Cassazione penale, sez. VI, 5 aprile 2013, n. 15923

941
0.00 / 5 - 0 voti

FATTO
La Corte di Appello di Napoli con sentenza dell’8 marzo 2012 confermava la sentenza di condanna emessa dal Tribunale di Nola il 2 dicembre 2009 nei confronti di D.M.S. per i reati in concorso formale di omissione di atti di ufficio e favoreggiamento per aver affermato di aver casualmente ritrovato la propria autovettura, oggetto di rapina, omettendo di denunziare di aver corrisposto Euro 700 per rientrarne in possesso, così aiutando il ricettatore a sottrarsi alle indagini della polizia giudiziaria ed omettendo un atto da lui dovuto quale appartenente alla Polizia di Stato.
La Corte confermava la sentenza di primo grado laddove venivano utilizzate quali prove a carico del ricorrente le intercettazioni telefoniche tra S.A. e tale T. nel corso delle quali i due parlano della estorsione in questione, durante la sua realizzazione, ritenendo corrispondervi la condotta del ricorrente il quale, dopo che dalle intercettazioni risultava che l’estorsore aveva ricevuto il denaro, affermava di aver trovato casualmente autovettura aperta e con le chiavi di accensione nell’abitacolo. La Corte riteneva inverosimile qualsiasi tesi alternativa.
D.M. propone ricorso contro tale sentenza a mezzo del proprio difensore.
Con primo motivo deduce ai sensi dell’art. 606, lett. d) ed e) il vizio dell’ordinanza con la quale la Corte di Appello aveva rigettato la richiesta di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale consistente nella richiesta di audizione del ricettatore S. A.. Si trattava di prova nuova in quanto, a seguito della irrevocabilità della sentenza di applicazione della pena a carico del predetto S., lo stesso poteva essere sentito quale testimone assistito, quindi con obbligo di testimoniare. La prova era necessaria in quanto tale testimonianza avrebbe potuto consentire di accertare la responsabilità o meno del ricorrente per il fatto ascrittogli.
Con secondo motivo deduce la mancanza ovvero la manifesta illogicità della motivazione. Osserva che la sentenza di appello ha fatto rinvio alla motivazione della sentenza di primo grado senza alcuna valutazione autonoma delle risultanze istruttorie e degli argomenti difensivi in riferimento agli specifici motivi di appello. A tal fine trascrive il contenuto dell’atto di appello per dimostrare l’omessa risposta sul punto osservando che le deduzioni della difesa non trovano effettiva risposta nella mera affermazione della sentenza di appello della inesistenza di plausibili ipotesi alternative.
DIRITTO
Va disposto annullamento con rinvio in relazione alla qualificazione giuridica.
Preliminarmente ritiene la Corte di esaminare d’ufficio il problema della qualificazione giuridica della condotta ascritta al D.M., nel senso cioè di valutare se essa possa o meno, in tesi, costituire favoreggiamento.
Si ripercorre la vicenda in punto di fatto ai fini delle successive valutazioni:
– D.M. subisce la rapina della propria vettura, presenta denunzia, viene poi contattato dal soggetto (concorrente nella rapina o ricettatore dell’auto sottratta) che ne ha la disponibilità che gli propone la restituzione dietro pagamento di una somma di denaro;
si tratta della estorsione definita nel linguaggio comune “cavallo di ritorno”. – D.M. cede alla pretesa, paga la somma e recupera l’autovettura; comunica, in relazione alla denuncia di rapina già presentata, di aver ritrovato l’autovettura “casualmente”. – D.M. è un appartenente alla polizia di Stato ma non denunzia l’estorsione ai suoi danni.
Il ricorrente è stato tratto a giudizio inizialmente con la contestazione di favoreggiamento ed omissione di atti di ufficio ma poi condannato per il solo reato di favoreggiamento (sia reale che personale).
Come si legge espressamente nel capo di imputazione, la condotta di favoreggiamento risulterebbe dal fatto stesso di non aver denunciato l’estorsione subita; a tale condotta si aggiunge (“omettendo altresì”) l’omissione di denunzia quale appartenente al corpo della Polizia di Stato (definita quale “omissione d’atto d’ufficio” ex art. 328 cod. pen.), reato poi ritenuto assorbito dal più grave reato di favoreggiamento in quanto realizzato proprio con la condotta omissiva.
Tale qualificazione giuridica non appare corretta alla stregua dei fatti sia come descritti in astratto che come accertati in concreto.
Si considera dapprima la posizione della vittima quale comune cittadino.
Innanzitutto è erronea la attribuzione del carattere di “favoreggiamento” alla omessa denunzia in sè da parte della vittima di un reato quale l’estorsione, favoreggiamento consistente sia nell’aiuto ad eludere le indagini che nell’aiuto ad assicurarsi il profitto del reato.
Ciò perchè il reato di favoreggiamento consiste in una condotta “mirata” ad impedire/ostacolare le indagini, rispetto alla quale è sufficiente il dolo generico.
Ma la condotta quale descritta e contestata al D.M. non ha assolutamente tale carattere “mirato”.
Non ricorre certamente il diverso caso (frequente nella casistica giudiziaria) del soggetto che, sentito quale persona informata dei fatti, ometta di riferire circostanze a lui note in quanto, attesa la obbligatorietà di riferire quanto a sua conoscenza, tale diversa condotta risulta obiettivamente mirata al favoreggiamento ancorchè non rappresenti la specifica finalità del soggetto (ed in questo rileva il fatto che, per il reato in questione, sia sufficiente il dolo generico).
Nel caso in esame invece, in presenza della vittima del dato tipo di estorsione, ricorre semplicemente una condotta di omissione di denunzia priva di alcun carattere mirato al favoreggiamento e, comunque, non costituente reato.
Non esiste, infatti, un obbligo per il privato di denunziare i reati di cui è vittima essendo l’unico ambito di denunzia obbligatoria quello previsto dall’art. 364 cod. pen. (per il caso di reati contro la personalità dello Stato). Inoltre, In aggiunta a quanto già detto in tema di condotta “mirata” a favorire il reo, anche altre ragioni non consentono di affermare che la semplice omessa denunzia, per la sua generica portata di “aiuto” al colpevole, integri il reato di cui all’art. 378 cod. pen..
Innanzitutto, a ritenere diversamente, si introdurrebbe in modo indiretto un obbligo di denunzia che invece è espressamente escluso quale obbligo diretto come si evince dai minimi ambiti di obbligatorietà della denunzia (come detto vi è un ambito limitato di obbligo di denuncia ed un più ampio ambito solo per il p.u.).
Inoltre la limitazione dell’obbligo di denuncia a pochi casi e la misura delle relative sanzioni penali rileva anche sotto un altro aspetto.
La condotta di omissione di denunzia, in quanto prevista quale autonomo reato, non potrebbe che essere reato speciale rispetto ad un favoreggiamento consistente nella medesima condotta.
Se, quindi, si volesse ipotizzare che la omessa denuncia fosse di per sè una condotta “mirata” a favorire il reo, e per ciò solo integrasse il reato di favoreggiamento al fuori dai casi di applicabilità delle disposizioni speciali di cui agli artt. 361, 362 e 364 cod. pen., si giungerebbe ad un risultato del tutto illogico:
infatti si punirebbero più gravemente le omissioni integranti, in ipotesi, favoreggiamento, rispetto ai casi in cui l’omessa denunzia integrasse autonomo reato. Ovvero sarebbe punito più severamente non il soggetto obbligato alla denuncia (perchè p.u. o per la gravità del reato) ma quello che, invece, in quanto comune cittadino, non ha tale obbligo.
In conclusione, in assenza di qualsiasi elemento che valga a dimostrare che la condotta del ricorrente di omissione della denunzia del reato subito (affermando di aver ritrovato autovettura casualmente) integri una condotta mirata ad aiutare il reo ad eludere le investigazioni ed assicurarsi il profitto del reato, il fatto contestato non costituisce il reato di favoreggiamento, sia personale che reale.
Va però considerato se, per la particolare condizione di appartenente alla Polizia di Stato del ricorrente, la sua condotta integri il reato di omessa denunzia-omissione di atti di ufficio e se tale omissione da parte dei soggetto certamente tenuto alla denunzia proprio per la propria funzione di polizia giudiziaria possa integrare il reato di favoreggiamento.
Innanzitutto va premesso che la condotta non è inquadrabile nella generica omissione di atti di ufficio bensì nella specifica previsione di cui all’art. 361 cod. pen., comma 2. La semplice lettura del testo dell’art. 361 cod. pen. dimostra come si tratti di una ipotesi speciale di omissione di atti di ufficio, non avendo quindi rilievo, ai fini interpretativi, il fatto che la norma generale di cui all’art. 328 cod. pen. abbia una previsione di pena più elevata (Sez. 6, n. 1141 del 21/11/1973 – dep. 07/02/1974, Candela, Rv. 126118).
Va poi escluso che una condotta consistente nella sola omissione della denunzia da parte del p.u., per le stesse ragioni sopra riferite, integri di per sè una condotta mirata al favoreggiamento.
Del resto, se anche su di un piano astratto dovesse ritenersi l’omissione di denunzia quale azione mirata in favore del reo, varrebbe parimenti il principio di specialità: avremo sempre un concorso di norme applicabili che, appunto, non potrebbe che risolversi mediante il principio di specialità in favore della norma che prevede espressamente la data condotta, ovvero il reato di cui all’art. 361 cod. pen..
La esclusione che la condotta di omissione di denunzia integri di per sè il favoreggiamento riguarda, ovviamente, la sua configurazione in astratto mentre non è certamente da escludere che, in casi concreti, tale omissione rappresenti, in tutto od in parte la “condotta mirata” a favorire il reo. Al riguardo, e proprio con riferimento alla condotta del pubblico ufficiale che rivesta anche la qualifica di polizia giudiziaria, vanno citate due recenti decisioni di questa medesima sezione, non massimate sul punto, che affermano, con riferimento ai rispettivi casi concreti, che laddove la condotta integri sia il favoreggiamento che l’omessa denunzia, va applicato solo il primo e più grave reato.
In un primo caso, si legge: “… atteso che l’intera condotta antigiuridica della ricorrente appare inquadratile in un contesto di “favoreggiamento” della posizione del (nome 1) dei cui reati la (nome 2) avrebbe consapevolezza, il reato di omessa denuncia attribuito all’imputata potrebbe e dovrebbe, se finalizzato anch’esso a favorire l’indagato nome 1, essere sussunto per assorbimento nel più grave contestato reato di cui all’art. 378 c.p.,” ((Sez. 6, n. 29836 del 2/7/2012 – dep. 20/7/2012, Bellavista e altri). Cinterà condotta” consisteva in una pluralità di attività specificamente finalizzate a consentire al “favorito” di eludere le indagini.
In un secondo caso, si legge che un dipendente della Polizia di Stato non solo “ostacolava le investigazioni dell’Autorità … ritardando nell’inviare la relazione di servizio” ma le sviava perchè escludeva espressamente “ che il fatto potesse essere dovuto a un attentato dinamitardo” ed in questo contesto ometteva “di denunciare il danneggiamelo dell’autovettura”; in conseguenza, questa Corte affermava “Effettivamente la condotta di favoreggiamento è consistita nella omessa denuncia dell’attentato da parte dell’imputato, sicchè la fattispecie di cui all’art. 361 cod. pen. risulta assorbita in quella di cui all’art. 378 cod. pen. “ ((Sez. 6, n. 36494 del 16/6/2011, Bevilacqua).
In entrambe le vicende concrete, si ripete, l’omissione della denunzia faceva parte della più ampia condotta espressamente mirata, nell’intenzione dei responsabili, al favoreggiamento. Quest’ultimo reato, del resto, è “a condotta libera” per cui è ben possibile che la condotta mirata al favoreggiamento integri, in tutto od in parte, altro reato; e, rispetto alla configurabilità nel caso concreto di più reati, nelle due sentenze citate è stata esclusa la applicazione del reato meno grave non in base al criterio di specialità ex art. 15 cod. pen. (che rileva in astratto) ma in base al criterio di “assorbimento” che riguarda l’interferenza in concreto fra le più fattispecie criminose (ovvero l’pplicazione sostanziale del principio processuale del ne bis in idem). In questi diversi casi, quindi, si è fatto riferimento al diverso principio di “assorbimento” ritenendo che, nel caso concreto, il reato a condotta libera (il favoreggiamento) più grave esaurisse compiutamente l’intero disvalore del fatto.
Tornando, quindi, al caso in esame, in conseguenza di quanto sopra va affermato:
– non ricorre una ipotesi di favoreggiamento in quanto non ricorre, per la mera omissione di denuncia, anche laddove obbligatoria, una condotta di per sè mirata ad aiutare il reo ad eludere le indagini ed assicurarsi il profitto; ne vi è alcuna ragione per ritenere che, in concreto, la “vittima” D.M. volesse favorire il suo estorsore;
– la condotta quale descritta deve, però, essere valutata al fine di verificare la ricorrenza del reato di cui all’art. 361 cod. pen. ed in tal modo va riqualificato il fatto contestato.
In sede di giudizio di rinvio, sarà compito del giudice di merito accertare che ricorrano tutti gli elementi di tale specifico reato, anche in relazione ad esser stata acquisita la notizia di reato nell’esercizio o a causa delle funzioni di dipendente della Polizia di Stato (Sez. 6, n. 29836 del 02/07/2012 – dep. 20/07/2012, Bellavista e altri, Rv. 253181).
I motivi di ricorso restano assorbiti dalla decisione sulla qualificazione giuridica dovendosi procedere ad un nuovo giudizio.
P.Q.M.
Qualificato il fatto ex art. 361 cod. pen. annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della corte di appello di Napoli.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 5 marzo 2013.
Depositato in Cancelleria il 5 aprile 2013

Articoli correlati