 dal momento che i costi recuperati in sentenza portano a concludere che il risultato è pur sempre negativo”;
– “equiparato, in contrasto con i principi più elementari di contabilità e senza alcuna motivazione logica e fondamento giuridico, i ricavi afferenti a costi indebitamente dedotti e perciò transitati nelle scritture contabili della società ma in realtà o non sostenuti o non deducibili, a quelli direttamente conseguiti per effetto di operazioni in nero, ossia non transitate nella contabilità”;
– “omesso totalmente di considerare che, da un lato, l’accertamento notificato a carico della società ai fini IRPEG aveva evidenziato chiaramente le differenze che caratterizzavano le due contestazioni in ordine ai presupposti impositivi, dall’altro, che l’accertamento relativo alle ritenute d’imposta non effettuate e non versate aveva ripreso quella distinzione così motivando e dando sostegno all’operatività della presunzione di distribuzione degli utili sottratti ad imposizione (o in via indiretta, attraverso l’indebita deduzione dei costi o, in via diretta, attraverso le vendite in nero)”.
Ciò posto, l’Agenzia ricorrente denunzia “violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 27”, “violazione e falsa applicazione degli artt. 2697, 2727 e 2723 c.c. nonchè artt. 2247 e 2492 c.c.”, oltre che “motivazione insufficiente e contraddittoria su punto decisivo della controversia”, esponendo:
– “in primo luogo”, che essendo stato “l’avviso di accertamento, con cui sono stati contestati alla contribuente gli omessi effettuazione e versamento di ritenute d’imposta, … parzialmente confermato all’esito dei primi due gradi del giudizio con riferimento a costi ritenuti non deducibili e per quel che riguarda l’indebita deduzione di costi di cui era stata accertata la fittizietà (in totale, oltre L. 450. 000.000)” e, “in ogni caso”, che “la sentenza di secondo grado risulta essere stata impugnata con ricorso per cassazione dall’Amministrazione finanziaria”, “il Collegio giudicante … non solo non ha tenuto conto della circostanza che non si era ancora formato un giudicato in relazione alla controversia sull’avviso di accertamento IRPEG 1992, ma, pur prendendo atto del fatto che le sentenze fino a quel momento pubblicate avevano in certa misura confermato i recuperi a tassazione, si è limitata a constatare che il risultato dell’esercizio era comunque rimasto negativo e non ha legittimato neppure il recupero delle ritenute in misura corrispondente ai recuperi a tassazione confermati”;
– “nella specie l’accertamento di maggiori redditi era intervenuto nei confronti di una società a ristretta e familiare base sociale ed aveva contestato, sulla base di una contabilità parallela (in nero) a quella ufficiale, l’effettuazione di alcune operazioni non contabilizzate (maggiori ricavi), un’indebita deduzione di costi relativi ad operazioni inesistenti, non deducibilità di altri costi portati in deduzione anche per difetto del requisito della competenza o per difetto dell’inerenza” per cui “l’Ufficio aveva contestato la stessa esistenza della perdita dichiarata, risultando di segno positivo la differenza tra l’accertato ed il dichiarato”;
– “l’Ufficio … in adempimento dell’onere probatorio che gli compete in ordine alla dimostrazione del fatto che le somme corrispondenti al risultato dell’esercizio economico in questione erano entrate nella disponibilità dei soci, ha fatto legittimamente ricorso alla prova presuntiva (ai sensi degli artt. 2121 e 2129 c.c.)”: “gli elementi che hanno consentito la formazione della prova logica sono costituiti dalla differenza tra l’accertato ed il dichiarato (somma da distribuire), l’inesistenza di indizi che possano indurre a ritenere che la detta somma sia stata impiegata all’interno dell’impresa, la natura e la funzione pratica delle poste recuperate, il carattere familiare della ristretta compagine sociale, la causa tipica del contratto di società (divisione degli utili derivanti dall’attività sociale)” (“di tutto ciò era stato dato il debito conto nella motivazione dell’avviso di accertamento originariamente impugnato” essendosi “ivi … evidenziato che i ricavi non transitati nei conti, ovvero le spese indebitamente contabilizzate ma non sostenute, in tutta evidenza non potevano che essere transitate nella disponibilità dei coniugi, unici soci” sicchè “in tale contesto, un eventuale riconoscimento dei giudici del merito di una conferma in misura minore dei recuperi a tassazione accertati dall’Ufficio nella fase amministrativa, se certamente comporta una riduzione dell’imponibile, non può però comportare alcuna incidenza sulla validità del ragionamento presuntivo, cosi come nessuna incidenza invalidante, ai fini di una conferma della bontà del medesimo ragionamento, anche al di là del mancato formarsi del giudicato, può trarsi dal fatto che le sentenze dei giudici del merito avevano comunque confermato l’esistenza di una perdita di esercizio”).
L’Agenzia, inoltre, sostiene che “il convincimento dei giudici tributar, per cui soltanto per la circostanza della mera inesistenza di un utile d’esercizio comunque sarebbe da escludere una distribuzione di somme ai soci” si appalesa “in tutta evidenza quanto mai semplicistico e contraddittorio” perchè “pur in presenza di una contabilità negativa, che evidenzia una perdita di esercizio, la rilevazione di ricavi non contabilizzati e l’indebita deduzione di costi per l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti (rilievi questi che … sono stati parzialmente confermati all’esito dei primi due gradi del giudizio relativo all’accertamento IRPEG 1992 ed ancora potrebbero essere ulteriormente confermati all’esito definitivo del medesimo giudizio, di là da venire), implicano necessariamente il conseguimento di somme “in nero” da parte della società, la cui presunzione di distribuzione ai soci, che … il precedente giudice non ha contestato in linea di principio, fa scattare l’obbligo della tassazione e dell’effettuazione delle ritenute alla fonte”: “ciò che i giudici tributar non hanno inteso considerare”, invero, è che “la perdita d’esercizio non ha alcuna influenza sulla destinazione della ricchezza che non è entrata nella contabilità sociale” perchè “se la società ha realizzato ricavi da vendite che non ha fatto figurare nella contabilità … nella contabilità non figurano neppure le entrate finanziarie che, con un elevato grado di ragionevolezza (il che, ormai, per una società di capitali a ristretta base sociale, costituisce jus receptum) si può ritenere che siano entrate nella disponibilità dei soci”.
La ricorrente aggiunge, infine, che “l’Ufficio, al fine di evitare di incorrere nel termine di decadenza di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43 per far valere la pretesa conseguente alla riscontrata violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 27 mai avrebbe potuto attendere la definitività dell’avviso di accertamento relativo all’IRPEG per il medesimo anno d’imposta”.
5. La contribuente, dal suo canto, oltre alle “eccezioni” innanzi esaminate, oppone “formalmente” l”inammissibilità” del ricorso per violazione dell’art. 366 c.p.c. sostenendo che tale atto:
– non contiene “l’esatta esposizione dei fatti di causa tale da consentire l’individuazione degli elementi indispensabili per la precisa cognizione dell’origine e dell’oggetto della controversia, dello svolgimento del processo e delle posizioni assunte dalle parti” ma, “anzi”, fornisce “della fattispecie una visione … caotica ed incoerente” perchè “a fianco di affermazioni in sè corrette (quanto alla loro astratta ed enucleata dal contesto formulazione) vengono allegate circostanze che si riferiscono a fattispecie o non rientranti nel contenzioso o esaminate in differenti contenziosi” (come “il riferimento alla contabilità parallela che … deve ritenersi esclusa dal contenzioso per effetto del giudicato formatosi sulla sua inutilizzabilità e quello ai costi indeducibili … che … esulano dalla materia del contendere”);
– “nel denunciare” i vizi di “insufficienza o contraddittorietà della motivazione” la ricorrente ha “omesso di indicare … quale fosse il punto decisivo oggetto di motivazione viziata” e non ha evidenziato “incoerenze logiche o … contrasto tra specifiche argomentazioni confluite nella stessa ratio decidendi”.
La stessa contribuente aggiunge che la Commissione Tributaria Regionale “ha fatto corretta applicazione del principio di diritto … della presunzione di distribuzione ai soci, in caso di società a ristretta base, di utili rinvenienti da ricavi non contabilizzati” e “soltanto attraverso un giudizio di merito e la valutazione delle prove, entrambe incensurabili in sede di legittimità quando correttamente formulati e motivati … si è convinta” (a) che “non era emersa l’esistenza di ricavi non contabilizzati” e (b) che “i costi riflessi nella contabilità ufficiale e recuperati … non erano suscettibili di cambiare il risultato, negativo, dell’esercizio”.
6. Nella memoria depositata il primo febbraio 2008 la società – ricordato che l’Ufficio, “per quanto riguarda l’annualità 1992”, ha emesso (oltre ad altri) un avviso di accertamento “ai fini IRPEG” (di rettifica della sua dichiarazione per “ricavi non contabilizzati” e per “costi non deducibili perchè riferiti ad operazioni inesistenti”, oggetto di contenzioso deciso in appello con sentenza “n. 116/11/00”, impugnata innanzi a questa Corte da entrambe le parti, il cui procedimento riunito “è stato dichiarato estinto con provvedimento depositato il 17 ottobre 2007 in applicazione della L. n. 289 del 2002, art. 16”) nonchè l’avviso “ai fini IRPEF” (“ritenute … su ricavi non contabilizzati”) oggetto della presente controversia – deduce:
il “giudicato interno” formatosi (per non avere “il ricorso per cassazione … del Ministero investito la parte della decisione che ne trattava”) nel processo in cui è stata resa la sentenza “n. 116/11/00”, “in mancanza di una disposizione specificamente dettata nella L. n. 289 del 2002”, ha “efficacia tra le parti ai sensi dell’art. 310 c.p.c.” per “la parte che ha escluso una contabilità parallela (cd. “brogliaccio”)” per cui detta sentenza ha “autorità di giudicato nella parte in cui ha escluso l’esistenza … di una contabilità parallela contenuta in un “brogliaccio”“ e, quindi, “l’esistenza di ricavi non contabilizzati”.
7. Il ricorso dell’Agenzia – pienamente ammissibile perchè, giusta le osservazioni che seguono, si rivela del tutto rispettoso delle prescrizioni dettate dall’art. 3 66 c.p.c. – è fondato.
A. In primo luogo si deve evidenziare l’inidoneità della sentenza “n. 116/11/00” (pronunciata inter partes della Commissione Tributaria Regionale delle Marche) a produrre qualsivoglia effetto ostativo, processuale e (soprattutto) sostanziale (non potendosi ritenere passata in giudicato), all’esame ed alla decisione della vicenda per la inapplicabilità al caso del disposto dell’art. 310 c.p.c. (invocato dalla contribuente) a mente del quale “l’estinzione” del processo “rende inefficaci gli atti compiuti, ma non le sentenze di merito pronunciate nel corso del processo”.
La fattispecie, invero, trova la regolamentazione propria nella generale disposizione dettata dal D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 46, comma 1 (secondo cui “Il giudizio si estingue, in tutto o in parte, nei casi di definizione delle pendenze tributarie previsti dalla Legge …”) nonchè in quella, specifica e correlativa, contenuta nell’inciso della L. 27 dicembre 2002, n. 289, art. 16, comma 8, per la quale “l’estinzione del giudizio” per effetto della definizione della lite fiscale “viene dichiarata a seguito di comunicazione degli uffici competenti attestante la regolarità della domanda di definizione ed il pagamento integrale di quanto dovuto”:
la declaratoria di estinzione del giudizio concernente, come quello in esame, una lite fiscale definita ai sensi dell’art. 16 detto, quindi, siccome accertativa della intervenuta “definizione” di una pendenza tributaria in ipotesi specificamente prevista dalla legge, importa la caducazione di tutti i provvedimenti giurisdizionali resi nel processo relativo perchè travolti dalla accertata “definizione” voluta dalla contribuente, della “lite fiscale” – lite avente ad oggetto (dell’art. 16, comma 3) “avvisi di accertamento, provvedimenti di irrogazione delle sanzioni e ogni altro atto di imposizione”, quindi una pretesa erariale diversa ed ulteriore da quelle dichiarate e/o denunciate dal contribuente – perchè quella volontaria definizione, per sua natura annulla ab origine la pendenza tributaria sostanziale, di tal che il perdurare degli effetti delle sentenze eventualmente emesse nel processo poi definito contrasterebbe con l’accertata intervenuta definizione del rapporto oggetto della pronuncia.
B. Per il D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 27, comma 1 (“ritenuta sui dividendi”), nel testo applicabile alla specie ratione temporis (in vigore dal primo gennaio 1986) modificato dalla L. 28 febbraio 1986, n. 41, art. 3 “gli utili in qualsiasi forma e sotto qualsiasi denominazione distribuiti dalle società per azioni e in accomandita per azioni e dalle società anche cooperative a responsabilità limitata, comprese quelle di mutua assicurazione, sono soggetti a una ritenuta del dieci per cento a titolo di acconto dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e dell’imposta sul reddito delle persone giuridiche dovute dai soci, con obbligo di rivalsa”.
Con la sentenza n. 6197 depositata il 16 marzo 2007, questa Corte ha statuito, specificamente nei confronti di una socia della srl EDILSIDER (la quale, però, nelle memorie depositate non fa cenno della decisione), che il “consolidato” principio (“Cass. 6780/03; Cass. 7564/03; Cass. 16885/03”) secondo cui “in tema di accertamento delle imposte sui redditi, nel caso di società di capitali a ristretta base sociale, è legittima la presunzione di distribuzione, ai soci, degli eventuali utili extracontabili accertati”, se “lascia naturalmente salva la facoltà del contribuente di offrire la prova del fatto che i maggiori ricavi non siano stati fatti oggetto di distribuzione ma siano stati invece accantonati dalla società, ovvero da essa reinvestiti” non risalta (“non risultando tuttavia a tal fine sufficiente”) infirmato od inapplicabile per effetto ed in conseguenza della “mera deduzione del profilo per cui l’esercizio sociale ufficiale si sia concluso con perdite contabili”.
Tale principio, in carenza di qualsivoglia convincente argomentazione contraria, deve essere confermato anche per l’ipotesi di definitivo accertamento di una perdita contabile nonostante la considerazione di ricavi non contabilizzati atteso che per effetto della mancata loro inclusione nella contabilità sociale comunque i ricavi conseguiti da operazioni “in nero” non risultano nè accantonati nè reinvestiti e, quindi, sono stati distratti dalla società per essere distribuiti ai soci: il risultato “pur sempre negativo” del bilancio, riscontrato nel caso dal giudice del merito, infatti, non esclude il fatto oggettivo che i ricavi non contabilizzati, non entrati nelle casse sociali, sono stati distribuiti ai soci in quanto tali (uti soci), quindi senza nessun altro titolo giuridico che la qualità rivestita.
C. L’erroneità dell’affermazione della sentenza impugnata in ordine alla rilevanza, ai fini della distribuzione tra i soci dei ricavi in nero, del “risultato pur sempre negativo” dell’”esercizio”, quindi, impone di cassare la pronuncia e di rinviare la causa a sezione diversa della Commissione Tributaria Regionale che ha pronunciato la decisione cassata affinché:
(1) applichi il principio secondo cui, “in tema di accertamento delle imposte sui redditi, nel caso di società di capitali a ristretta base sociale”, la “mera deduzione del profilo per cui l’esercizio sociale ufficiale si sia concluso con perdite contabili” non è sufficiente a vincere la “presunzione di distribuzione, ai soci, degli eventuali utili extracontabili accertati”, e;
(2) provveda anche in ordine alle spese di questa fase di legittimità.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso del Ministero; accoglie il ricorso dell’Agenzia; cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa, anche per le spese del giudizio di legittimità, ad altra sezione della Commissione Tributaria Regionale delle Marche.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 6 febbraio 2008.
Depositato in Cancelleria il 8 luglio 2008

Articoli correlati