Cassazione penale sez. IV, 15 novembre 2017, n. 57195

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RITENUTO IN FATTO

1. La Corte di Appello di Firenze, con la sentenza in epigrafe, ha parzialmente riformato, con riguardo al trattamento sanzionatorio, la pronuncia di condanna emessa dal Tribunale di Firenze il 30 settembre 2014 nei confronti di Z.B., L.B., H.D., H.F., H.K., I.G., P.M. e Ha.Ri., e altri non ricorrenti, in relazione al reato di cui al D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, art. 74 (capo 1) commesso in (OMISSIS) dall’anno (OMISSIS) (tutti), al reato di cui all’art. 110 c.p., art. 81 c.p., comma 2, e art. 73 T.U. Stup. (capo 3), commesso in (OMISSIS) il (OMISSIS) ( L.B., H.D., H.F.), al reato di cui all’art. 110 c.p., art. 81 c.p., comma 2, e art. 73 T.U. Stup. (capo 4) commesso in (OMISSIS) dal (OMISSIS) e fino a tutto il (OMISSIS) ( H.F. e I.G.), al reato di cui all’art. 416 c.p., commi 1 e 5, (capo 5) ed al reato di cui all’art. 110 c.p., art. 81 c.p., comma 2, e D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 12, comma 5, (capo 6) commessi in (OMISSIS) e altrove dall’anno (OMISSIS) ( Z.B., H.D., H.F.).
2. Z.B. ricorre per cassazione censurando la sentenza impugnata per violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), c) ed e) in relazione all’art. 192 cod. proc. pen.; in particolare illogicità della motivazione ed erronea applicazione di legge sostanziale quanto alla mancata configurazione dell’ipotesi di lieve entità ex art. 73, comma 5, T.U. Stup. ed esclusione dell’ipotesi di cui all’art. 74, commi 1, 2, 3 e 4 T.U. Stup.. I giudici di merito hanno desunto la consapevolezza del ricorrente di partecipare al gruppo associato travisando le risultanze probatorie, dalle quali al contrario emergeva che lo Z. avesse contestato di essere debitore di H.D., ed omettendo di replicare a tale specifica deduzione dell’appellante. In assenza di riscontro a quanto dichiarato da H.D. ed in assenza di sequestri di sostanza stupefacente riferibili allo Z., i giudici avrebbero dovuto ricondurre il fatto nell’ipotesi di lieve entità. La difesa aveva dedotto la contraddittorietà della fonte d’accusa e l’inattendibilità delle chiamate in correità con riferimento ai delitti contestati ai capi 1) e 6). Difetta la prova della condotta di sfruttamento nei confronti di tale Irina. Si censura il diniego delle attenuanti generiche nonostante la condotta ammissiva e l’incensuratezza dell’imputato. Pur avendo escluso le ipotesi di cui all’art. 74, commi 1, 2, 3 e 4 T.U. Stup., la Corte territoriale non ne ha tenuto conto nel rideterminare la pena.
3. L.B. ricorre per cassazione censurando la sentenza impugnata per violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’art. 74 T.U. Stup. per avere i giudici di merito fondato la prova del suo ruolo di pianificatore, direttamente indirizzato dal capo dell’associazione, esclusivamente su scarne ed ambigue intercettazioni telefoniche in un breve arco di tempo e nonostante l’assoluzione del ricorrente da uno dei due reati-fine contestatigli e dall’attività di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione funzionale, secondo l’accusa, al narcotraffico. Con un secondo motivo deduce violazione di legge e vizio di motivazione, anche per travisamento della prova, in relazione all’art. 73 T.U. Stup.; nel capo 3 dell’imputazione era descritto un episodio di narcotraffico in relazione al quale mancano le prove del pregresso contatto con H.D., che avrebbe incaricato il L. di ricevere la cocaina. La motivazione offerta sul punto dalla Corte territoriale travisa le risultanze istruttorie e le stesse censure mosse nell’atto di appello, trascurando che lo stesso H. ha sempre negato la realizzazione di tale importazione. Con un terzo motivo deduce violazione di legge e vizio di motivazione in ordine al diniego delle attenuanti generiche, avendo i giudici di merito trascurato lo stato d’incensuratezza, la buona condotta processuale ed il limitato coinvolgimento del L., ossia una serie di elementi illogicamente valorizzati con riferimento ad altri imputati.
4. H.D. ricorre per cassazione censurando la sentenza impugnata per violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’art. 73, comma 7, T.U. Stup. ed all’art. 74, comma 7, T.U. Stup. perché, pur avendo tale imputato fornito, sia durante la fase investigativa che nel corso del processo, un contributo di notevole importanza rivelando nomi luoghi e circostanze e svelando il significato del linguaggio criptico delle conversazioni, la sentenza è stata emessa in violazione delle norme sopra indicate. Con un secondo motivo deduce violazione dell’art. 74, comma 6, T.U. Stup. in riferimento all’art. 416 c.p., commi 1 e 2, nonché vizio di motivazione sul punto per avere la Corte omesso di prendere in considerazione il fatto che l’ H. abbia sempre gestito esigui quantitativi di stupefacenti (in particolare tre chilogrammi di eroina in relazione al capo 1, un chilogrammo e 500 grammi di stupefacente, oltre a 280 grammi lordi di cocaina sequestrati, in relazione al capo 3).
5. H.F. ricorre per cassazione censurando la sentenza impugnata per mancanza di motivazione in ordine alla conferma della sussistenza delle aggravanti previste dall’art. 74, commi 3 e 4, T.U. Stup. La Corte di Appello ha ritenuto che non fosse necessario pronunciarsi sul punto in quanto le circostanze non avrebbero influito sulla determinazione della pena laddove, invece, sono state giudicate equivalenti alle circostanze attenuanti generiche. Ripropone la questione di nullità del capo della sentenza di primo grado concernente l’affermazione dell’aggravante prevista dall’art. 74, comma 3, T.U. Stup. nonostante nel capo d’imputazione non fosse rinvenibile alcun riferimento ai presupposti fattuali di tale circostanza.
6. H.K. ricorre per cassazione censurando la sentenza impugnata per contrasto della motivazione con un atto del processo nonché violazione e falsa applicazione dell’art. 268 c.p.p. e art. 178 c.p.p., lett. c) in relazione alla dedotta inutilizzabilità delle intercettazioni telefoniche ed al diniego dell’eccezione pronunciato dalla Corte di Appello sul presupposto, contrastante con il fax del 31 ottobre 2013 prodotto all’udienza del 4 novembre 2013 dinanzi al Tribunale del riesame, che il pubblico ministero avesse accolto l’istanza difensiva di messa a disposizione dei nastri magnetici e che non vi fosse prova di una richiesta vanamente inoltrata alla polizia giudiziaria. Il ricorrente deduce che i nastri magnetici non sono stati effettivamente acquisiti al processo, con violazione dell’art. 178 c.p.p., lett. c). Con un secondo motivo deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 109 e 191 cod. proc. pen. per mancata indicazione degli estremi professionali degli interpreti, con manifesta illogicità della motivazione laddove ha ritenuto non contestata la correttezza dell’operato degli interpreti, sebbene fosse contestata l’assoluta impossibilità di verificarne la validità; deduce l’inutilizzabilità patologica delle intercettazioni in quanto la loro traduzione in lingua italiana costituisce parte formativa-genetica della prova. Con un terzo motivo deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 143 c.p.p. e art. 178 c.p.p., lett. c) perché la richiesta di incidente probatorio non è stata tradotta in lingua comprensibile all’imputato, ritenendo che tale atto debba essere equiparato all’atto di citazione, per il quale l’art. 143 cod. proc. pen. prevede l’obbligatoria traduzione, e che l’omessa traduzione abbia pregiudicato l’assistenza difensiva e reso, quindi, affette da nullità assoluta le prove ivi assunte. Con un quarto motivo deduce vizio di motivazione in merito alla sussistenza del vincolo associativo ed all’appartenenza del K. all’associazione, indicando l’assenza di riscontri obiettivi al contenuto delle conversazioni intercettate e la totale inidoneità del K. a gestire il complesso business internazionale messo in piedi dallo zio H.D. dopo l’arresto di quest’ultimo, oltre che l’assenza di prove certe a sostegno di quanto affermato dai giudici di merito per fondare il giudizio di responsabilità. Con un quinto motivo deduce vizio della motivazione per non avere la Corte di Appello esaminato l’analitica contestazione che la difesa aveva fatto in merito alla rilevanza probatoria delle comunicazioni telefoniche citate nella sentenza di primo grado. Con un sesto motivo deduce mancanza di motivazione in merito alle circostanze concretanti prove a discarico contenute nelle dichiarazioni dei coimputati. Con un settimo motivo deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 379 cod. pen. e art. 74 T.U. Stup., ritenendo che la condotta ascrivibile al ricorrente avrebbe dovuto assumere rilevanza penale, eventualmente, in termini di favoreggiamento reale. Con un ottavo motivo deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 74, comma 3, T.U. Stup. e vizio di motivazione sul punto perché, pur avendo la Corte territoriale riconosciuto prevalenza alle circostanze attenuanti generiche, il ricorrente è interessato ad impugnare il punto della decisione che ha riconosciuto tale circostanza aggravante sebbene i sodali ritenuti appartenenti all’associazione fossero solo nove e non vi sia prova che il ricorrente fosse a conoscenza di quante e quali fossero le persone coinvolte. Con un nono motivo deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 74, comma 6, T.U. Stup. in relazione all’art. 416 c.p., comma 2, nonché mancanza di motivazione sull’istanza di applicazione dell’attenuante. L’istanza era stata proposta sull’assunto che difettassero elementi probatori volti all’identificazione della quantità e della qualità dello stupefacente oggetto dell’attività illecita e che il ricorrente fosse un mero partecipe.
7. I.G. ricorre per cassazione censurando la sentenza impugnata per violazione dell’art. 74, comma 2, T.U. Stup. nonché per vizio di motivazione nella parte in cui la Corte territoriale ha rilevato gli elementi sintomatici della partecipazione all’associazione in contributi assolutamente slegati dalla stessa, consistenti, per stessa indicazione dell’accusa, nel mantenere i contatti con l’avvocato di Nizza che patrocinava i suoi zii H. nei procedimenti a loro carico senza alcuna prova della volontà di partecipare all’associazione, del pactum sceleris e dell’affectio societatis. Con un secondo motivo deduce violazione dell’art. 73, comma 7, e dell’art. 74, comma 7, T.U. Stup. nonché vizio di motivazione in relazione all’istanza di sussunzione del fatto nell’ipotesi attenuata in ragione del notevole contributo dato dal ricorrente per rivelare nomi, luoghi, utenze telefoniche e circostanze rilevanti sia nella fase investigativa che durante il processo. Con un terzo motivo deduce violazione dell’art. 74, comma 6, T.U. Stup. con riferimento all’art. 416 c.p., commi 1 e 2, nonché vizio di motivazione sul punto per avere la Corte omesso di prendere in considerazione il fatto che il G. abbia sempre gestito esigui quantitativi di stupefacenti (in particolare tre chilogrammi di eroina in relazione al capo 1, un chilogrammo e 500 grammi di stupefacente, oltre a 280 grammi lordi di cocaina sequestrati, in relazione al capo 3).
8. P.M. ricorre per cassazione censurando la sentenza impugnata per vizio di motivazione e violazione di norme processuali con riferimento alla richiesta ed ammissione di giudizio abbreviato, posto che la firma del ricorrente apposta in calce alla procura speciale con cui era stato chiesto il giudizio abbreviato non era stata autenticata, con riferimento all’istanza di concessione delle circostanze attenuanti generiche, non valutata dai giudici di merito, nonché in relazione alle deduzioni difensive a sostegno dell’assenza di prove dirette della partecipazione del ricorrente all’associazione. Avendo la Corte territoriale riconosciuto il ne bis in idem europeo con sentenza assolutoria francese, la motivazione della sentenza di condanna avrebbe dovuto essere rafforzata. La captazione di dialoghi fra terzi avrebbe, inoltre, imposto la ricerca di riscontri per provare l’elemento psicologico dell’affectio societatis.
9. Ha.Ri. ricorre per cassazione censurando la sentenza impugnata per erronea indicazione della pena nel dispositivo a fronte dell’esclusione della responsabilità di tale imputato per tutti i reati contestatigli.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Secondo quanto, anche recentemente, affermato dalla Corte di Cassazione, la regola ricavabile dal combinato disposto dell’art. 606 c.p.p., comma 3, e art. 609 c.p.p., comma 2, dispone che non possano essere dedotte in cassazione questioni non prospettate nei motivi di appello, a meno che si tratti di questioni rilevabili d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio o di questioni che non sarebbe stato possibile dedurre in grado di appello. Tale regola trova il suo fondamento nella necessità di evitare che possa sempre essere dedotto un difetto di motivazione della sentenza di secondo grado con riguardo ad un punto del ricorso non sottoposto al controllo della Corte di Appello, in quanto non devoluto con l’impugnazione (Sez. 2, n. 6131 del 29/01/2016, Menna, Rv. 26620201; Sez. 4, n. 10611 del 4/12/2012, dep. 2013, Bonaffini, Rv. 25663101). Dalla lettura di tali disposizioni in combinato disposto con l’art. 609 c.p.p., comma 1, che limita la cognizione della Corte di Cassazione ai motivi di ricorso consentiti, si evince l’inammissibilità delle censure che non siano state, pur potendolo essere, sottoposte al giudice di appello, la cui pronuncia sarà inevitabilmente carente con riguardo ad esse (Sez. 3, n. 16610 del 24/01/2017, Costa, Rv. 26963201; Sez. 5, n. 28514 del 23/04/2013, Grazioli Gauthier, Rv. 25557701; Sez. 2, n. 40240 del 22/11/2006, Roccetti, Rv. 23550401; Sez. 1, n. 2176 del 20/12/1993, dep. 1994, Etzi, Rv. 19641401).
Alla luce di tale principio, è inammissibile la censura mossa da Z.B. in merito alla determinazione della pena in relazione alle circostanze aggravanti previste dall’art. 74, commi 1, 2, 3 e 4 T.U. Stup., trattandosi di questione già risolta dal giudice di primo grado, con relativa incidenza sulla determinazione della pena base nel minimo edittale previsto dall’art. 74, comma 2, T.U. Stup..

2. I motivi del ricorso, a pena di inammissibilità (artt. 581 e 591 cod. proc. pen.), devono indicare specificamente le ragioni di diritto e gli elementi di fatto che sorreggono ogni richiesta. Contenuto essenziale dell’atto di impugnazione è, pertanto, innanzitutto e indefettibilmente il confronto puntuale (cioè con specifica indicazione delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che fondano il dissenso) con le argomentazioni del provvedimento il cui dispositivo si contesta, sì da condurre a decisione differente. In altre parole, se il motivo di ricorso si limita a reiterare il motivo d’appello, confrontandosi solo genericamente con la motivazione della sentenza impugnata, per ciò solo si destina all’inammissibilità, venendo meno in radice l’unica funzione per la quale è previsto e ammesso (la critica argomentata al provvedimento), posto che con tale riproduzione il provvedimento ora formalmente impugnato, lungi dall’essere destinatario di specifica critica argomentata, è di fatto del tutto ignorato (Sez. 3, n. 44882 del 18/07/2014, Cariolo, Rv. 26060801).
I seguenti motivi di ricorso non si conformano ai citati requisiti e risultano, pertanto, inammissibili perché generici:
a) primo motivo di ricorso di Z.B. (violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), c) ed e) in relazione all’art. 192 cod. proc. pen.), che ignora l’ampia ed esaustiva motivazione presente alle pagg. 7-8 della sentenza di appello;
b) primo motivo del ricorso di L.B., che trascura la motivazione presente a pag. 18 della sentenza impugnata, ove è descritto come sia stata desunta la prova della partecipazione consapevole del L. alle vicende del gruppo dal coinvolgimento in attività di recupero dei crediti da forniture di droga compiute da altri sodali, di reperimento del denaro necessario a pagare gli avvocati, di ripulitura di case di abitazione dalla presenza di droga al fine di immetterla sul mercato per gli interessi del gruppo, nonché dal legame fiduciario con H.D. emergente da un sms;
c) secondo motivo del ricorso di L.B., che ignora i numerosi indizi della correttezza dell’accusa elencati a pag. 20 della sentenza impugnata, raffiguranti un quadro istruttorio ben più ampio di quello evidenziato nel ricorso;
d) primo motivo del ricorso di H.D., che trascura quanto affermato a pag.25 della sentenza impugnata, a proposito del fatto che le indicazioni fornite dal ricorrente fossero già emerse dall’attività di captazione, senza specificare quali fossero le acquisizioni investigative e istruttorie da lui offerte ed ignorate dai giudici di merito;
e) primo motivo del ricorso di I.G., che sembra ignorare il consistente compendio istruttorio elencato alle pagg. 39-40 della sentenza, nonché i richiami ad altrettanti argomenti spesi nella sentenza di primo grado, a sostegno della piena volontà del ricorrente di inserirsi nel gruppo criminale guidato dallo zio H.D.;
f) secondo motivo del ricorso di I.G., che ignora quanto affermato dai giudici di appello (pag. 40) in merito al fatto che l’imputato non avesse svelato informazioni ulteriori rispetto a quanto già emerso dalle indagini;
g) primo motivo del ricorso di P.M., che omette di confrontarsi con la motivazione offerta a pag. 41 della sentenza impugnata;
h) terza parte del ricorso di P.M., laddove deduce il vizio di motivazione in merito alle deduzioni difensive circa la prova della partecipazione all’associazione, omettendo di confrontarsi con la diffusa motivazione presente alle pagg. 42-43 della sentenza impugnata. Giova precisare che la prova dell’affectio societatis non è stata desunta, contrariamente a quanto indicato nel ricorso, dall’intercettazione di dialoghi fra terzi ma dall’attività di rifornimento di sostanze stupefacenti ammessa dal P., acquirente della droga da H.D. e, dopo l’arresto di quest’ultimo, dal nipote nonché da altri sodali. Del tutto scollegato dagli atti processuali è il riferimento al ne bis in idem europeo, applicato in relazione ad altri imputati.

3. Occorre considerare che, in riferimento alle condizioni per l’applicabilità dell’ipotesi di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, secondo il prevalente orientamento espresso dalla giurisprudenza di legittimità, ai fini della concedibilità o del diniego della fattispecie di lieve entità, il giudice è tenuto a valutare complessivamente tutti gli elementi indicati dalla norma, sia quelli concernenti l’azione (mezzi, modalità e circostanze della stessa), sia quelli che attengono all’oggetto materiale del reato (quantità e qualità delle sostanze stupefacenti oggetto della condotta criminosa), non potendo la valutazione della offensività della condotta essere ancorata al solo dato statico della quantità volta per volta ceduta, ma dovendo essere frutto di un giudizio più ampio che coinvolga ogni aspetto del fatto nella sua dimensione oggettiva (Sez. 3, n. 6871 del 08/07/2016, dep. 2017, Bandera, Rv. 26914901). Ove uno degli indici previsti dalla legge risulti negativamente assorbente, ogni altra considerazione resta priva di incidenza sul giudizio (Sez. 3, n. 23945 del 29/04/2015, Xhihani, Rv. 26365101).
Alla luce di tali principi, risultano manifestamente infondati i seguenti motivi di ricorso:
a) la censura mossa da Z.B. in merito alla sussunzione del fatto nell’ipotesi di lieve entità prevista dall’art. 73, comma 5, T.U. Stup., che ignora la motivazione presente sul punto a pag. 8 della sentenza impugnata e le dichiarazioni rese da H.D. in merito al quantitativo di sostanza stupefacente;
b) il secondo motivo del ricorso di H.D., che ignora la motivazione presente a pag. 25 della sentenza impugnata ed il riferimento, oltre che alla quantità ammessa dallo stesso ricorrente, alle dimensioni dell’attività illecita compiuta per anni;
c) il terzo motivo del ricorso di I.G., per il quale sono state svolte le medesime considerazioni già espresse nei confronti di H.D.;

4. Con riguardo al trattamento sanzionatorio, occorre ricordare che una specifica e dettagliata motivazione in merito ai criteri seguiti dal giudice nella determinazione della pena si richiede nel caso in cui la sanzione sia determinata in misura prossima al massimo edittale o comunque superiore alla media, risultando insindacabile, in quanto riservata al giudice di merito, la scelta implicitamente basata sui criteri di cui all’art. 133 cod. pen. di irrogare una pena in misura media o prossima al minimo edittale (Sez. 4, n. 27959 del 18/06/2013, Pasquali, Rv. 258356; Sez. 2, n. 28852 del 8/05/2013, Taurasi, Rv. 256464; Sez. 4, n. 21294 del 20/03/2013, Serratore, Rv. 256197). Nel caso in cui il giudice di merito abbia applicato la pena in misura prossima al minimo edittale, trova applicazione il principio secondo il quale la motivazione in ordine alla determinazione della pena base, ed alla diminuzione o agli aumenti operati per le eventuali circostanze aggravanti o attenuanti, è necessaria solo quando la pena inflitta sia superiore alla misura media edittale. Fuori di questo caso, anche l’uso delle espressioni quali “pena congrua”, “pena equa” o “congruo aumento” è sufficiente a far ritenere che il giudice abbia tenuto presenti, sia pure globalmente, i criteri dettati dall’art. 133 cod. pen. per il corretto esercizio del potere discrezionale conferitogli dalla norma in ordine al quantum della pena (Sez. 3, n. 11513 del 19/10/1995, Merra, Rv. 203011; Sez. 5, n. 9141 del 29/08/1991, Ormando, Rv. 188590).
Alla luce di tali principi, sono manifestamente infondati, dunque inammissibili, i seguenti motivi di ricorso:
a) motivo inerente al diniego delle circostanze attenuanti generiche svolto da Z.B.;
b) terzo motivo del ricorso di L.B.;

5. Esaminando le vicende oggetto d’imputazione, la Corte di Appello ha confermato il giudizio di primo grado concernente l’esistenza di un’associazione per delinquere (capo 1) ai sensi dell’art. 74 T.U. Stup., operante in (OMISSIS) ed ha riformato la sentenza con riguardo alla seconda associazione (capo 5) ai sensi dell’art. 416 cod. pen. finalizzata allo sfruttamento della prostituzione ed al favoreggiamento della permanenza di immigrati clandestini nel territorio dello Stato, ritenuta insussistente. La Corte di Appello ha, inoltre, confermato il giudizio di primo grado con riferimento a varie condotte illecite in materia di stupefacenti e di prostituzione.

6. Il quadro istruttorio esaminato dai giudici di merito, che hanno giudicato con rito abbreviato, si è sostanziato nei sunti che la Polizia Giudiziaria ha redatto delle conversazioni telefoniche intercettate, nei servizi di osservazione e pedinamento, nelle dichiarazioni confessorie rese da taluni indagati nel corso degli interrogatori davanti al pubblico ministero e confermate in sede di incidente probatorio, nelle indagini svolte dall’autorità giudiziaria francese acquisite per rogatoria.
Tanto premesso, vanno dunque esaminati i motivi di ricorso che superano il vaglio di ammissibilità.

7. Il ricorso proposto da H.F. è fondato.

7.1. Nella sentenza impugnata non è rinvenibile alcuna replica alla doglianza difensiva concernente l’accertamento, in primo grado, della circostanza aggravante prevista dall’art. 74, comma 3, T.U. Stup., in particolare della circostanza prevista dalla seconda parte della disposizione concernente l’ipotesi che tra i partecipanti vi siano persone dedite all’uso di sostanze stupefacenti o psicotrope, nonostante di essa non si facesse espressa menzione nel capo d’imputazione. Si richiama, sul punto, il principio affermato dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite, secondo il quale “Ai fini della contestazione dell’accusa, ciò che rileva è la compiuta descrizione del fatto, non l’indicazione degli articoli di legge che si assumono violati” (Sez. U, n. 18 del 21/06/2000, Franzo, Rv. 21643001; Sez. 6, n. 45289 del 08/11/2011, Floridia, Rv. 25099101).

7.2. Il motivo di ricorso è fondatamente proposto anche con riferimento alla motivazione spesa dalla Corte di Appello in replica alla doglianza tendente ad ottenere l’esclusione delle circostanze aggravanti previste dall’art. 74, comma 3 (relativa al numero di dieci o più associati) e comma 4, T.U. Stup. Vi si legge che “il primo giudice le ha già escluse dal computo della pena, talchè l’appello sul punto non deve essere esaminato”, sebbene di tali circostanze il giudice di primo grado avesse tenuto conto nel giudizio di bilanciamento, ritenendole equivalenti alle circostanze attenuanti generiche.

7.3. Tale motivazione si pone in contrasto con il principio più volte affermato dalla Corte di Cassazione, in base al quale “Una circostanza aggravante deve ritenersi, oltre che riconosciuta, applicata, non solo quando esplica il suo effetto tipico di aggravamento della pena, ma anche quando produca, nel bilanciamento tra circostanze aggravanti e attenuanti di cui all’art. 69 cod. pen. un altro degli effetti che le sono propri, cioè quello di paralizzare un’attenuante, impedendo a questa di svolgere la sua funzione di concreto alleviamento della pena da irrogare” (Sez. U, n. 17 del 18/06/1991, Grassi, Rv. 18785601; Sez. 5, n. 41784 del 27/05/2016, Scalici, Rv. 26827101; Sez. 1, n. 8038 del 18/01/2011, Santoro, Rv. 24984301).

7.4. Conseguentemente, la sentenza impugnata deve essere annullata nei confronti di H.F. limitatamente all’omessa motivazione su entrambe le doglianze inerenti alle circostanze del reato contestato al capo 1), con rinvio alla Corte di Appello di Firenze per nuovo esame del trattamento sanzionatorio alla luce dei principi qui richiamati.

8. Il primo motivo del ricorso di H.K. è fondatamente proposto.

8.1. Il difensore si duole del fatto che non siano stati messi a sua disposizione i nastri magnetici relativi alle registrazioni delle comunicazioni telefoniche intercettate, a dispetto del provvedimento autorizzativo emesso dal pubblico ministero il 31 ottobre 2013, deducendo che a tale provvedimento non ha fatto seguito alcuna concreta attività che consentisse l’effettivo accesso ai nastri.

8.2. Secondo quanto si legge nel ricorso (e nella sentenza, in cui si richiama l’ordinanza pronunciata in data 8 aprile 2014), il Tribunale si è pronunciato, rigettandola, sull’eccezione di inutilizzabilità delle intercettazioni stesse sul presupposto che il vizio di acquisizione della prova denunciato dalla difesa fosse rilevante nella sola fase cautelare. La Corte di Appello, investita di specifico motivo di gravame, si è pronunciata affermando che “risulta che il p.m. ha disposto in conformità sulla richiesta del difensore, e non vi è prova che vi sia stata una richiesta inoltrata alla polizia giudiziaria, cui non abbia fatto seguito la consegna”.

8.3. In linea di principio, va premesso che l’elemento concretante la prova in caso di intercettazioni è dato dai supporti sui quali risultano registrate le conversazioni captate; non lo sono le trascrizioni sommarie delle conversazioni rese dalla polizia giudiziaria (i cosiddetti brogliacci), né le trascrizioni integrali delle stesse che, nel costante orientamento della Corte di Cassazione, costituiscono una rappresentazione grafica del contenuto di prove già acquisite mediante registrazione fonica (Sez. 6, n. 13213 del 15/03/2016, Giorgini, Rv. 26677501; Sez. 2, n. 5472 del 28/01/2016, Mancuso, Rv. 26620101; Sez. 2, n. 4243 del 25/10/2011, dep. 2012, Stepich, Rv. 25220201).

8.4. La Corte di Cassazione ha già avuto modo di affermare che il diritto all’ascolto dei predetti nastri è prerogativa difensiva che non può essere ristretta entro gli argini dell’incidente cautelare. Una volta che si sia proceduto al deposito ai sensi dell’art. 268 c.p.p., comma 4, i difensori hanno il diritto, non suscettibile di limitazione alcuna Né di apposita autorizzazione, di ascoltare i files audio relativi alle registrazioni delle captazioni. Da tanto si deduce che la violazione del diritto all’ascolto delle registrazioni e quello legato alla copia dei files audio dà luogo ad una compressione del diritto di difesa, tale da concretare una nullità di ordine generale a regime intermedio, ai sensi dell’art. 178 c.p.p., lett. c), perché cade direttamente sulla possibilità di vaglio critico del momento nel quale si concreta la prova, ossia la registrazione. Tale vizio non è esclusivamente riscontrabile in sede cautelare, ma, in ragione di quanto indicato dalla Corte Costituzionale con ordinanza n. 255 del 5 novembre 2012, è destinato ad operare “anche” in tale fase incidentale (Sez. 6, n. 41362 del 11/07/2013, Drago, Rv. 25780401).

8.5. Per altro verso, è stato chiarito che la nullità generale a regime intermedio conseguente alla mancata disponibilità, in capo alla difesa, dei supporti, tempestivamente richiesti, delle conversazioni telefoniche intercettate e utilizzate ai fini dell’adozione di ordinanza di custodia cautelare, sussiste anche laddove detta indisponibilità consegua ad inerzia o ritardo non già del pubblico ministero, bensì degli uffici deputati a dare esecuzione al provvedimento di questi (Sez. 5, n. 22270 del 12/04/2011, Lin, Rv. 25000601).

8.6. La scelta del rito abbreviato non ha precluso alla difesa la relativa eccezione, posto che i nastri magnetici delle registrazioni, una volta indicate le intercettazioni tra gli atti d’indagine, fanno parte del fascicolo processuale (Sez. 2, n. 12393 del 10/08/2000, Zavettieri, Rv. 21742001) e la scelta del rito non pregiudica la possibilità per i difensori di procedere ad un vaglio critico del tenore effettivo delle captazioni nel raffronto con il dato portato nelle trascrizioni sommarie presenti nei brogliacci.

8.7. La Corte di Appello, nel rigettare il relativo motivo di appello, non ha esaminato la questione posta dalla difesa circa l’inutilizzabilità delle intercettazioni conseguente alla violazione del diritto del difensore di ascoltare le registrazioni, ma si è limitata a rilevare la mancanza di prove che la richiesta dei nastri fosse stata indirizzata alla polizia giudiziaria e che a tale richiesta non avesse fatto seguito la consegna. Il ricorrente ha indicato l’atto del processo (fax del 31 ottobre 2013) attestante la richiesta inoltrata al Comando CC di Firenze ma, in ogni caso, giova osservare che la possibilità di ascoltare i files contenenti le registrazioni costituiva diritto della difesa non subordinato ad alcuna ulteriore richiesta perché adeguatamente garantito, in teoria, dal provvedimento autorizzativo del pubblico ministero, onde sarebbe stato compito del giudice di merito verificare se tale possibilità fosse stata, anche in concreto, garantita.

8.8. Posto che l’illegittima compressione del diritto di difesa derivante dal rifiuto all’accesso alle registrazioni di conversazioni intercettate dà luogo ad una nullità di ordine generale a regime intermedio, ai sensi dell’art. 178 c.p.p., lett. c), in quanto determina un vizio nel procedimento di acquisizione della prova (Sez. U, n. 20300 del 22/04/2010, Lasala, Rv. 24690701), spettava alla Corte di Appello verificare, in concreto, se il diritto all’ascolto diretto delle conversazioni o comunicazioni intercettate fosse stato, nel caso concreto, conculcato dall’indisponibilità dei nastri magnetici, valutando all’esito di tale verifica la fondatezza dell’eccezione d’inutilizzabilità delle intercettazioni. L’omissione di tale verifica rende fondato il motivo di ricorso; considerato che la presenza fisica dei nastri delle intercettazione comporta l’esercizio di facoltà difensive che il solo difensore di H.K. ha lamentato essere state negate, tale rilievo impone l’annullamento della pronuncia nei confronti del solo ricorrente che ha sollevato l’eccezione. Conseguentemente posta la necessaria distinzione tra mezzo di ricerca della prova (attività di intercettazione), risultato probatorio (conversazioni intercettate) e assunzione della prova (acquisizione del documento-prova), il giudice del rinvio dovrà verificare se, nel caso in esame, sia o meno viziato il subprocedimento di assunzione della prova (la produzione dei “brogliacci” non accompagnata dal libero esercizio della facoltà di ascolto) e solo all’esito di tale verifica esaminare le prove a disposizione con riguardo all’imputato H.K..

8.9. L’accoglimento del primo motivo di ricorso, che comporta l’annullamento della sentenza impugnata nei confronti di H.K. per vizio di motivazione con rinvio per nuovo esame alla Corte di Appello, determina l’assorbimento degli altri motivi di ricorso.

9. La censura svolta da P.M. nella seconda parte del ricorso, laddove si è dedotto il vizio di motivazione in merito all’istanza di concessione delle circostanze attenuanti generiche, è fondata.

9.1. Il giudice di primo grado aveva motivatamente rigettato analoga istanza ma sul relativo motivo di appello, non generico, la Corte territoriale ha totalmente omesso di pronunciarsi.

9.2. La sentenza deve, dunque, essere annullata nei confronti di P.M. limitatamente al trattamento sanzionatorio per esame del motivo di appello concernente il diniego di concessione delle circostanze attenuanti generiche.

10. Il ricorso di Ha.Ri. è fondato.
Nella motivazione della sentenza la pronuncia di condanna è stata esclusa per tutti i reati contestati a tale ricorrente, mentre nel dispositivo, oltre alla pronuncia assolutoria, è stata irrogata la pena di anni due di reclusione ed Euro 2.000,00 di multa. Tale seconda statuizione, non sorretta da alcuna motivazione, deve essere eliminata.

11. Conclusivamente, i ricorsi di Z.B., L.B., H.D. e I.G. sono inammissibili. Alla declaratoria di inammissibilità segue la condanna dei predetti ricorrenti al pagamento delle spese processuali e ciascuno, non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186 del 13 giugno 2000), al versamento a favore della Cassa delle ammende della somma prevista dall’art. 616 cod. proc. pen. che, a titolo di sanzione pecuniaria, viene indicata in quella ritenuta equa di Euro duemila.
Nei confronti di H.K., il vizio di motivazione concernente l’eccezione di inutilizzabilità delle intercettazioni telefoniche impone l’annullamento della sentenza con rinvio per nuovo esame alla Corte di Appello di Firenze.
La sentenza deve, poi, essere annullata nei confronti di H.F. e di P.M. limitatamente al trattamento sanzionatorio nei termini di cui alla motivazione, con rinvio per nuovo esame alla Corte di Appello di Firenze. Con dichiarazione di irrevocabilità della pronuncia ai sensi dell’art. 624 cod. proc. pen. in merito all’accertamento di responsabilità nei confronti di H.F. e di P.M..
La sentenza deve, invece, essere annullata senza rinvio nei confronti di Ha.Ri. limitatamente alla statuizione di condanna contenuta nel dispositivo, che deve essere eliminata.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata nei confronti di H.K. con rinvio alla Corte di Appello di Firenze per nuovo esame.
Annulla la sentenza impugnata nei confronti di H.F. e di P.M. limitatamente al trattamento sanzionatorio, con rinvio alla Corte di Appello di Firenze per nuovo esame.
Visto l’art. 624 cod. proc. pen., dichiara l’irrevocabilità della sentenza in ordine all’affermazione di responsabilità di H.F. e di P.M..
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata nei confronti di Ha.Ri. limitatamente alla statuizione di condanna contenuta nel dispositivo; statuizione che elimina.
Dichiara inammissibili i ricorsi di Z.B., L.B., H.D., I.G. e condanna tali ricorrenti al pagamento delle spese processuali e ciascuno al versamento della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.
Così deciso in Roma, il 15 novembre 2017.
Depositato in Cancelleria il 21 dicembre 2017

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